Wainer Vaccari

Wainer Vaccari si afferma nei primi anni ’80 sulla scena artistica italiana e d’oltralpe, con la personale alla Galleria Mazzoli di Modena e la collettiva “Scuola di Atene” ad Acireale, curata da Achille Bonito Oliva, entrambe del 1983. Grazie al successo di queste rassegne trova accoglienza in gallerie private e in spazi pubblici all’estero, tra cui il Kunstverein di Monaco di Baviera e la Galleria Thomas Levy di Amburgo. La sua ricerca pittorica procede fino agli anni ’90, confermando il suo talento a livello internazionale, con mostre in Olanda, Danimarca, fino alla prestigiosa acquisizione da parte dello Stedelijk di Amsterdam di un suo grande quadro del 1992, e alla partecipazione nel 1999 alla Quadriennale di Roma. Nell’ultimo decennio si ricordano le personali alla Galleria Pack di Milano, alla Kunsthaus di Amburgo, alla Galleria Hof & Huyser di Amsterdam, e la mostra intitolata “Il volto, il corpo, il segno” allestita presso la Galleria Bonelli ArteContemporanea di Mantova. Partecipa inoltre a due collettive di interesse internazionale: “La pittura italiana 1968-2007”, presso il Palazzo Reale di Milano, e la Biennale d’Arte Contemporanea di Pechino. È presente attualmente alla Biennale di Venezia, ancora in corso.

Pasolini scrive che “la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti”. Per te cosa significa lotta?
Per me la lotta è terminare un quadro in otto o nove ore. Mi sento come un pugile che è arrivato all’ultima ripresa in svantaggio e deve chiudere l’incontro in tre brevissimi minuti.

Hai spesso raffigurato dei pugili, cosa ti colpisce dello scontro su un ring?
Mi piace la loro fisicità, la loro bellezza. Sono leali, rispettano le regole. Sono epici alla pari degli eroi greci. Sanno soffrire. Sono bambini, e amano i bambini. Sanno che il ring è come la vita. Perdono l’incontro con dignità, ma ti guardano sempre negli occhi.

Hai restituito immediatezza al genere pittorico del ritratto. In base a quali criteri scegli i tuoi soggetti?
Spesso i ritratti mi vengono commissionati. Quando non è così, li scelgo in base a criteri puramente estetici. Quello che conta è mantenere la somiglianza, l’identità della persona ritratta. Il groviglio di segni, attraverso i quali compongo l’immagine, viene da me tracciato con immediatezza e precisione, come ideogrammi che s’intrecciano senza deturpare la fisionomia generale.

Quali erano le aspirazioni del giovane Wainer Vaccari quando esponeva alla galleria “La Sfera” di Modena nel 1970?
In quegli anni sognavo di riuscire a sopravvivere attraverso la pittura. Tutto qui.

Qual è il lato del potere che più ti spaventa o ti affascina?
A me interessa solo un tipo di Potere: quello di creare. Perché, come dice Richard Feynman premio Nobel per la fisica, “quello che non riesco a creare non lo saprò mai capire”.

L’artista è uno strumento di cui si serve lo spirito creativo oppure è il demiurgo di se stesso, unico artefice del proprio destino?
Non credo che l’artista sia guidato dal soprannaturale, questa è una visione che ci deriva dal romanticismo. Anche se la parola demiurgo non mi convince del tutto, rimane il fatto che l’artista tenta testardamente di guidare il proprio destino, con l’illusione infantile e presuntuosa di riuscirci. Paradosso vuole che sia proprio questa utopia la sua vera forza.

Tra i critici affermati con cui hai collaborato chi ha guadagnato maggiormente la tua stima?
Vittorio Sgarbi, persona leale e geniale. Lo stimo come amico e come intellettuale. Erano gli anni ottanta quando vide per la prima volta i miei lavori e mi cercò, accompagnato da Maria Benassati. Sgarbi mi seguì anche quando decisi di cambiare rotta e lasciarmi alle spalle vent’anni di lavoro. Rispettò quella mia scelta, mentre altri non la compresero.

All’ultima Biennale di Venezia hai presentato il ritratto di Sgarbi e di Berlusconi, cosa accomuna questi due soggetti?
In realtà i ritratti esposti al Padiglione Italia dovevano essere tre: Sgarbi, Berlusconi e Bondi, intesi come “trilogia politico-istituzionale” della Biennale, ma per ragioni di spazio gli allestitori mi hanno chiesto di eliminarne uno. Sono accomunati dal narcisismo, caratteristica propria anche a molti artisti.

La tua arte, prima che in Italia, è stata apprezzata all’estero: come lo spieghi?
Negli anni ’80 dipingevo quadri che ricordavano il nostro Rinascimento, ispirandomi alla “bella pittura” di età manierista, ma nell’Italia di allora molti storcevano il naso di fronte alle mie opere. In occasione della mia prima importante mostra italiana, quel poco che fu venduto finì tutto all’estero. Fu questa la ragione che mi portò in Germania, in Svizzera e in Olanda, nazioni che offrono agli artisti notevoli strutture pubbliche e una politica dell’arte meno clientelare.

In una tua splendida opera rappresenti la malinconia sotto forma di un grosso toro. Oggi la raffigureresti allo stesso modo?
L’unico modo per raffigurarla oggi, potrebbe essere quello di scaricare l’immagine del quadro da internet e di ridipingerlo con il mio linguaggio di adesso. Come una cover!

Che forma daresti invece alla paura?
La paura è un sentimento forte. Serve a noi umani e agli animali per sopravvivere sul nostro pianeta. Se dovessi rappresentarla, dipingerei il sole che si spegne.

Dove è finito l’universo fiabesco e allegorico delle tue opere degli anni ’80?
Parte di quell’universo non mi appartiene più. Quegli “Idoli” sono ora appesi alle pareti dei musei e delle collezioni sparse in Europa. Di recente mi hanno dedicato una ricca mostra al Castello di Gottdorf nel Nord della Germania. Tutti i dipinti esposti appartenevano a un’unica collezione privata, la Grosshaus. È stata una strana sensazione rivedere quei quadri riuniti insieme, mi sono sentito come un turista in visita a una mostra di un altro autore scoperto da poco.

L’opera d’arte colpisce per originalità o per riproducibilità?
Io penso per benjaminiana riproducibilità… fino a prova contraria.

Duchamp è stato il più grande artista del ‘900?
Sì, in compagnia del “cannibale” Picasso!

Possibile che Wainer Vaccari nel corso dei prossimi anni intraprenda un percorso tendente all’astrattismo?
Guardando attentamente i miei quadri ci si rende conto che sono già delle opere astratte; gli stessi Berlusconi e Sgarbi della Biennale, infatti, sono dei “senza titolo”.

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