Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere

Marco Truzzi, classe 1975, è nato e vive a Correggio: proprio come il famoso pittore «il Correggio», come Pier Vittorio Tondelli e come Luciano Ligabue. Il suo libro Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere (Instar Libri, 14,50 euro, 230 pp.) parla di Damian, un ragazzino rom che, cominciando ad andare a scuola e a frequentare il mondo dei gagi, vive sulla propria pelle il confine tra il campo e tutto ciò che sta al di fuori. Nella ricerca delle proprie radici, Damian scoprirà che esse stanno nella memoria della sua gente, nel rapporto tra le generazioni e, soprattutto, nei rapporti umani. Un amico un po’ svitato, un nonno saggio, una fidanzata gagia lasciano aperte le domande che in fondo non solo solo di Damian ma di tutti. Per una serie di coincidenze il posto più comodo dove incontrare Marco Truzzi è stato Torino: lo trovo nel pieno di un tour sabaudo. A Torino ha sede Instar Libri, la casa editrice che si è occupata della pubblicazione del suo libro d’esordio, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere. Bel libro, bella risposta: il tour piemontese è fitto di presentazioni e di incontri con le scuole. La prima cosa da chiedergli è ovvia.

Com’è andata con i ragazzi?
«L’incontro con i ragazzi è positivo, anche se erano davvero tanti: avevo davanti a me sei classi. La prima domanda che ho ricevuto è stata da parte di un ragazzo si è alzato e ha detto “Io sono di quarta L”. Mica male! Ma quello che mi voleva chiedere me lo aspettavo da quando è cominciato il brusio dopo che ho detto che ero di Correggio… ho detto che sì, sono di Correggio proprio come il Liga. E i ragazzi mi hanno fatto promettere che glielo avrei salutato. Ma la mia provenienza reggiana è stato un aggancio per un aspetto che tengo a sottolineare: il mio romanzo parla della comunità dei sinti reggiani. Non mi piacciono le generalizzazioni e in questo contesto sono deleterie. Ogni realtà è a sé».

Non credi che uno dei punti di forza del tuo romanzo sia proprio che hai scelto un soggetto particolare come i rom?
«Al campo di Correggio ci sono circa dieci famiglie sinti che vivono lì dal dopoguerra. Oramai si fa fatica a dire che siano “nomadi” nel vero senso della parola. Ma la realtà reggiana è particolarmente positiva. Certo, purtroppo anche a Reggio ci sono stati episodi di violenza: per esempio quando il Comune, in collaborazione con le associazioni e gli stessi sinti, aveva fatto partire il progetto delle microaree (che prevedeva l’assegnazione di piccoli appezzamenti di terreno alle famiglie) fu lanciata una molotov. Fortunatamente sono rimasti episodi isolati. Altri campi invece sono realtà molto diverse. Per questo ci tengo a dire che il romanzo riguarda la situazione reggiana, per evitare equivoci. Anche di natura politica: su queste questioni non mi esprimo. Io racconto una storia».

Dal romanzo emerge una conoscenza approfondita del mondo rom. Hai fatto delle ricerche?
«Il romanzo che volevo scrivere era sulle radici. Allora mi è venuto naturale pensare alle gente che vive nel campo che, apparentemente, di radici non ne ha. Un giorno sono andato dalla Carmen, la donna che da sempre, ogni domenica, viene sul sagrato della chiesa di Correggio a manghél (l’atto di chiedere la carità in romané, la lingua tutt’ora parlata dai sinti, ndr) e le ho detto che avrei voluto conoscere un po’ di meglio le vita della sua gente. Così sono andato al campo di Correggio. Conoscendo le persone che vivevano lì il mio tour è continuato tramite gli incontri che facevo via via: sono andato nei campi di Carpi, Reggio, Modena, Bologna e Milano. Ma non posso generalizzare: per esempio, non sono mai andato a Casilino 900, il famoso campo di Roma. Anche se in quelle situazioni, secondo me, non è corretto parlare di “campi”: quelle sono vere e proprie baraccapoli che non hanno niente a che vedere con il campo tradizionale, composto da poche kampine (il termine con cui i romané chiamano la propria roulotte, ndr)».

Che tipo di accoglienza hai ricevuto nei campi?
«Buona. Io chiedevo loro di raccontarmi le loro storie e loro lo facevano volentieri. Una volta a Modena un uomo mi ha raccontato cose meravigliose: si partiva da situazioni ingarbugliate, con difficoltà apparentemente insormontabili, che alla fine si risolvevano per il meglio grazie a un colpo di astuzia, o di fortuna. Ero talmente contento di aver trovato delle storie del genere per il mio romanzo che a un certo punto ho chiesto a quell’uomo se erano successe davvero. Lui mi ha guardato stupito e mi ha detto “Tu mi hai chiesto delle storie, o no? E io te le racconto”. Insomma, non era vero niente. E io ho dovuto buttare via tutto. Ma l’esperienza è stata impareggiabile».

Credi che l’opinione pubblica abbia una percezione realistica dei rom?
«A febbraio di quest’anno il Corriere della Sera ha pubblicato il Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia della Commissione diritti umani del Senato. I risultati erano impressionanti: quasi la metà degli intervistati pensa che gli “zingari” in Italia siano tantissimi, uno o addirittura due milioni. Invece sono meno di 180mila. C’è molta confusione. Che i media, secondo me, contribuiscono ad alimentare. E comunque di quei 180mila solo un terzo oramai vive nei campi, a dimostrazione del fatto che tante dicotomie non valgono più. Per esempio, calciatori famosi come Andrea Pirlo e Ibrahimovìc sono sinti il primo, rom il secondo, come anche alcuni importanti giornalisti e imprenditori: esistono anche rom illustri e di successo. Ma questo non viene percepito e contribuisce ad alimentare la paura che “noi” abbiamo di “loro”. Anche i ragazzi che ho incontrato nelle scuole mi guardavano come un eroe o un matto quando dicevo che nei campi, io ci sono andato tranquillamente: mi hanno detto che loro avrebbero molta paura».

Ci racconti qualcosa della visione che i rom hanno del mondo?
«Una cosa che mi ha colpito è che molti rom votano per la Lega Nord e sono intolleranti verso gli immigrati. Incredibile, vero? Ma la ragione è ben precisa: i rom sono e si sentono italiani, e credono che gli immigrati gli rubino il lavoro».

E il tuo libro, come sta andando?
«I Pesci Rossi mi stanno riservando alcune piacevoli sorprese: il famoso Film Festival di Berlino ospita anche una sezione dedicata a libri che abbiano con particolare qualità cinematografiche, per presentarli a sceneggiatori e produttori. Ogni anno ne selezionano 10. Su suggerimento della mia agente, Silvia Brunelli, abbiamo mandato il libro. Avevamo poche speranze: l’abbiamo spedito in bozze, doveva ancora essere pubblicato. Invece è stato selezionato. È difficile dire se questa occasione si concretizzerà, ma intanto è una grande soddisfazione».

E il prossimo libro?
«È in cantiere. Ma è ancora presto per dirvi qualcosa».

Marco Truzzi; Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere; Instar Libri, 14,50 euro, 230 pp.

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