Senza arte non si riparte

1193877_75283702_optdi Luca Maramotti

Non è necessario impegnarsi in una ricerca sociologica per rendersi conto che la disaffezione giovanile per i mestieri è una realtà. La scarsa passione per un’attività lavorativa specifica è allo stesso tempo motivo e conseguenza di uno scarso grado di preparazione: mancando la voglia di impegnarsi non si investe certo tempo per prepararsi all’attività e, mancando la capacità, risulta ben più difficile impegnarsi. D’altra parte la poca passione e l’ancor minore affezione al lavoro è il risultato diretto di una concatenazione di cause che vede in cima alla lista l’orribile trattamento contrattuale a cui si vedono sottoposti parecchi precari del lavoro: come è possibile affezionarsi a un lavoro che dopo aver spremuto le possibilità fisiche ed intellettuali dovrà essere con tutta probabilità abbandonato? Viene da chiedersi a chi giova questa spirale degenerativa dei mestieri. Non di certo a chi si avvicina al mondo del lavoro, una sorta di condanna che nel migliore dei casi può essere superata in modo quasi indolore, ma non può di certo diventare fonte di soddisfazione e di senso di partecipazione civica. Per il datore di lavoro questa disaffezione al mestiere può costare molto cara: un dipendente senza motivazione può essere utile solo nelle mansioni più basilari, che stanno del resto scomparendo dalle filiere produttive, in particolare in Paesi che, come il nostro, si giocano tutto nella sfida della qualità.

Se è vero che certi escamotage contrattuali possono portare vantaggi economici e fiscali è però ugualmente vero che il turn-over continuo, che è una conseguenza diretta dello sfruttamento scriteriato, finisce per logorare l’impresa, costretta a una rincorsa al ribasso che non ha evidentemente nessun futuro. Ma le conseguenze peggiori di questa tendenza alla disaffezione si hanno in termini generali, ovvero per l’ossatura culturale ed economica della società stessa. Che l’Italia continui a essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro, infatti, lo decideranno le generazioni a venire. La precarietà uccide la passione del lavoro, la disaffezione ai mestieri rovina non solo la qualità del prodotto e del servizio ma lo stesso vivere civile. Come dimostra il polverone alzato dalla lettera di Pierluigi Celli a La Repubblica (ovvero le centinaia di commenti da parte di giovani interessati), il problema è l’impossibilità di sentirsi parte di un’insieme che collabora quotidianamente alla costruzione e al mantenimento di una ricchezza comune: si vuole solo arrivare nel modo più comodo allo stipendio. Una volta i bambini potevano e volevano sognare di fare l’astronauta, il pompiere o, con un certo disorientamento geografico e temporale, addirittura lo sceriffo. Ora vogliono tutti essere calciatori o, nei casi più gravi, tronisti: “meglio che lavorare”, sembra essere la motivazione tra le righe. Ecco perché quest’allontanamento dal lavoro incrina lo stesso ordinamento del nostro vivere civile: una repubblica fondata su panem et circenses non può essere, nemmeno con tutta la buona volontà, per niente democratica.

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