L’homo faber può aspettare?

L’artigiano del Duemila è digitale. La sua officina di trova in una struttura in vetro e acciaio che ospita mostre d’arte. Un laboratorio in cui, accanto a martelli e seghe, ci sono microchip, stampanti tridimensionali e laser cutter. È a Reggio Emilia, nello Spazio Gerra, che incontriamo Francesco Bombardi, folta barba nera, 41 anni, una laurea in architettura al Politecnico di Milano. Così si presenta colui che ha dato vita al locale Fab Lab, un’officina sospesa fra passato e futuro che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale. «Mi piace il termine Fab – racconta Francesco – perché mi ricorda, oltre al termine laboratorio, anche l’idea di Fabulous e i Fab Four di Liverpool. Questo di Reggio Emilia è uno dei primi Fab Lab in Italia ed è l’unico ad avere sede in un centro per l’arte contemporanea». Bombardi racconta che l’ispirazione gli è nata dopo un viaggio ad Amsterdam dove ha visitato il Fab Lab locale, ma aggiunge che nel suo cuore il laboratorio era già presente fin da quando, da piccolo, piantava chiodi su assi di legno nel laboratorio del nonno. «Siamo una generazione che ha perso l’abitudine al lavoro manuale, dobbiamo tornarci, ma con uno strumento nuovo da sfruttare: il digitale. è così che si legano i bit agli atomi, che il virtuale torna reale, e che si dà nuova vita ai valori della tradizione», dice.

Fab che!?
I Fab Lab sono officine dove la riproducibilità industriale si sposa con la produzione su misura artigiana e la filosofia della condivisione open source. sono i luoghi della terza rivoluzione industriale, secondo molti
I Fab Lab (Fabrication Laboratories, ndr) sono nati da un’intuizione di un gruppo di ricerca del Mit, il Massachussets institute of technology di Boston e si stanno diffondendo in giro per il mondo. Sul sito del Fab Lab Italia si legge che questi sono spazi “in cui tutti possono progettare e realizzare i loro oggetti, esattamente come li vogliono. Un Fab Lab è il figlio dell’industria da cui ha preso la precisione e la riproducibilità dei prodotti, il nipote dell’artigianato della progettazione su misura, fratello dell’opensource con cui condivide la filosofia di scambiarsi progetti liberamente”. Quello reggiano ha visto la luce nell’ottobre scorso ed è tra i primi in Italia dopo le esperienze pilota di Torino e Milano. Il Fab Lab è nato grazie alla sinergia fra Rei (Reggio Emilia Innovazione) che ha investito sul progetto e ne ha curato la gestione e il Comune di Reggio che, all’interno del progetto dell’Area Nord, ha voluto fare dell’economia della conoscenza e dell’innovazione, degli start up e spin off d’impresa, un volano per lo sviluppo, affidato anche al talento di giovani creativi. «Il nostro compito – racconta Bombardi – è quello di mettere in connessione i giovani talenti e le imprese».

Maniglie e nasi di Pinocchio
Professionisti, imprese e scuole: sono parecchi, e strategici, i soggetti che il Fab Lab reggiano ha attratto nei primi mesi di attività. Ne sono prova gli svariati oggetti che già popolano scaffali e tavoli
Ma come funziona un Fab Lab? In tanti modi. Il principale, appunto, è quello di permettere a giovani designer e architetti di trasformare progetti disegnati al pc in veri e propri modellini plastici in 3D, utili per la presentazione ai clienti o per valutare modifiche e personalizzazioni. Bombardi ci mostra alcuni oggetti realizzati dalla stampante in 3D di Reggio Emilia: una chiave inglese, una custodia per cellulare, una maniglia con una dinamo collegata per immagazzinare l’energia sprigionata dall’apertura della porta. Continua Bombardi: «Le macchine si possono affittare a 60 euro l’ora, ma accettiamo anche una forma di pagamento in consulenza. Se un ingegenere o un architetto lo desiderano, possono usare le macchine e farci accumulare crediti che spenderemo facendogli fare una consulenza per le aziende che si rivolgono a noi». Sì, perché il Fab Lab è guardato con interesse anche da diverse imprese del nostro territorio e non solo. I settori su cui questa tecnologia esercita maggiore interesse sono quelli della moda, della meccatronica, del food e della formazione. «Le persone che vengono qui a sviluppare prototipi vengono inseriti in una banca dati che può essere molto interessante anche per le aziende in cerca di talenti», aggiunge Bombardi. Ma il Fab Lab, e non potrebbe essere diversamente in una città come Reggio, è anche un luogo in cui si fa formazione, soprattutto verso i più giovani. Racconta Francesco: «Vengono qui molte scolaresche. Recentemente abbiamo fatto un progetto sui nasi di Pinocchio. Loro li hanno disegnati e poi ne abbiamo fatto dei modellini in 3D e inventato sopra una storia».

Effetti collaterali
Le macchine di prototipazione rapida rappresentano un linguaggio universale utile all’incontro virtuoso di persone e competenze. L’aggregazione e lo scambio di conoscenze per l’accelerazione dello sviluppo è la potenzialità più spiccata del Fab Lab
Altra cosa che il Fab Lab fa è quella di mettersi a disposizione per consentire al Comune di partecipare a bandi nazionali ed europei per ottenere finanziamenti su singoli progetti. Racconta Bombardi: «Questi primi mesi di attività rivelano già una potenzialità spiccata del Fab Lab Reggio Emilia come luogo di aggregazione e scambio di conoscenza e con la possibilità di divenire un vero e proprio moltiplicatore e acceleratore d’impresa attraverso la rete e la velocità di connessione. Le macchine di prototipazione rapida conferiscono al Fab Lab un linguaggio universale capace di innescare un processo virtuoso di incontro tra le persone per parlare di progetti e produzione. Questo dà la possibilità di costruire un database di risorse umane e competenze da attivare a seconda delle richieste. Il tutto non ha un immediato ritorno economico per il laboratorio ma può produrre un vantaggio sociale e di rete e può sviluppare conoscenza di mercato. Privati, aziende, professionisti possano trovare nel Fab Lab e nello Spazio Gerra sinergie ed economie per sviluppare nuove forme di produzione (e autoproduzione) anche con il supporto di piattaforme web. Per questo auspichiamo di poter realizzare eventi capaci di mantenere alta l’attenzione e coinvolgere sempre più persone (per esempio: Fab Cafè, dove verranno portati oggetti rotti da riparare o manutenere) attraverso una mirata strategia di comunicazione». Dai primi contatti con privati e aziende (medio-piccole) emerge sicuramente un’esigenza di implementazione degli aspetti legati al design e alla comunicazione di prodotto. Continua Bombardi: «Il privato cerca in primo luogo condivisione di idee, stimoli legati allo spirito suggestivo delle tecnologie digitali e spesso anche risposte concrete. Le aziende sono principalmente interessate alla interconnessione possibile, al trasferimento tecnologico, alla conoscenza dei talenti e loro formazione, al veloce scambio di competenze. Cercano in qualche caso un nuovo canale di promozione e traggono vantaggio dalla facilità di accesso ad alcune competenze specifiche (design e comunicazione tra le prime). Le scuole hanno colto il grosso potenziale educativo presente a partire dalle nuove tecnologie, in grado di generare interesse ma anche di aggregare le competenze in modo focalizzato a un progetto».
Can we wait?
Obama ha appena investito 30 milioni di dollari nella ricerca per potenziare le stampanti 3D. In italia quasi nessuno sa cosa siano e non c’è nessuno che le produce
A Reggio Emilia si sta lavorando dunque alla Terza rivoluzione industriale di cui ha scritto l’Economist. In effetti, come ci testimonia Bombardi, grazie alle stampanti tridimensionali un prodotto può essere progettato su un computer e, subito dopo, essere stampato in 3D, con un sistema che crea un oggetto solido attraverso la sovrapposizione di diversi strati di materiale uno sull’altro. Secondo il settimanale economico queste stampanti potranno produrre qualsiasi cosa nel giro di pochi anni, dall’oggetto più piccolo a un intero garage. Aggiunge Bombardi: «Non solo. Pensi a una persona che ha bisogno di un pezzo di ricambio, prodotto a migliaia di chilometri di distanza da dove abita. Se ha una stampante 3D si fa inviare i dati del pezzo e lo riproduce a casa sua. E sa una cosa incredibile? Obama ha appena investito 30 milioni di dollari per potenziare lo sviluppo di stampanti 3D negli Stati Uniti, mentre in Italia nessuno sa cosa siano e non esiste un produttore di queste macchine». La campagna del presidente appena rieletto si chiama “We can’t wait”. Evidentemente, noi, in Italia, possiamo invece concederci il lusso di aspettare.

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