Il ritorno del lupo

Il lupo è tornato ad abitare i nostri Appennini: alcuni esemplari sono stati avvistati persino nelle zone collinari della provincia di Reggio Emilia. Gli allevatori hanno segnalato diversi attacchi ai loro capi di bestiame e non sono mancate le polemiche politiche, più o meno strumentali. Per saperne di più su questo ritorno, abbiamo parlato con due scienziati che di lupi si occupano da anni, per lavoro e per passione.

Giorgio Boscagli, oggi Direttore del Parco delle Foreste Casentinesi, che nel 1983 assieme alla sua equipe ha per primo certificato il ripopolamento dell’appennino romagnolo, censendo 6/7 individui; e Luca Artoni, Responsabile dell’Oasi Lipu di Bianello, che per la sua tesi di laurea in Biologia, alla Sapienza di Roma, ha seguito per un anno intero un esemplare nei suoi spostamenti.

A quest’ultimo chiediamo innanzitutto da dove proviene questa passione per i lupi (che a dire il vero accomuna entrambi). “Il lupo è un animale molto intelligente che si adatta alle situazioni ecologiche più disparate: la specie Canis lupus vive dai deserti del Medio Oriente sino alla taiga dell’emisfero boreale. Il mio interesse per il lupo risale alla fanciullezza: ho sempre nutrito una speciale passione verso i grandi predatori; in più il lupo è un animale estremamente sociale con una struttura del branco organizzata e gerarchica”. E prosegue il dott. Artoni nella descrizione delle particolari caratteristiche di questo animale: “Il lupo può essere paragonato a un fantasma: la sua presenza nei boschi è invisibile. È schivo e riservato, fugge dall’uomo, ma questa diffidenza gli ha permesso di sopavvivere, pur essendo stato l’animale più cacciato in Italia per molti decenni. Solo dal 1973, infatti, la specie Canis lupus viene protetta dalla legge”.

1973: una data chiave nella storia recente di questa specie, che emerge anche nella chiacchierata con il dott. Boscagli. Ma quanti sono questi lupi? “Un censimento di quell’anno rivelava esemplari di questa specie solo fino ai Monti Sibillini, in 9 aree lungo l’Appennino centrale, e in circa 100 unità. Oggi i lupi sono all’incirca un migliaio e oltre all’Appennino, sono risaliti a popolare anche le Alpi”. Ma se è vero che sono come fantasmi come si fanno a censire questi individui? Spiega Boscagli: “Il lupo si può studiare basandosi su segni indiretti. Gli avvistamenti sono abbastanza rari e casuali. Durante lo studio che effettuai all’inizio degli anni ’80 usammo la tecnica detta wolf-howling, che può essere utilizzata sia in estate, quando si concentra sulla presenza di cuccioli che sono particolarmente sensibili agli ululati indotti e hanno una voce molto diversa dagli adulti, sia in inverno, quando si tenta la stima dell’intera popolazione. Il loro ululato, quindi, è diagnostico per verificare sia la presenza di adulti in genere, che di nuclei riproduttivi”.

Ma a cosa è dovuto il ripopolamento? Ci spiega il dott. Artoni: “La diffusione del lupo nel nostro Appennino è dovuto a un fenomeno che possiamo chiamare di “dispersione”. I giovani lupi, infatti, sono sempre in cerca di nuove aree per accoppiarsi e formare un nuovo branco. Un giovane lupo in fase di dispersione è capace di percorrere moltissimi km e spostarsi notevolmente rispetto al proprio luogo di nascita. è per questo motivo che in certe aree i lupi sono comparsi così improvvisamente. La diffusione della specie in Appennino è dovuta a diverse condizioni: l’abbandono dei paesi di montagna da parte dell’uomo, una maggiore sensibilità ai temi ambientali rispetto a 30-40 anni fa e, soprattutto, l’incremento della presenza di prede selvatiche. Il capriolo e il cinghiale, per esempio, hanno favorito il ritorno del lupo, loro predatore naturale”.

Agricoltori e allevatori stanno subendo danni e mostrando segni di insofferenza per la presenza di lupi. Questi animali costituiscono davvero un pericolo per le realtà economiche del territorio e per i cittadini? Il dott. Artoni ci rassicura: “Il lupo non è un pericolo per l’uomo: molti di noi mentre camminano nel bosco possono trovarsi a pochi metri dai lupi senza nemmeno accorgersene. Il lupo, infatti, evita accuratamente l’uomo. Per quanto riguarda invece gli allevamenti il lupo può rappresentare una minaccia reale, nella gestione del bestiame, pertanto, l’allevatore deve tener presente la sua presenza nel territorio: serviranno recinti ad hoc, oltre a validi cani da guardia (vedere alla voce pastore maremmano-abruzzese) e alla presenza costante del pastore a vigilare sulle greggi. In un’area in cui il lupo è presente è importante che gli Enti (Regione o Provincia) tutelino gli allevatori dando loro dei contributi per la costruzione dei recinti e, in caso di decesso dei capi di bestiame, risarciscano in tempi brevi l’allevatore colpito. Il tipo di predatore non deve essere fattore determinante per il risarcimento, visto che è molto difficile, se non impossibile, stabilire se il bestiame sia stato vittima di un lupo o di un grosso cane”.

In effetti esistono progetti specifici atti a mitigare le conseguenze della presenza di lupi sulle attività economiche, come quello europeo, chiamato “Life-Extra”, cui partecipano i Parchi regionali e nazionali, oltre che la Regione Emilia Romagna e i Comuni coinvolti, che ha lo scopo di standardizzare e ottimizzare le procedure di verifica e liquidazione in caso di danni. Ma, ci spiega il dott. Boscagli; “parlando di questo argomento occorre fare anche un ragionamento che tenga in considerazione lo stato di salute dell’ecosistema generale in cui il lupo si è di nuovo inserito. Perchè da un punto di vista biologico ci sono nuove prede che un tempo non c’erano per il lupo, e più l’ecosistema tenderà all’equilibrio, meno problemi questi animali daranno agli allevamenti”. E non è tutto: “Dall’altro lato non si può nemmeno pensare di ridurre a zero il danno – aggiunge Boscagli -: occorre mettere in conto eventualità di attacchi ai capi di bestiame nella stessa misura in cui si mette in conto una grandinata o una tempesta. Da un punto di vista politico e amministrativo quindi la cosa migliore è preoccuparsi dell’equilibrio dell’ecosistema e approntare fondi di salvaguardia e garanzia per risarcire i casi eccezionali”.

Tornando alla natura: quali altre specie stanno tornando ad abitare l’Appennino e quali tendono a scomparire? Il dott. Artoni ci spiega: “Tra gli animali in calo si possono citare alcune specie di uccelli che legano la propria esistenza all’agricoltura. La tendenza trova riscontro anche a livello nazionale, a testimoniare che quando l’agricoltura si accompagna alla chimica (pesticidi, erbicidi, insetticidi, eccetera) molti volatili abbandonano il nostro territorio, poiché l’utilizzo dei diserbanti comporta la diminuzione di insetti: rondini, passeri d’Italia, cutrettole, allodole e strillozzi, stanno progressivamente abbandonando il nostro paese. Ci sono altre specie, invece, che stanno occupando aree del nostro Appennino: l’istrice, per esempio, nel giro di 10 anni ha riconquistato varie zone collinari e montuose”.

Sarà possibile che un giorno anche l’orso torni a vivere da queste parti? Le idee divergono tra gli studiosi. La questione è complessa… da rimandare a un futuro approfondimento.

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