L’ultima campagna (di insulti)

Elections - Flag and B_optdi Luca Maramotti

Si è conclusa un’altra tragicomica campagna elettorale fatta di slogan, anatemi, insulti, bracci di ferro e celodurismi. A noi cosa è rimasto?
A pochi giorni dalle consultazioni elettorali per il rinnovo delle Giunte Regionali sono già stati prodotti fiumi di inchiostro per analizzare, considerare e sviscerare i risultati. Il cittadino medio, ovvero il cittadino mediamente interessato alle elezioni che periodicamente portano al rifacimento dell’apparato della politica italiana, ha già avuto modo di leggere decine di articoli e di assistere ad altrettante trasmissioni televisive conseguenti allo spoglio. Di fronte all’inevitabile bombardamento informativo ed interpretativo è molto facile che il suddetto cittadino medio abbia già dimenticato il convulso periodo pre-elettorale, quel periodo che, con l’appropriato nome di ‘campagna’, ricorda molto l’aggressività di una guerra (poco) civile.

Ormai decretati i vinti e i vincitori, le vicende della campagna elettorale appaiono già lontane, nebulose, sbiadite. Tuttavia, anche per esercizio mnemonico, è bene soffermarsi su alcune delle dinamiche che hanno caratterizzato l’avvicinamento al culmine elettorale. E’ innegabile che le campagne elettorali rappresentano piuttosto efficacemente lo stato della democrazia: il confronto tra rappresentanti politici si muove su regole che esprimono non solo l’umore ma anche i meccanismi profondi di uno stato e di una nazione. E’ altrettanto innegabile che le campagne elettorali italiane sono caratterizzate da una profonda coerenza: a partire dallo scontro DC-PCI delle elezioni del 1948, i confronti politici che hanno preceduto i voti amministrativi e politici del nostro Paese hanno marcato confini ben precisi tra due o più fazioni, sempre più arroccate su posizioni inconciliabili. Questa tendenza non è stata mai abbandonata. L’ultima consultazione elettorale ha riguardato il rinnovo di consigli e giunte locali, ma lo scontro regionale si è costantemente proiettato sulla situazione nazionale e, per estensione, sulle anime profondamente divise di un Paese che ormai non trova più gli spazi necessari per una sana discussione su temi concreti. Non si è mai avuta la sensazione, ad esempio, che la questione fondamentale fosse la gestione degli apparati sanitari, che costituisce circa l’80% del bilancio di ogni Regione.

Con malizia, o forse solo per abitudine, i candidati hanno preferibilmente cercato il muro contro muro delle ideologie (che dovrebbero essere già morte o moribonde) con il risultato immediato di una dialettica che è sfociata nell’astratto ideologico, quando non nell’insulto: la Chiesa ha lanciato il suo anatema contro il ‘voto abortista’, un candidato della Lega Nord, a domanda, ha risposto che il principale vanto della sua Regione è “la pacatezza dei piemontesi”, mentre il Presidente del Consiglio è arrivato a ricordare all’avversaria come la sua scarsa avvenenza possa risultare traumatica nell’incontro quotidiano con lo specchio. Se le questioni sono queste si può tranquillamente procedere ad abolire il periodo di cosiddetta ‘campagna elettorale’: riguardo a altre tematiche, infatti, gli italiani hanno l’occasione di essere sufficientemente informati nel corso del normale svolgimento delle attività politiche.

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