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	<title>ImprenditoriImprenditori | Imprenditori</title>
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	<description>mensile di economia e cultura</description>
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		<title>Trend is your friend</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 10:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Charles Dow]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luana Velardo La cassetta degli attrezzi di cui ogni trader deve dotarsi prima di operare deve contenere strumenti che permettano di orientarsi tra le continue indicazioni contrastanti provenienti dal mercato. Un posto di rilievo in questa cassetta va riservato all’osservazione del trend in atto, contro il quale non è mai saggio posizionarsi. Nel 1884 Charles Dow, da cui prese nome il noto indice americano, fondò la prima teoria dell’analisi tecnica, tuttora considerata di vitale importanza per i suoi principi fondamentali, sempre attuali. Un uptrend si realizza quando si registrano massimi e minimi crescenti, mentre un downtrend si verifica quando si susseguono massimi e minimi decrescenti. Congiungendo tra loro massimi e minimi, si crea sul grafico un canale all’interno del quale i prezzi oscillano fino a quando non si verifica un segnale di inversione di tendenza. In un rally al rialzo ogni correzione può definirsi tale fino a quando l’ultimo minimo rimane superiore al precedente; quando invece l’ultimo massimo e l’ultimo minimo sono inferiori ai precedenti si ha conferma che le forze tra compratori e venditori sono mutate. Quando invece si verifica o solo un minimo o solo un massimo inferiore ai precedenti bisogna stare all’erta, perché significa che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4605" title="wall_street" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/wall_street.jpg" alt="" width="422" height="275" />di Luana Velardo</strong><br />
La cassetta degli attrezzi di cui ogni trader deve dotarsi prima di operare deve contenere strumenti che permettano di orientarsi tra le continue indicazioni contrastanti provenienti dal mercato. Un posto di rilievo in questa cassetta va riservato all’osservazione del trend in atto, contro il quale non è mai saggio posizionarsi.</p>
<p>Nel 1884 Charles Dow, da cui prese nome il noto indice americano, fondò la prima teoria dell’analisi tecnica, tuttora considerata di vitale importanza per i suoi principi fondamentali, sempre attuali. Un uptrend si realizza quando si registrano massimi e minimi crescenti, mentre un downtrend si verifica quando si susseguono massimi e minimi decrescenti.</p>
<p>Congiungendo tra loro massimi e minimi, si crea sul grafico un canale all’interno del quale i prezzi oscillano fino a quando non si verifica un segnale di inversione di tendenza. In un rally al rialzo ogni correzione può definirsi tale fino a quando l’ultimo minimo rimane superiore al precedente; quando invece l’ultimo massimo e l’ultimo minimo sono inferiori ai precedenti si ha conferma che le forze tra compratori e venditori sono mutate. Quando invece si verifica o solo un minimo o solo un massimo inferiore ai precedenti bisogna stare all’erta, perché significa che il trend è affaticato.</p>
<p>I trend si suddividono in tre categorie: il primario, il secondario e il minore. Quelli primari sono suddivisi a loro volta in tre fasi: l’accumulazione, nella quale acquistano gli operatori meglio informati che ritengono che le notizie negative siano state assimilate; la partecipazione pubblica, in cui i trend followers si accodano agli acquisti spinti dalle notizie sempre più positive; la distribuzione, quando i meglio informati distribuiscono i titoli ai “ritardatari”.</p>
<p>La validità di questa teoria è strettamente collegata all’orizzonte temporale adottato: più il time frame è ampio, più i segnali sono affidabili; mentre più sarà stretto, più i segnali richiederanno ulteriori conferme. Da ciò deriva che questa analisi sarà utilizzata maggiormente per operazioni di posizione osservando i time frames giornalieri e settimanali con l’intento di cogliere buona parte del trend, ma per operazioni intraday dovrà essere affiancata ad altre tecniche.</p>
<p>E’ fondamentale sottolineare che queste dinamiche nascono dall’operatività degli attori sul mercato, a loro volta mossi dall’emotività, che si manifesta sempre nelle stesse modalità: nelle fasi di accumulazione prevale nella psicologia collettiva la paura incentivata dalla caduta dei prezzi, per cui si rimanda l’acquisto e, una volta che la speranza ha lasciato il posto alla disperazione, si svende; nella fase di partecipazione pubblica prevale l’ottimismo nel vedere i prezzi risalire, per cui si compra in fretta; nella fase distributiva, infine, prevale l’avidità, che impedisce di monetizzare il guadagno teorico realizzato perché si pretende sempre di più.<br />
Ecco perché i trader hanno imparato che la chiave del successo risiede solo nella gestione della propria emotività.</p>
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		<title>11° Be different but same same*</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 10:39:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>

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		<description><![CDATA[di Silvia Pergetti In America quando un cliente fa una richiesta basata sulle sue preferenze ha tutti i diritti di essere accontentato. La mentalità americana ti legittima, per citare Burger King, ad “Averlo a modo tuo”, perché, come dice Starbucks, “la felicità è nelle tue scelte” Sheena Yengar, studiosa di comportamento del consumatore, 2010 La prima cosa che colpisce un europeo all’esplorazione dell’Asia è la limitata disponibilità di spazio vitale. Secondo una statistica stilata da citymayor.com nel 2007, un km2 di Mumbai ospitava quasi 30.000 persone, mentre a Berlino, Roma e Milano a spartirsi il km2 erano solo in 3.000. Tassi di densità di questo genere hanno un’inevitabile conseguenza: solo pochi privilegiati possono averlo, l’hamburger, “a modo loro”. Le preferenze di tutti gli altri sono purtroppo destinate a rimanere disattese. Un viaggio nella densissima India rende concreti e tangibili i problemi fantasma che infestano i giornali europei: depauperamento delle risorse, scarsità di cibo e acqua, inquinamento ambientale e acustico. A Delhi, la capitale, una fornitura di elettricità continua non può essere data per scontata (nemmeno negli uffici); tanto meno l’acqua corrente. The Indian Express si scandalizza: in data 5 marzo dieci delle maggiori centrali elettriche in funzione disponevano di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4599" title="P0116f28c_s_hamburger_mcdonalds" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/P0116f28c_s_hamburger_mcdonalds.jpg" alt="" width="400" height="300" />di Silvia Pergetti</strong><br />
<em>In America quando un cliente fa una richiesta basata sulle sue preferenze ha tutti i diritti di essere accontentato. La mentalità americana ti legittima, per citare Burger King, ad “Averlo a modo tuo”, perché, come dice Starbucks, “la felicità è nelle tue scelte”<br />
Sheena Yengar, studiosa di comportamento del consumatore, 2010</em></p>
<p>La prima cosa che colpisce un europeo all’esplorazione dell’Asia è la limitata disponibilità di spazio vitale. Secondo una statistica stilata da citymayor.com nel 2007, un km2 di Mumbai ospitava quasi 30.000 persone, mentre a Berlino, Roma e Milano a spartirsi il km2 erano solo in 3.000. Tassi di densità di questo genere hanno un’inevitabile conseguenza: solo pochi privilegiati possono averlo, l’hamburger, “a modo loro”. Le preferenze di tutti gli altri sono purtroppo destinate a rimanere disattese.<br />
Un viaggio nella densissima India rende concreti e tangibili i problemi fantasma che infestano i giornali europei: depauperamento delle risorse, scarsità di cibo e acqua, inquinamento ambientale e acustico. A Delhi, la capitale, una fornitura di elettricità continua non può essere data per scontata (nemmeno negli uffici); tanto meno l’acqua corrente. The Indian Express si scandalizza: in data 5 marzo dieci delle maggiori centrali elettriche in funzione disponevano di una riserva di carbone inferiore a un giorno. E il prezzo del carburante continua a salire, anche se calmierato da incentivi statali: 70 rupie per la benzina (circa 1,07 €), 40 per il diesel.</p>
<p>Nonostante per le strade della Delhi bene sia frequente vedere ancora in uso un ferro da stiro a braci di carbone che neanche le nostre nonne usano più (sono i cosiddetti istri wala, i ragazzi del bucato, che ritirano i vestiti e li stirano su tavole ai margini delle strade), l’avvento del consumismo comincia a farsi sentire: secondo i dati dell’ultimo, censimento, il 63% delle famiglie indiane si serve di una linea telefonica, mentre il 53% è in possesso di un telefono cellulare (peccato che solo il 46% delle case indiane disponga di un bagno).<br />
Il mondo guarda alle economie emergenti con il fiato sospeso: cosa accadrà quando tutte quelle bocche da sfamare si sentiranno legittimate a pensare all’americana?</p>
<p>In società come la nostra tutto ruota intorno all’io. Nella maggior parte dei casi, le scelte economiche degli individui sono finalizzate a esprimere, attraverso le cose, la loro diversità e unicità. Come se le cose che possediamo parlassero una propria lingua e precedessero il nostro arrivo con il loro messaggio: “io sono io e sono diverso”. La felicità, ci insegna il consumismo, consiste nell’affermare la propria identità in contrapposizione alla massa. E inutile dire che questo tentativo di differenziazione comporta un notevole impiego (e spreco) di risorse. Una fascinazione cui non è immune neanche Madre Natura: si pensi al pavone, a quale impiego di colori e forme fa per emergere dalla massa dei suoi simili e assicurarsi una degna discendenza.</p>
<p>Naturalmente ci auguriamo che in India arrivi presto il momento in cui l’individuo faccia la differenza. Non solo: in cui all’individuo sia data la possibilità di fare la differenza. Magari, però, senza pensare che l’unico mezzo per farlo sia attraverso il possesso di cose. Questo sì che sarebbe un bel progresso.<br />
* Same same but different è un’espressione popolare in Thailandia utilizzata soprattutto quando si vuole vendere qualcosa: “Is this a real Rolex?”, “Yes Sir, same same but different”.</p>
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		<title>Speculazione VS gioco d’azzardo</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 07:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[rischio rovina]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luana Velardo Quante volte mi sento chiedere: “Ma tu giochi in borsa?”. Nell’immaginario collettivo il trading è percepito come un gioco: i trader novizi, abilmente stimolati da pubblicità ad hoc ed attratti dall’illusione di rapidi e facili guadagni, pagano spesso un conto salato per una errata interpretazione della speculazione. Nonostante il senso comune abbia conferito a questo termine un’accezione moralmente negativa, etimologicamente deriva dal latino specula (vedetta), da‘specere’(scrutare) e in senso traslato significa ‘guardare nel futuro’. Premesso che nessun essere umano e nessun trading system possono prevedere il futuro, lo speculatore professionale assume posizioni in base ad aspettative sull’andamento futuro di una o più variabili aleatorie, e ciò che lo distingue dal giocatore d’azzardo è che il suo risultato non è determinato dal caso (nel lungo termine gli effetti della fortuna e della sfortuna si compensano). Egli è costantemente consapevole dei rischi che sta correndo, ha già preventivato una via d’uscita d’emergenza e soprattutto ha già stabilito a priori la perdita massima sostenibile, identificando un livello di prezzo raggiunto il quale sarà necessario concretizzare una perdita, prima che questa si trasformi nel cosiddetto catastrofic loss. Il rischio rovina è sempre dietro l’angolo e può verificarsi con un’unica operazione gestita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4573" title="trading_automatico-1" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/trading_automatico-1.jpg" alt="" width="424" height="238" />di Luana Velardo</strong></p>
<p>Quante volte mi sento chiedere: “Ma tu giochi in borsa?”. Nell’immaginario collettivo il trading è percepito come un gioco: i trader novizi, abilmente stimolati da pubblicità ad hoc ed attratti dall’illusione di rapidi e facili guadagni, pagano spesso un conto salato per una errata interpretazione della speculazione.</p>
<p>Nonostante il senso comune abbia conferito a questo termine un’accezione moralmente negativa, etimologicamente deriva dal latino specula (vedetta), da‘specere’(scrutare) e in senso traslato significa ‘guardare nel futuro’.</p>
<p>Premesso che nessun essere umano e nessun trading system possono prevedere il futuro, lo speculatore professionale assume posizioni in base ad aspettative sull’andamento futuro di una o più variabili aleatorie, e ciò che lo distingue dal giocatore d’azzardo è che il suo risultato non è determinato dal caso (nel lungo termine gli effetti della fortuna e della sfortuna si compensano). Egli è costantemente consapevole dei rischi che sta correndo, ha già preventivato una via d’uscita d’emergenza e soprattutto ha già stabilito a priori la perdita massima sostenibile, identificando un livello di prezzo raggiunto il quale sarà necessario concretizzare una perdita, prima che questa si trasformi nel cosiddetto catastrofic loss.</p>
<p>Il rischio rovina è sempre dietro l’angolo e può verificarsi con un’unica operazione gestita male, che può andare ad inficiare i profitti di innumerevoli piccoli gain precedenti, distruggendo il capitale psicologico, oltre che quello economico.<br />
Il giocatore d’azzardo è interessato esclusivamente al profitto e non alla qualità del profitto, subisce gli eventi anziché dominarli, perché privo di metodo e di una view imprenditoriale.</p>
<p>Il denaro nella speculazione deve essere considerato un mero strumento e non un fine: se si inizia a fantasticare su ciò che si potrebbe comprare coi soldi guadagnati o con ciò che si sarebbe potuto comprare con quelli persi, si esce dal trading e si entra nel mondo delle illusioni. I peggiori compagni di viaggio di ogni scommettitore sono le aspettative, i desideri, la speranza e l’illusione, tutti elementi che hanno come comune denominatore l’eccesso.</p>
<p>Il giocatore che si intestardisce sulle proprie convinzioni senza concedersi il beneficio del dubbio, con la presunzione di avere ragione e ignorando l’evidenza dei fatti, si predispone a un suicidio finanziario. Nutrendosi di emozioni, non conosce la prudenza, né l’arte dell’attesa e spesso gioca per un inconscio inseguimento delle perdite.</p>
<p>Il vantaggio statistico garantito dal calcolo delle probabilità è un elemento fondamentale per approcciarsi alla speculazione senza andare incontro a un fallimento certo, ma l’aspetto più complicato da gestire dopo che la posizione è stata aperta è l’emotività, che coinvolge inevitabilmente chiunque e può essere dominata solo con l’esperienza.<br />
Diciamolo: l’esperienza è l’insegnante più esigente che possiamo incontrare, dal momento che prima ci fa l’esame e solo dopo ci spiega la lezione.</p>
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		<title>Io penso critico</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 16:13:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Carlo Alberto Redi]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Flamigni]]></category>
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		<category><![CDATA[don Franco Barbero]]></category>
		<category><![CDATA[Giornate della laicità 2012]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfranco Pellizzetti]]></category>
		<category><![CDATA[Reggio Emilia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il pensiero unico sembra essere il morbo di cui è vittima la nostra società: quali strategie per non subirlo? ne abbiamo parlato con alcuni intellettuali e accademici che animeranno a reggio emilia la terza edizione delle giornate della laicità di Fabrizio Corgnati fotografie di Alfredo Anceschi La democrazia italiana è malata? Il suo morbo potrebbe essere il pensiero unico: l’insofferenza al disturbo delle posizioni critiche, l’allergia al pluralismo delle opinioni, la scelta di schierarsi – sempre e comunque – dalla parte del più forte. Esiste una cura per questa epidemia, resistente anche ai cambi di governo e ormai connaturata alla nostra società? Ne abbiamo discusso con alcuni degli intellettuali e accademici che animeranno con le loro riflessioni le Giornate della Laicità di Reggio Emilia, che diventerà per tre giorni capitale mondiale del pensiero critico. «Da medico, non sono abituato a verità assolute e definitive, ma a consensi, che sono le mie verità finché durano – ci introduce alla questione Carlo Flamigni, direttore scientifico della manifestazione – E, come tutte le cose terrene, cominciano a morire mentre si formano. Il problema nasce quando il pensiero religioso scende sul terreno della razionalità e pretende di dettare le regole. Non ho niente contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il pensiero unico sembra essere il morbo di cui è vittima la nostra società: quali strategie per non subirlo? ne abbiamo parlato con alcuni intellettuali e accademici che animeranno a reggio emilia la terza edizione delle giornate della laicità</em></p>
<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4645" title="croppedg-400x300" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/croppedg-400x300.jpg" alt="" width="399" height="236" />di Fabrizio Corgnati<br />
fotografie di Alfredo Anceschi</strong></p>
<p>La democrazia italiana è malata? Il suo morbo potrebbe essere il pensiero unico: l’insofferenza al disturbo delle posizioni critiche, l’allergia al pluralismo delle opinioni, la scelta di schierarsi – sempre e comunque – dalla parte del più forte. Esiste una cura per questa epidemia, resistente anche ai cambi di governo e ormai connaturata alla nostra società? Ne abbiamo discusso con alcuni degli intellettuali e accademici che animeranno con le loro riflessioni le Giornate della Laicità di Reggio Emilia, che diventerà per tre giorni capitale mondiale del pensiero critico.</p>
<p>«Da medico, non sono abituato a verità assolute e definitive, ma a consensi, che sono le mie verità finché durano – ci introduce alla questione Carlo Flamigni, direttore scientifico della manifestazione – E, come tutte le cose terrene, cominciano a morire mentre si formano. Il problema nasce quando il pensiero religioso scende sul terreno della razionalità e pretende di dettare le regole. Non ho niente contro chi dice di avere ricevuto il dono della fede, ma se tali persuasioni derivano da un ragionamento razionale, ho diritto di interloquire». Pensiero unico, insomma, fa innanzitutto rima con dogma religioso: lo sa bene don Franco Barbero, che ha pagato per le sue posizioni teologiche irregolari con l’espulsione dal clero. «Il pensiero unico, dal punto di vista teologico, è quello secondo cui non è pensabile progettare oltre un immutabile presente – spiega – Ma è una menzogna, rappresentata continuamente dai media. Bisogna separare la raffigurazione del sacro funzionale agli interessi e agli affari della Chiesa, da quella che vive nei cuori e nel pensiero delle persone. La versione ufficiale della grande Chiesa, colonna della verità, è una finzione: credo che esistano i germi di un pensiero plurale, che fatica ad esprimersi compiutamente ma non si rassegna. La cristologia storica, la teologia femminista e quella del pluralismo religioso, i 500 parroci austriaci che danno la Comunione ai divorziati e benedicono le nozze gay sono esempi sconosciuti ma audaci. E penso che la crisi del capitalismo e del dogmatismo possano aprire nuovi sentieri».</p>
<p>Non solo la religione, però, è a rischio contagio. Il pericolo del pensiero unico si insinua anche in ambiti insospettabili del sapere, come la scienza. «Il metodo scientifico aiuta ad evitare queste derive, poiché gli esperimenti vengono pubblicati e giudicati da propri pari – chiarisce Carlo Alberto Redi, biologo e divulgatore scientifico – Ma la scienza, pur avendo i suoi anticorpi, non è del tutto immune. Ci sono lobby o gruppi accademici che tendono a dettare la linea; ci sono rapporti di potere all’interno delle scuole; ci sono oggetti di studio maggiormente di moda che hanno più facilità a reperire fondi; ci sono errori in buona fede e ci sono anche frodi. Alla lunga, comunque, la verità dei fatti prevale: Jenner dovette vaccinare il figlio per convincere il mondo che il modello imperante fosse sbagliato, ma poi diventò il padre dell’immunizzazione. Penso che il metodo scientifico possa essere una via d’uscita dal pensiero unico, anche applicato ad altri saperi più pesantemente condizionati, come le discipline filosofiche o sociologiche».</p>
<p>È proprio in quest’ambito, infatti, che il pensiero unico ha maggiore presa, funzionale com’è alla sopravvivenza gattopardesca del potere. Chiosa Flamigni: «Il pensiero unico è uno strumento miserabile, che il potere sa utilizzare molto bene per mantenersi». Giungiamo così al caso più attuale di pensiero unico, quella dell’egemonia culturale neoliberista: «Nell’accezione che gli diede Ramonet su Le Monde Diplomatique, si tratta di un’escogitazione ideologica a supporto degli equilibri globali di potere intervenuti dopo il 1973, con la fine del capitalismo amministrato del Dopoguerra e l’ingresso in una fase di turbo-capitalismo – racconta il sociologo e saggista Pierfranco Pellizzetti – Il capitale, perseguendo la deregulation, ha dovuto dimostrare che questa fosse l’unica strada possibile. Ciò ha creato un cortocircuito ideologico per il quale essere poveri è considerata una colpa e si sono scatenate guerre artificiali tra gli ultimi, che distraggono da quello che fanno i primi». La strategia per sottrarsi a questo dominio non può passare dalla sola indignazione: «Il pensiero critico, se non si lega a dinamiche sociali antagoniste, rimane una pura opera di testimonianza, meritevole ma disarmata – conclude Pellizzetti – Ma lottare non è facile, perché l’effervescenza sociale – quella dei movimenti arancioni, dell’onda anomala, delle manifestazioni della Fiom – oggi non trova sponde istituzionali. L’unica speranza è che la politica, oggi subalterna all’economia, riprenda il suo ruolo fondamentale».</p>
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		<title>Chiedilo alla ricerca (e al riuso)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:42:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[biocemento]]></category>
		<category><![CDATA[D3O]]></category>
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		<category><![CDATA[materia prima seconda]]></category>
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		<description><![CDATA[L’evoluzione dell’umanità è scandita dalla scoperta di nuovi materie prime: pietra, bronzo, ferro e, solo un cinquantennio fa, silicio. Per la prima volta in questa storia millenaria, però, ci confrontiamo con la prospettiva del loro esaurimento. Ci siamo chiesti che sarà di noi dopo il silicio e, tra un supermateriale e l’altro, abbiamo ri-scoperto Lavoisier: se nulla si crea e nulla si distrugge, forse tutto dipenderà dalla nostra capacità di ri-utilizzare di Enrico Finocchiaro La storia dell’umanità è stata scandita dalla scoperta di materie prime fondamentali: l’età della pietra, del bronzo, quella del ferro, del rame… Oggi probabilmente stiamo vivendo quella che i nostri pronipoti ricorderanno come l’età del silicio, che si è accavallata all’età del petrolio, l’era dell’industrializzazione e della digitalizzazione, dell’economia fondata sullo sfruttamento della materia prima fossile: un’era che sta per finire. Le materie prime che Madre Natura è in grado di offrire sono limitate e di sempre più difficile reperimento. Ma non temete: il progresso tecnologico promette alla società umana presente e futura nuove e diverse strade per il suo sviluppo, nuovi materiali creati da tecnologie più efficienti e sostenibili, materie prime rivalutate oggi sconosciute o quasi, energie nuove da fonti inimmaginabili. Un futuro che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’evoluzione dell’umanità è scandita dalla scoperta di nuovi materie  prime: pietra, bronzo, ferro e, solo un cinquantennio fa, silicio. Per  la prima volta in questa storia millenaria, però, ci confrontiamo con la  prospettiva del loro esaurimento. Ci siamo chiesti che sarà di noi dopo  il silicio e, tra un supermateriale e l’altro, abbiamo ri-scoperto  Lavoisier: se nulla si crea e nulla si distrugge, forse tutto dipenderà  dalla nostra capacità di ri-utilizzare</em></p>
<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4602" title="o.88605" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/o.88605.jpg" alt="" width="447" height="259" />di Enrico Finocchiaro</strong></p>
<p>La storia dell’umanità è stata scandita dalla scoperta di materie prime fondamentali: l’età della pietra, del bronzo, quella del ferro, del rame… Oggi probabilmente stiamo vivendo quella che i nostri pronipoti ricorderanno come l’età del silicio, che si è accavallata all’età del petrolio, l’era dell’industrializzazione e della digitalizzazione, dell’economia fondata sullo sfruttamento della materia prima fossile: un’era che sta per finire. Le materie prime che Madre Natura è in grado di offrire sono limitate e di sempre più difficile reperimento. Ma non temete: il progresso tecnologico promette alla società umana presente e futura nuove e diverse strade per il suo sviluppo, nuovi materiali creati da tecnologie più efficienti e sostenibili, materie prime rivalutate oggi sconosciute o quasi, energie nuove da fonti inimmaginabili. Un futuro che è già cominciato. Scrutare nel domani delle materie prime non lascia spazio a pronostici azzardati, e si basa su ricerche approfondite e analisi oculate, perché l’intero sistema produttivo ormai sa di non potersi più muovere alla cieca, ma solo nell’ambito di una strategia ragionata che deve partire necessariamente dallo stato della disponibilità delle materie prime stesse.</p>
<p>Material ConneXion è un’azienda di consulenza strategica che studia l’evoluzione del panorama delle materie prime e dei materiali innovativi. Abbiamo chiesto cosa vedono dal loro punto di osservazione privilegiato, a cominciare da quelle materie prime ad alto tasso di richiesta dal mercato, che però più delle altre stanno andando incontro a un veloce esaurimento a fronte di un aumento della richiesta. «Tra le materie a più serio rischio esaurimento oggi ci sono le cosiddette terre rare – ci racconta Rodrigo Rodriquez, presidente di Material ConneXion Italia &#8211; Tra queste per esempio il Disprosio (che viene utilizzato nell’elettronica di consumo, nei materiali ceramici e nei cementi speciali) o l’Erbio, impiegato nelle fibre ottiche che ormai hanno larga diffusione nella gestione della luce. A forte rischio esaurimento c’è però anche l’Ittrio, che viene utilizzato come catalizzatore nel processo di polimerizzazione dell’etilene».<br />
La ricerca tecnologica ovviamente non sta a guardare, e inanella scoperte su scoperte, inventando nuovi materiali che rivoluzionano costantemente le tecnologie. E’ il caso ad esempio del grafene, un derivato della grafite con ottime caratteristiche conduttive, già impiegato nella costruzione di straordinari transistor con frequenze di funzionamento più che doppi rispetto agli attuali standard. L’elettronica del futuro avrà però anche un altro grande protagonista: la molibdenite, un solfuro conosciuto sin dal ‘700 che però solo recentemente sta trovando straordinarie applicazioni nell’ingegneria elettronica ed informatica, proponendosi come eccellente sostitutivo del silicio, meno ingombrante e dal consumo energetico di gran lunga inferiore.</p>
<p>La lista delle nuove materie è molto lunga, frutto di ricerche intense operate in tutti i campi, giunte fino ad ottenere autentici supermateriali degni dell’equipaggiamento di un supereroe. E’ il caso del D3O, un materiale elastico che si presenta sotto forma di gel o gomma malleabile: è già il futuro della protezione dagli urti, dalle cadute e persino dai proiettili, grazie alle sue eccezionali proprietà elastiche, che lo portano a indurirsi in una manciata di centesimi di secondo quando riceve un urto e ad assorbirne quindi almeno metà della forza cinetica, per poi ritornare immediatamente gelatinoso una volta assimilato l&#8217;impatto.<br />
Potrebbe sembrare un materiale che arriva direttamente da un film di fantascienza anche il cosiddetto ecocemento. Si tratta di un nuovo materiale edilizio prodotto sfruttando la capacità di un batterio di crescere rapidamente (grazie all’aggiunta di una sorta di “cibo” a base di lieviti, urea e cloruro di calcio) di fondersi con qualsiasi tipo di sabbia per creare un composto totalmente sostenibile sotto tutti i punti di vista. Basti pensare che è stato testato con successo anche dalla NASA, che ha usato sabbia proveniente da Marte.</p>
<p>Risultati simili sono il frutto di una ricerca tecnologica meticolosa e lungimirante. L’Italia può giocare questa sfida da protagonista con un’adeguata sinergia tra industria e ricerca scientifica? «L’interesse dell’industria c’è – conferma Rodriquez &#8211; Quello che manca sono gli investimenti nella ricerca di base. Ovviamente nelle grandi imprese la ricerca interna è vivace. Il tessuto imprenditoriale Italiano, però, è composto prevalentemente da aziende di piccole e medie dimensioni, in cui storicamente è affidata a consulenti esterni e fornitori l’attività di ricerca di nuove soluzioni relative a materiali e processi». Il problema è quindi l&#8217;investimento economico nella ricerca, che corre il rischio di non essere adeguato rispetto alle potenzialità dei nostri ricercatori. Ma Rodriquez non è pessimista: «C’è una discreta convergenza tra risorse economiche investibili e risultati. In termini assoluti però non vengono fatti grandi investimenti in ricerca avanzata come per esempio accade in Germania. Quello che possiamo notare è una certa crescita tecnologica spinta dalla necessità di risolvere problematiche legate a estetica e sostenibilità nelle aziende medio piccole. Inoltre, possiamo segnalare sviluppi e punte di eccellenza tutta italiana nella ricerca del campo dei biopolimeri e delle nanotecnologie».</p>
<p>Ma, come asseriva Lavoiser, nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma. Per questo motivo molto probabilmente la vera fonte inesauribile di nuovi materiali sarà la capacità di riciclare e reinventare quelli esistenti, a partire dai rifiuti domestici.<br />
In questa ottica è sicuramente interessante l’evoluzione della cosiddetta materia prima seconda, ossia il granulato plastico che si ricava dalla lavorazione dei rifiuti residui secchi depurati dalla frazione umida a seguito di una buona raccolta differenziata. La lavorazione meccanica dell&#8217;immondizia residua porta alla produzione di questo materiale, fabbricabile in diverse densità e adattabile alle più svariate produzioni: sedie, suppellettili, contenitori, pavimentazioni, laterizi… In Italia un materiale simile è prodotto ad esempio dal Centro Riciclo di Vedelago in provincia di Treviso, uno stabilimento innovativo che negli ultimi anni ha visto nascere diversi epigoni nelle province di Sassari e Roma. La materia prima seconda prodotta con questo procedimento è assolutamente economica ed ecologica, conveniente per tutti, e sembra proprio essere il non plus ultra dell’ecologia applicata al profitto. Ma è il punto di arrivo di una filiera di raccolta dei rifiuti perfetta come un orologio svizzero, che si realizza solo in poche zone nel nostro Paese: è sufficiente che l’immondizia da lavorare contenga una certa percentuale di rifiuto umido per essere inutilizzabile.</p>
<p>Può sembrare davvero fantascientifico, ma anche l’alimentazione vivrà in futuro di nuove materie prime, create per rendere possibile il sostentamento di una popolazione in crescita e con maggiori esigenze alimentari. E’ stato calcolato che nei prossimi 40 anni il fabbisogno di carne raddoppierà, rendendo insostenibile il mantenimento degli allevamenti intensivi, già adesso autentici inceneritori di risorse agricole e idriche, nonché i responsabili – secondo il dossier FAO del 2006 &#8211; dell’immissione del 51% dei gas serra nel pianeta, contro il 14% determinato dalle attività di trasporto umano. Il problema si risolverà con la bistecca artificiale? Il prototipo è stato presentato poche settimane fa da un team di scienziati olandesi, che sono riusciti a far crescere in laboratorio una porzione di tessuto muscolare partendo da cellule staminali. Il colore e il sapore lasciano ancora molto a desiderare e il costo della portata è stato parecchio salato (250 mila dollari!), ma si tratta del trampolino di lancio che dovrebbe portare in una dozzina di anni ad una procedura industriale ottimizzata per la bistecca del futuro: saporita, invitante, nutriente, con un contenuto di grassi controllabile e a portata di tutte le tasche. Domani tutto questo sarà la quotidianità.</p>
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		<title>Paura di cadere dalle nuvole?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 07:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Amoretti Negli ultimi trent’anni le aziende hanno imparato a migliorare il rapporto costi/prestazioni ricorrendo all’outsourcing per gli elementi non essenziali della propria infrastruttura informatica. In questA tendenza bisognerebbe inserire anche il cloud computing Se analizziamo l’evoluzione dell’informatica negli ultimi trent’anni, notiamo che le aziende hanno imparato a migliorare il rapporto costi/prestazioni ricorrendo all’outsourcing (gestione esterna) degli elementi non essenziali della propria infrastruttura informatica. In particolare, conviene che siano gestiti esternamente i servizi fisici (Web hosting, portali Web, storage) e i servizi di manutenzione (per apparati di rete, server, PC, applicativi). In questo contesto, il cloud computing (nuvola informatica) è un insieme di tecnologie che consentono di mettere a disposizione e usare risorse (hardware e software), in quantità potenzialmente illimitata, esclusivamente tramite la rete, secondo un approccio service-oriented. Il Cloud richiede e sfrutta i nuovi processori a core multipli, la tecnologia di virtualizzazione, le nuove architetture di storage distribuito, l’accesso ad Internet a larga banda. Quali sono i vantaggi del Cloud? Anzitutto la scalabilità nelle performance, dovuta al fatto che le risorse vengono allocate in modo dinamico a seconda delle necessità. Inoltre c’è la scalabilità nei costi, che per il Cloud variano a seconda delle performance richieste e delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4570" title="Cloud-Computing-2" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/Cloud-Computing-2.jpg" alt="" width="360" height="236" />di Michele Amoretti</strong><br />
Negli ultimi trent’anni le aziende hanno imparato a migliorare il rapporto costi/prestazioni ricorrendo all’outsourcing per gli elementi non essenziali della propria infrastruttura informatica. In questA tendenza bisognerebbe inserire anche il cloud computing<br />
Se analizziamo l’evoluzione dell’informatica negli ultimi trent’anni, notiamo che le aziende hanno imparato a migliorare il rapporto costi/prestazioni ricorrendo all’outsourcing (gestione esterna) degli elementi non essenziali della propria infrastruttura informatica. In particolare, conviene che siano gestiti esternamente i servizi fisici (Web hosting, portali Web, storage) e i servizi di manutenzione (per apparati di rete, server, PC, applicativi).</p>
<p>In questo contesto, il cloud computing (nuvola informatica) è un insieme di tecnologie che consentono di mettere a disposizione e usare risorse (hardware e software), in quantità potenzialmente illimitata, esclusivamente tramite la rete, secondo un approccio service-oriented. Il Cloud richiede e sfrutta i nuovi processori a core multipli, la tecnologia di virtualizzazione, le nuove architetture di storage distribuito, l’accesso ad Internet a larga banda.</p>
<p>Quali sono i vantaggi del Cloud? Anzitutto la scalabilità nelle performance, dovuta al fatto che le risorse vengono allocate in modo dinamico a seconda delle necessità. Inoltre c’è la scalabilità nei costi, che per il Cloud variano a seconda delle performance richieste e delle risorse utilizzate. Ad esempio, un’azienda che per un mese ha bisogno di uno spazio di storage di alcune centinaia di terabyte, non deve comprare dischi che, alla fine del mese, non saranno più utilizzati. Grazie al Cloud, l’azienda può pagare un mese di accesso ad un servizio di storage, con il quale i dati saranno al sicuro sulle macchine virtuali del service provider. Se dopo un mese servirà ancora uno spazio per i dati, magari ridotto, l’azienda potrà ricontrattare il servizio di storage, chiedendo meno spazio e spendendo quindi di meno, ma potrà anche cambiare service provider, a fronte di un’offerta più vantaggiosa.</p>
<p>La scelta del cloud provider deve tener conto dei seguenti aspetti: l’affidabilità e la continuità dei servizi offerti, la sicurezza, la presenza di un helpdesk di secondo livello. Nel rapporto con i fornitori di servizi cloud è fondamentale comprendere bene le modalità di recupero dei propri dati e di migrazione, nel caso si voglia cambiare operatore o tornare indietro con infrastrutture in casa.<br />
Concludiamo con qualche riflessione su come si accede ai servizi cloud. Il fornitore espone delle interfacce Web, che il cliente amministratore utilizza per selezionare il servizio richiesto (ad esempio un server virtuale completo, oppure solo storage) e per amministrarlo (configurazione, attivazione, disattivazione). Il cliente finale utilizza il servizio configurato dal cliente amministratore &#8211; le caratteristiche fisiche dell’implementazione (server reale, localizzazione del data center) sono irrilevanti. Cliente amministratore e cliente finale possono teoricamente coincidere. Entrambi utilizzano un browser per accedere al Cloud, con alcuni vantaggi innegabili: qualsiasi computer, smartphone, tablet è dotato di browser, e i principali browser sono gratuiti.</p>
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		<title>Sportivi si rimane</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 07:53:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Silvia Riccò, ex triathleta reggiana ha lasciato il mondo dello sport dopo aver vinto tutto e per una nuova e più importante sfida: fare la mamma. di Federica Imbrogli foto di Valeria Lugari Buongiorno Silvia&#8230; Toglimi una curiosità. Le tue giornate iniziano sempre così, con calma? (Ride) Più o meno. Approfitto delle aperture pre-lavoro della piscina Melato. In genere il giovedì mattina. Non siamo fatti per stare 8 ore davanti ad una scrivania. L’attività fisica non è qualcosa a cui si può rinunciare, bisogna approfittare del tempo e delle occasioni a disposizione. Touchet. Molti però, forse non sarebbero d’accordo. Soprattutto quando “non arrivi alla fine del mese”. Cosa diresti loro? Che non è una questione di denaro, nemmeno di tempo. L’occasione per fare due passi a piedi, una nuotata o un giro in bicicletta si trova. Basta volerlo. Da atleta a madre. La scelta di lasciare lo sport è arrivata all’apice della carriera. Da allora cos’è cambiato? Sono cambiate le priorità. Lo sport rimane una parte importante nella mia vita, ma ora è un piacere, non un lavoro. La differenza è nei numeri: 2 allenamenti al giorno prima, 2-3 a settimana dopo. Sono una donna, una moglie e una mamma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Silvia Riccò, ex triathleta reggiana ha lasciato il mondo dello sport dopo aver vinto tutto e per una nuova e più importante sfida: fare la mamma.</em></p>
<p><strong>di Federica Imbrogli<br />
foto di Valeria Lugari</strong></p>
<p><strong>B</strong><strong><img class="alignleft size-large wp-image-4567" title="IMG_6242_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/IMG_6242_opt-1024x682.jpg" alt="" width="571" height="379" /></strong><strong>uongiorno Silvia&#8230; Toglimi una curiosità. Le tue giornate iniziano sempre così, con calma?</strong><br />
(Ride) Più o meno. Approfitto delle aperture pre-lavoro della piscina Melato. In genere il giovedì mattina. Non siamo fatti per stare 8 ore davanti ad una scrivania. L’attività fisica non è qualcosa a cui si può rinunciare, bisogna approfittare del tempo e delle occasioni a disposizione.</p>
<p><strong>Touchet. Molti però, forse non sarebbero d’accordo. Soprattutto quando “non arrivi alla fine del mese”. Cosa diresti loro?</strong><br />
Che non è una questione di denaro, nemmeno di tempo. L’occasione per fare due passi a piedi, una nuotata o un giro in bicicletta si trova. Basta volerlo.</p>
<p><strong>Da atleta a madre. La scelta di lasciare lo sport è arrivata all’apice della carriera. Da allora cos’è cambiato?</strong><br />
Sono cambiate le priorità. Lo sport rimane una parte importante nella mia vita, ma ora è un piacere, non un lavoro. La differenza è nei numeri: 2 allenamenti al giorno prima, 2-3 a settimana dopo. Sono una donna, una moglie e una mamma che lavora. Gli impegni non mi mancano. Nonostante tutto, cerco di non farmi mancare la giusta dose di movimento. Nessuno dovrebbe rinunciarci.</p>
<p><strong>E per farlo dobbiamo necessariamente esaurirci in una lotta contro il tempo?</strong><br />
No. Sempre più impianti sportivi prevedono aperture di prima mattina o in pausa pranzo. Poi basterebbero pochi accorgimenti. A partire dai luoghi di lavoro, per esempio. Nel 1991 a Sidney assistetti, per strada e in orario di pausa, ad una gara di corsa tra uffici.<br />
Approfittare della pausa pranzo per muoversi un po’ sarebbe molto più facile se si potesse disporre di una doccia funzionante per un cambio veloce prima di tornare alla scrivania. Nel pubblico come nel privato. Ci guadagnerebbero tutti, anche le imprese. Risparmieremmo &#8211; come Paese &#8211; persino sulla spesa sanitaria nazionale. Lo dite voi a super Mario?</p>
<p>Ci lascia così, con un non facile compito.</p>
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		<title>L’impero colpisce ancora?</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2012/04/30/limpero-colpisce-ancora/</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 13:34:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Commonwealth]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luca Costa Dominio è una parola che sembra risuonare da un altro tempo: il tempo dei regni e degli imperi, delle guerre di conquista e delle colonie, dei nazionalismi e dei moti irredentisti. Una parola pressochè scomparsa dal vocabolario politico occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, sostituita da consessi internazionali per la cooperazione, la collaborazione, la discussione pacifica tra i popoli e le nazioni. Ma nei fatti? Esistono ancora forme di dominio come reperti di un mondo che non c’è più, o indizi di un mondo che non c’è ancora? Sono di questi giorni alcune notizie interessanti sotto questo profilo: la Regina Elisabetta II e il Regno Unito sono stati infatti bersaglio di dichiarazioni, non troppo diplomatiche, da parte dei capi di stato di due ex dominion. La Regina Elisabetta, pur essendo un’istituzione fondamentale nella vita politica del Regno Unito, profondamente radicata nella sua storia, entro i confini del Commonwealth riveste (o dovrebbe rivestire, almeno sulla carta) quello che viene definito un ruolo puramente cerimoniale. Tutto questo si traduce nell’idea, invalsa nel mainstream, che tanto Elisabetta II quanto il suo Commonwealth delle nazioni siano qualcosa di quasi esclusivamente simbolico, fatti salvi gli aspetti commerciali. Ma le recenti dichiarazioni del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-large wp-image-4617" title="Elisabetta II" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/Elisabetta-II-1024x702.jpg" alt="" width="408" height="280" />di Luca Costa</strong></p>
<p>Dominio è una parola che sembra risuonare da un altro tempo: il tempo dei regni e degli imperi, delle guerre di conquista e delle colonie, dei nazionalismi e dei moti irredentisti. Una parola pressochè scomparsa dal vocabolario politico occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, sostituita da consessi internazionali per la cooperazione, la collaborazione, la discussione pacifica tra i popoli e le nazioni. Ma nei fatti? Esistono ancora forme di dominio come reperti di un mondo che non c’è più, o indizi di un mondo che non c’è ancora?<br />
Sono di questi giorni alcune notizie interessanti sotto questo profilo: la Regina Elisabetta II e il Regno Unito sono stati infatti bersaglio di dichiarazioni, non troppo diplomatiche, da parte dei capi di stato di due ex dominion.</p>
<p>La Regina Elisabetta, pur essendo un’istituzione fondamentale nella vita politica del Regno Unito, profondamente radicata nella sua storia, entro i confini del Commonwealth riveste (o dovrebbe rivestire, almeno sulla carta) quello che viene definito un ruolo puramente cerimoniale. Tutto questo si traduce nell’idea, invalsa nel mainstream, che tanto Elisabetta II quanto il suo Commonwealth delle nazioni siano qualcosa di quasi esclusivamente simbolico, fatti salvi gli aspetti commerciali.</p>
<p>Ma le recenti dichiarazioni del Primo Ministro giamaicano Portia Simpson Miller, e le reazioni nel Regno Unito, sembrano dire altro. «Amo la regina e penso sia una bellissima signora, ma il suo tempo è venuto»: elegante ed al tempo stesso categorica, la Miller ha così sintetizzato le aspirazioni della Giamaica, decisa a trasformarsi da Monarchia costituzionale a Repubblica, affrancandosi definitivamente dalla Regina. La Giamaica del 2012 non si sente più in alcun modo legata alla monarca inglese, che è formalmente il Capo di Stato dell’isola e, dal canto suo, il Regno Unito teme che l’intraprendente iniziativa giamaicana dia il via alla disintegrazione del Commonwealth, lascito istituzionale dell’immenso impero sul quale “non tramontava mai il sole” (come si usava dire appunto un secolo fa). Oggi il Commonwealth è una confederazione volontaria di Stati che furono soggetti all’impero britannico, il cui scopo principale è quello di mantenere un regime agevolato tra i membri in materia di scambi economici e commerciali, e di costituire una sorta di unione tra paesi che condividono un passato storico ed una vicinanza culturale. Si tratta quindi di un’organizzazione internazionale figlia di dinamiche e scenari politici appartenenti a un’epoca passata, per la quale l’interesse britannico non può che essere perlopiù nostalgico, piuttosto che legato a reali interessi attuali. Un caso paradigmatico in cui un retaggio passato, ancora legato al presente ma indubbiamente secondario rispetto agli attuali interessi di una potenza come l’Inghilterra, continua ad esercitare la propria influenza. Staremo a vedere dove condurrà la vicenda giamaicana.</p>
<p>Voliamo in Argentina, dove il Presidente, Cristina Fernandez de Kirchner, ha recentemente dichiarato: «Da parte del Regno Unito, avere ancora delle colonie nel ventunesimo secolo è un vero e proprio anacronismo». Il riferimento è ad una vicenda di circa trent’anni fa, quando Argentina e Regno Unito vennero ai ferri corti per il possesso delle Isole Falkland (Malvinas, in spagnolo), un arcipelago dell’Atlantico meridionale che conta 3000 abitanti in tutto, divisi su due isole piuttosto inospitali e perennemente flagellate dal tempestoso clima subantartico. Non esattamente un bottino per cui scatenare un conflitto quindi, ma è una guerra a tutti gli effetti, sebbene rapida ed agevolmente vinta dagli inglesi, quella che vide contrapporsi Argentina e Regno Unito nel 1982. La disputa verteva (e verte) sostanzialmente su una mera questione cronologica, a proposito di chi abbia per primo scoperto e colonizzato le isole (siamo a circa metà dell’800). L’interesse si è però ora riacceso: intorno a questi scogli sembra infatti che si trovi petrolio &#8211; parecchio per la verità &#8211; e l’annuncio di trivellazioni inglesi ha di fatto rilanciato la crisi, che sembrava ormai assestata, sullo status quo che qualifica le Falkland come Territorio d’oltremare britannico. Una disputa sorta più di 150 anni fa, per questioni di prestigio e di principio, ha quindi scatenato una guerra negli anni ’80 e ha ora riaperto una piccola crisi tra i due paesi, sebbene l’ipotesi di una nuova escalation militare sia estremamente improbabile.</p>
<p>Questa Regina Elisabetta e il suo Commonwealth non sono poi così innocui. E mentre il nostro mondo è in continuo cambiamento, la politica continua a funzionare su dinamiche costanti e logiche simili, se non identiche a quelle che tutti noi abbiamo appreso sui manuali di storia. Il concetto di sovranità (traduzione politologica del dominio), ragione stessa dell’esistenza degli Stati, è protagonista in diversa maniera in entrambe le controverse vicende che abbiamo preso ad esempio, ed è l’ostacolo principale ad altri progetti politici, tra più ambiziosi del nostro tempo. Le enormi difficoltà dell’attuale Unione Europea ne sono un esempio eclatante. Una vera evoluzione della comunità internazionale e del modo in cui gli Stati si rapportano tra di loro è ancora, ammesso che sia realizzabile, estremamente lontana.<br />
Il termine dominio in ambito politico vi suona istintivamente anacronistico? Lo associate a un mondo lontano nel tempo, che avete incontrato solo sui manuali di storia? Bene. Preparatevi a cambiare idea. Meglio: a complicarla, in questo breve viaggio ai confini dell&#8217;ex-Impero britannico, oltre il gossip e il folklore</p>
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		<title>Un mese con… Tiziana Elgari</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 16:01:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[CNA]]></category>
		<category><![CDATA[impresa donna]]></category>
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		<description><![CDATA[di Daniele Paletta NOME: Tiziana COGNOME: Elgari PROVINCIA: Reggio Emilia AZIENDA: Isolgronde SETTORE: EDILIZIA SEGNI PARTICOLARI: Presidente CNA Impresa donna Femminili equilibrismi «Lavorare in un’impresa familiare mi ha dato una grande flessibilità, e la possibilità di crescere i miei figli. Nonostante il mio sia un settore prettamente maschile, non ho mai avuto problemi di alcun tipo legati al mio essere donna». Famiglia e imprenditoria femminile sono le tematiche con cui Tiziana Elgari ha dovuto confrontarsi fin dal primo momento. Da anni detiene una quota societaria di Isolgronde, impresa di Albinea che si occupa di installazioni di grondaie, bonifiche di amianto, realizzazione di coperture metalliche e camini, rifacimento e impermeabilizzazione di tetti. Quando non è impegnata in azienda, poi, la Elgari si occupa di Impresa Donna, il comitato di Cna Reggio Emilia nel quale ricopre la carica di presidente. Le sue sono giornate comprensibilmente molto piene, ma il tempo e l’esperienza le hanno insegnato a gestire gli impegni con il dovuto equilibrio. «Mi sono diplomata nell’estate del 1976 &#8211; racconta la Elgari &#8211; e a ottobre è nata la mia prima figlia. “Lei ha già un figlio, e sicuramente ne vorrà fare altri”, mi dissero durante un colloquio di lavoro, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4641" title="Tiziana Elgari" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/Tiziana-Elgari.jpg" alt="" width="472" height="363" />di Daniele Paletta</strong></p>
<p><em>NOME: Tiziana<br />
COGNOME: Elgari<br />
PROVINCIA: Reggio Emilia<br />
AZIENDA: Isolgronde<br />
SETTORE: EDILIZIA<br />
SEGNI PARTICOLARI: Presidente CNA Impresa donna</em></p>
<p><strong>Femminili equilibrismi</strong><br />
«Lavorare in un’impresa familiare mi ha dato una grande flessibilità, e la possibilità di crescere i miei figli. Nonostante il mio sia un settore prettamente maschile, non ho mai avuto problemi di alcun tipo legati al mio essere donna». Famiglia e imprenditoria femminile sono le tematiche con cui Tiziana Elgari ha dovuto confrontarsi fin dal primo momento. Da anni detiene una quota societaria di Isolgronde, impresa di Albinea che si occupa di installazioni di grondaie, bonifiche di amianto, realizzazione di coperture metalliche e camini, rifacimento e impermeabilizzazione di tetti. Quando non è impegnata in azienda, poi, la Elgari si occupa di Impresa Donna, il comitato di Cna Reggio Emilia nel quale ricopre la carica di presidente. Le sue sono giornate comprensibilmente molto piene, ma il tempo e l’esperienza le hanno insegnato a gestire gli impegni con il dovuto equilibrio. «Mi sono diplomata nell’estate del 1976 &#8211; racconta la Elgari &#8211; e a ottobre è nata la mia prima figlia. “Lei ha già un figlio, e sicuramente ne vorrà fare altri”, mi dissero durante un colloquio di lavoro, come se questa fosse una colpa». La soluzione è arrivata grazie alla famiglia: «Quando ero ancora a scuola, mio fratello aveva aperto la sua ditta assieme ad altri idraulici. Io facevo ragioneria, e lui mi aveva chiesto di tenere la contabilità – ricorda la Elgari &#8211; Andavo a lavorare con la bimba ancora nella cesta. Quando poi mio fratello fondò Isolgronde, nel 1987, accettai l’offerta del 15% delle quote della società. Da allora sono sempre rimasta qui, ad occuparmi dell’ amministrazione». Tra impegni con l’associazione e lotte nella giungla della burocrazia, ecco il diario di un mese passato assieme a Tiziana.</p>
<p><strong>giovedì 8 marzo, ore 19:00<br />
«Per la Festa della Donna, abbiamo voluto fare un regalo alle imprenditrici reggiane: una giornata di consulenza gratuita»</strong><br />
Dagli uffici di Cna, a fine giornata, la Elgari non riesce a nascondere un po’ di delusione: «Ci sono state poche adesioni &#8211; racconta &#8211; E’ un peccato: volevamo offrire un aiuto concreto, ma non è andata come speravamo». E’ anche dal tono un po’ amareggiato della Elgari, che si capisce quanto la questione del lavoro femminile le stia a cuore: «In situazioni di crisi, la prima a rinunciare al lavoro è quasi sempre la donna. E’ ingiusto ma comprensibile, visto che siamo noi a doverci sobbarcare anche la cura della casa e della famiglia». La crisi però potrebbe portare tanto a un peggioramento della situazione, quanto a un miglioramento tangibile: «Il cambiamento passa senz’altro da soluzioni legislative come la diminuzione della tassazione sulle imprese gestite da donne, ma prima di tutto deve cambiare la testa della gente – spiega – E’ inconcepibile che la donna debba fare il doppio di un suo collega per essere apprezzata, che sia considerata incapace, che all’uomo si conceda di essere mediocre mentre a una donna questo non capita mai». Eppure, secondo i dati di Unioncamere, nel 2011 sono nate 7000 nuove imprese in rosa: «Questo è praticamente l’unico dato positivo in un contesto di forte recessione – spiega la Elgari – Del resto, anche la vicedirettrice della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola, ha riaffermato di recente che le aziende con donne ai vertici hanno una minore probabilità di entrare in crisi».</p>
<p><strong>Martedì 13 marzo, ore 11:00<br />
In questo periodo dell’anno, tutte le imprese italiane sono alle prese con la scrittura della rettifica della chiusura dei bilanci 2011: Isolgronde non fa eccezione</strong><br />
«E’ un lavoro di cesello, e mi piace che tutto sia fatto con massima precisione – spiega la Elgari – Ci aspettavamo, da parte del Governo, un innalzamento del limite oltre al quale non si possono detrarre le spese di acquisizione dei beni strumentali, ma abbiamo atteso invano». Questo non è certo l’unico intervento legislativo che non è arrivato: «A mio avviso, tutte le procedure amministrative che si fanno per la chiusura del bilancio servono a poco; almeno per le Pmi – afferma &#8211; Sarebbe davvero importante la semplificazione degli oneri burocratici per le piccole e medie imprese: anche nelle piccole imprese gli impiegati occupano un numero proporzionalmente importante e rappresentano un costo elevato». E’ quasi inevitabile sentirsi schiacciati sotto il peso di carte e documenti: «Gli oneri burocratici che gravano sulle imprese sono, complessivamente, nell’ordine di 23 miliardi di euro all’anno, con un costo di 5000 euro annui per ogni azienda al di sotto dei 250 dipendenti – commenta la Elgari – Tutte risorse che, invece, potrebbero essere investite in innovazione o sviluppo».</p>
<p><strong>Venerdì 16 marzo, ore 15:00<br />
Gli uffici sono silenziosi: la crisi passa anche per un telefono che squilla meno del solito</strong><br />
«Dal 2003 il fatturato è calato costantemente – conferma la Elgari &#8211; Si può dire che il nostro volume di lavoro si sia dimezzato. O meglio: il lavoro c’è, ma i guadagni si sono ridotti drasticamente». Tutto il comparto dell’edilizia è in recessione, e a soffrire maggiormente sono proprio aziende come Isolgronde, con i suoi nove dipendenti: troppo grande per competere nei prezzi con chi lavora in nero o con le ditte individuali, ma troppo piccola per accettare grandi commesse o per puntare ai mercati esteri. «Il mercato è completamente fermo – sospira la Elgari – Spero che si cominci nuovamente a ristrutturare case, e che le persone si fidino di noi: siamo sul mercato da 39 anni, la gente conosce noi e il nostro modo di lavorare».</p>
<p><strong>Domenica 18 marzo, ore 11:30<br />
Centinaia di persone affollano il centro storico di Scandiano: è tempo della tradizionale Fiera di San Giuseppe</strong><br />
Anche Tiziana partecipa all’inaugurazione della Fiera di Scandiano, in veste di presidente di Cna Impresa Donna, per assegnare un premio a un’imprenditrice locale: «Quest’anno il riconoscimento è andato a Lorena Vecchi, che da 28 anni gestisce un negozio di abbigliamento a Scandiano – spiega – E’ un’imprenditrice di grande qualità: sa rinnovarsi e non ha la minima intenzione di tirare i remi in barca. Ha dato molto lavoro a tante ragazze, e le ha tutelate anche quando sono andate in maternità: il suo modo di lavorare è un esempio per tutte».</p>
<p><strong>Martedì 20 marzo, ore 12:30<br />
Isolgronde è alle prese con il Sistri, il famigerato sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti</strong><br />
Proprio nel giorno in cui le associazioni di categoria hanno scritto al ministro dell’Ambiente chiedendo di cancellare l’obbligo di contribuzione per il 2012, la Elgari è alle prese con la compilazione del registro di carico e scarico dei rifiuti, che presto dovrebbe essere sostituito proprio dal Sistri. «Nelle piccole imprese come la nostra, una sola persona si deve occupare di tutto – spiega – Se non altro, con questo registro so cosa devo fare: col Sistri, invece, nessuno sa nulla». L’esperienza della Elgari assomiglia a quella di molti altri imprenditori, alle prese con un sistema che procede a singhiozzo: «Le chiavette Usb che ci sono state fornite ancora non funzionano – racconta – Il sistema non è ancora affinato, mentre tutti hanno la necessità di provarne in anticipo il funzionamento, per capire cosa fare quando il Sistri entrerà finalmente in vigore».</p>
<p><strong>Mercoledì 21 marzo, ore 9:00<br />
Da poche ore, la riforma del mercato del lavoro ha una forma definita e, stando alle parole del premier Mario Monti, «nessuno ha più potere di veto»</strong><br />
Nonostante le dichiarazioni del premier Monti, alcune parti della bozza che sarà discussa in Parlamento hanno scontentato sia i sindacati che le imprese. «Mi sono sempre detta favorevole a una modifica dell’articolo 18 – riflette la Elgari – ma non mi piace come questa norma sarà modificata: se rimarrà così, finirà solo per danneggiare le piccole imprese». Il nodo è quello dei licenziamenti per motivi economici: «Ogni azienda sarà costretta a pagare un indennizzo che va dalle 15 alle 27 mensilità. Ma le piccole imprese non si possono permettere di pagare cifre del genere. Questa riforma non offre né una maggiore flessibilità alle aziende né alcun incentivo al mercato: con norme simili, come farà l’economia a ripartire?».</p>
<p><strong>Lunedì 26 marzo, ore 15:00<br />
Gli effetti della crisi economica, per le aziende, significano non solo un calo dei volumi di lavoro, ma anche ritardi sempre più gravi nei pagamenti</strong><br />
«Sembra che un cliente non mi voglia pagare – racconta la Elgari – Si tratta di un privato, che ha già tardato sei mesi a corrisponderci quanto ci spetta. E il suo caso non è nemmeno il peggiore: ci sono pagamenti che sono in sospeso da quasi due anni». Le procedure per recuperare i crediti sono spesso molto lunghe: «Dovremo ricorrere a un avvocato, anche questa volta – conclude la Elgari – Le imprese non sono tutelate: noi abbiamo fatto il nostro lavoro quando ci è stato richiesto, ma ormai sembra che sia diventato più difficile riscuotere che non saldare i conti».</p>
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<p><strong>E domani?</strong><br />
Tra riforme discusse e un mercato che  appare fermo, il futuro non sembra certo roseo. Eppure, nonostante le  mille difficoltà, non resta altro da fare se non sfoderare ottimismo:  «Spero ci sia di nuovo lavoro per noi- conclude la Elgari – Qualche  telefonata inizia ad arrivare. Lavoreremo, certo, anche se siamo  schiacciati da continue imposizioni, non ultima l’Imu da pagare sul  capannone. Eppure, vogliamo farcela. E ce la faremo».</p>
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		<title>Regina di Fiori e Re di Denari</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 13:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[D'arte]]></category>
		<category><![CDATA[in copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Coccorese]]></category>
		<category><![CDATA[dominio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Serri Tra tessuti sontuosi e fasti da Ancien Régime, si incontrano le regine delle carte da gioco francesi e i re della tradizione napoletana, dando vita ad un universo fantastico, nel quale rientrano i sogni e l’inconscio, ma anche continui rimandi alle fiabe classiche e alla storia dell’arte, dai pittori fiamminghi al Surrealismo. La ricerca di Chiara Coccorese nasce dall’ambito pittorico, con studi accademici e falsi d’autore. La fotografia diventa gradualmente protagonista delle sue opere, che prevedono anche figure in plastilina e fondali dipinti, o ancora modelli in carne ed ossa, grandi allestimenti scenografici e postproduzione digitale. Un lavoro complesso, che non si esaurisce in un unico scatto ma si sviluppa per cicli, raccontando storie e memorie che ci rimandano al mondo del gioco e dell’infanzia. In copertina questo mese, il dialogo sordo tra la Regina di Fiori e il Re di Cuori, tra la superbia e l’avarizia, che fissano lo spettatore con aria di sfida. Chiara Coccorese 2009, Ed.3, stampa fine art, 70&#215;70 cm]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-large wp-image-4612" title="COPERTINA_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2012/04/COPERTINA_opt-1024x1024.jpg" alt="" width="350" height="350" />di Chiara Serri</strong></p>
<p>Tra tessuti sontuosi e fasti da Ancien Régime, si incontrano le regine delle carte da gioco francesi e i re della tradizione napoletana, dando vita ad un universo fantastico, nel quale rientrano i sogni e l’inconscio, ma anche continui rimandi alle fiabe classiche e alla storia dell’arte, dai pittori fiamminghi al Surrealismo. La ricerca di Chiara Coccorese nasce dall’ambito pittorico, con studi accademici e falsi d’autore. La fotografia diventa gradualmente protagonista delle sue opere, che prevedono anche figure in plastilina e fondali dipinti, o ancora modelli in carne ed ossa, grandi allestimenti scenografici e postproduzione digitale. Un lavoro complesso, che non si esaurisce in un unico scatto ma si sviluppa per cicli, raccontando storie e memorie che ci rimandano al mondo del gioco e dell’infanzia. In copertina questo mese, il dialogo sordo tra la Regina di Fiori e il Re di Cuori, tra la superbia e l’avarizia, che fissano lo spettatore con aria di sfida.</p>
<p><strong><em>Chiara Coccorese<br />
2009, Ed.3, stampa fine art, 70&#215;70 cm</em></strong></p>
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