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	<title>ImprenditoriImprenditori | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>Quelli che non aspettano altro che Lui&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 09:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[intervista a Babbo Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Natale 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Come potrete immaginare, non è stato per niente facile raggiungere Babbo Natale in questi giorni: il suo capannone è un brulicare di luci e frenesia, ma non è un quadretto esattamente idilliaco&#8230; Fatto sta che abbiamo pensato che, due chiacchiere con l&#8217;imprenditore a capo del business più longevo e florido della storia dell&#8217;umanità, fossero un bel modo per fare gli auguri ai nostri amici e lettori. di Daniele Paletta &#8220;Mi dica. Non ho molto tempo. Cosa vuole sapere?&#8221; Ehm. Beh, buonasera, signor Babbo Natale. Mi lasci dire che è un’emozione riuscire a parlare con Lei… Sì, sì, certo, lo è sempre. Mi faccia le sue domande, ho molto da fare. Sì, mi scusi. Innanzitutto, come la posso chiamare? Babbo? No. Signor Natale? Nemmeno. Mi scusi se glielo faccio notare, Babbo Natale, ma mi aspettavo che lei fosse più cortese. Più bonario, più gentile, insomma. Un po’ più simile a come la disegnano nei libri per bambini, ecco. (si ferma) Sì, in effetti ha ragione. Mi deve scusare, ma come potrà immaginare, sono giorni un po’ pieni. Cerchi di capire: manca la biada per le renne, ho appena convinto il sindacato dei folletti a revocare uno sciopero, un orsetto è caduto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em>Come potrete immaginare, non è stato per niente facile raggiungere  Babbo Natale in questi giorni: il suo capannone è un brulicare di luci e  frenesia, ma non è un quadretto esattamente idilliaco&#8230; Fatto sta che  abbiamo pensato che, due chiacchiere con l&#8217;imprenditore a capo del  business più longevo e florido della storia dell&#8217;umanità, fossero un bel  modo per fare gli auguri ai nostri amici e lettori. </em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>di Daniele Paletta</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-4343" title="a_Santa_brownies_1462_0-a" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/12/a_Santa_brownies_1462_0-a.jpg" alt="" width="560" /></em></p>
<p>&#8220;Mi dica. Non ho molto tempo. Cosa vuole sapere?&#8221;<br />
<strong>Ehm. Beh, buonasera, signor Babbo Natale. Mi lasci dire che è un’emozione riuscire a parlare con Lei…</strong><br />
Sì, sì, certo, lo è sempre. Mi faccia le sue domande, ho molto da fare.<br />
<strong>Sì, mi scusi. Innanzitutto, come la posso chiamare? Babbo?</strong><br />
No.<br />
<strong>Signor Natale?</strong><br />
Nemmeno.</p>
<p><strong>Mi scusi se glielo faccio notare, Babbo Natale, ma mi aspettavo che lei fosse più cortese. Più bonario, più gentile, insomma. Un po’ più simile a come la disegnano nei libri per bambini, ecco.</strong><br />
(<em>si ferma</em>) Sì, in effetti ha ragione. Mi deve scusare, ma come potrà immaginare, sono giorni un po’ pieni. Cerchi di capire: manca la biada per le renne, ho appena convinto il sindacato dei folletti a revocare uno sciopero, un orsetto è caduto tra gli ingranaggi del nastro trasportatore e ha fermato tutto il confezionamento dei pacchetti regalo… È, è…difficile, ecco.</p>
<p><strong>Se mi posso permettere, la sento un po’ stressato.</strong><br />
Non immagina quanto. Però (<em>pausa</em>) non saprei davvero rinunciare a tutto questo. Lei non ha idea di quanto mi annoi per undici mesi all’anno: riprendo a vivere solo quando arrivano le prime lettere, intorno alla metà di novembre. Qui a Rovaniemi passo mesi interi senza nemmeno vedere un po’ di luce. La mia vita quotidiana è anonima: qualche passeggiata nei boschi, una puntatina al bar (in incognito, ovviamente). Nulla di più. Ma quando arriva il Natale… ah, che meraviglia!</p>
<p><strong>Qual è il suo primo ricordo?</strong><br />
Era… Mh, vediamo: sì: era il quarto secolo avanti Cristo. Abbiamo iniziato in pochi: portavamo i regali ai bambini che, per il freddo, non potevano uscire di casa. La tradizione è piaciuta: di anno in anno, abbiamo iniziato a preparare sempre più pacchetti, e adesso…oh oh oh, sembra non si possa fare più a meno di me!</p>
<p><strong>E i vestiti che indossa?</strong><br />
Cosa vuole che Le dica. Quelli sono stati un’idea di un signore americano. Non so come, ma mi trovò, e mi disse: “Santa, che ne dici di vestirti solo di bianco e rosso?”<br />
Quale signore americano?<br />
Usi un po’ di fantasia, su. È quello di quella bibita famosa, con l’ingrediente segreto…<br />
Ah sì, ora ricordo.</p>
<p><strong>Le faccio un’ultima domanda, e poi la lascio tornare ai suoi regali.</strong><br />
Mi dica.<br />
<strong>Sarà banale, la avverto.</strong><br />
Non si preoccupi.<br />
<strong>Va bene. Il Natale è davvero il periodo più bello dell’anno?</strong><br />
Certo. Non ho dubbi. Almeno per me, non c’è niente di meglio. E sa perché? Io vivo per quei momenti in cui entro in casa e sento – la sento, davvero – tutta la trepidazione con cui i bambini aspettano di svegliarsi la mattina di Natale per trovare i regali sotto l’albero. Sinceramente: lei mi sa dire cosa ci sia di meglio dell’entrare in una casa dove qualcuno non aspetta altro che il tuo arrivo</p>
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		<title>Chi si ferma non è smart</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/12/07/chi-si-ferma-non-e-smart/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 10:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[Smart]]></category>

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		<description><![CDATA[In principio fu una mostra di quadri: a giugno, Neacar, concessionaria Smart e Mercedes Benz di Reggio Emilia, organizza in sede una personale di Franco Bonetti. Il caso vuole che una delle opere sia appesa sopra una Smart e l&#8217;intuizione del presidente, Claudio Campani, fa il resto: «Franco, perchè non dipingi una Smart?». Franco dice sì e in un mese realizza 10 Smart d&#8217;autore che Neacar porta allo Smart Time di Rimini, evento internazionale che riunisce professonisti e appassionati di questa city car, naturalmente divertente, pratica ed ironica. Dieci pezzi unici, realizzati con il pennello di Bonetti, in stretta collaborazione con la carrozzeria Mercedes che fornisce vernici e assistenza tecnica. Le opere hanno titoli come Posteggio a bordo piscina, una soluzione camaleontica per far passare inosservata la Smart; o Simboli a led, un manifesto di ecumenismo sostenibile; o ancora Tra le stelle, una specie di carta astrale portatile. E non poteva certo mancare Controllo di energie, un&#8217;interpretazione letterale e surreale del problema del risparmio energetico. Le Smart d&#8217;autore sono ora rientrate in concessionaria e sono in vendita. Diversi i preventivi già richiesti dai clienti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4243" title="led_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/led_opt.jpg" alt="" width="390" height="265" />In principio fu una mostra di quadri: a giugno, Neacar, concessionaria Smart e Mercedes Benz di Reggio Emilia, organizza in sede una personale di Franco Bonetti. Il caso vuole che una delle opere sia appesa sopra una Smart e l&#8217;intuizione del presidente, Claudio Campani, fa il resto: «Franco, perchè non dipingi una Smart?». Franco dice sì e in un mese realizza 10 Smart d&#8217;autore che Neacar porta allo Smart Time di Rimini, evento internazionale che riunisce professonisti e appassionati di questa city car, naturalmente divertente, pratica ed ironica. Dieci pezzi unici, realizzati con il pennello di Bonetti, in stretta collaborazione con la carrozzeria Mercedes che fornisce vernici e assistenza tecnica. Le opere hanno titoli come Posteggio a bordo piscina, una soluzione camaleontica per far passare inosservata la Smart; o Simboli a led, un manifesto di ecumenismo sostenibile; o ancora Tra le stelle, una specie di carta astrale portatile. E non poteva certo mancare Controllo di energie, un&#8217;interpretazione letterale e surreale del problema del risparmio energetico. Le Smart d&#8217;autore sono ora rientrate in concessionaria e sono in vendita. Diversi i preventivi già richiesti dai clienti.</p>
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		<title>Il precario dimezzato</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/12/06/il-precario-dimezzato/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 10:47:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[coscienza di classe]]></category>
		<category><![CDATA[diritto del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>

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		<description><![CDATA[&#62; di Ciemme Che il precariato sia una condizione diffusa pare che lo abbiano capito tutti. Lo hanno capito i precari e pare che lo stia capendo anche la generazione che precaria non è mai stata. Ma il precariato non cade dal cielo, è frutto di scelte politiche che hanno colpito tutta una generazione. Tutta una generazione!? Dice l’ottimista: «Quindi siamo tantissimi! Con la nostra massa critica possiamo far cambiare le cose. Possiamo organizzare manifestazioni e cortei, inventare slogan e scrivere articoli, organizzare perfino uno sciopero generale. Possiamo fare sentire la nostra voce. Siamo il 99%». Tutto vero (in parte, è quello che sta accadendo), ma forse non è così semplice. Perché non ci si è mossi prima? Il Pacchetto Treu risale al 1995. Non esattamente l’altro ieri. E in questi anni gli effetti del precariato hanno raggiunto un grado di esasperazione massimo. Come nota la Caritas nel rapporto Poveri di diritti, l’indigenza economica porta a una diminuzione non solo di denaro ma anche di diritti essenziali (casa, lavoro, salute, educazione, alimentazione). Perché abbiamo aspettato che fosse così tardi? Ci sono tante risposte ma una, parziale, potrebbe essere questa: perché il precariato ci scollega gli uni dagli altri. Ci rende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4270" title="precariato1" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/precariato1.jpg" alt="" width="408" height="228" />&gt; di Ciemme</strong></p>
<p>Che il precariato sia una condizione diffusa pare che lo abbiano capito tutti. Lo hanno capito i precari e pare che lo stia capendo anche la generazione che precaria non è mai stata.<br />
Ma il precariato non cade dal cielo, è frutto di scelte politiche che hanno colpito tutta una generazione.<br />
Tutta una generazione!? Dice l’ottimista: «Quindi siamo tantissimi! Con la nostra massa critica possiamo far cambiare le cose. Possiamo organizzare manifestazioni e cortei, inventare slogan e scrivere articoli, organizzare perfino uno sciopero generale. Possiamo fare sentire la nostra voce. Siamo il 99%».<br />
Tutto vero (in parte, è quello che sta accadendo), ma forse non è così semplice. Perché non ci si è mossi prima? Il Pacchetto Treu risale al 1995. Non esattamente l’altro ieri. E in questi anni gli effetti del precariato hanno raggiunto un grado di esasperazione massimo. Come nota la Caritas nel rapporto Poveri di diritti, l’indigenza economica porta a una diminuzione non solo di denaro ma anche di diritti essenziali (casa, lavoro, salute, educazione, alimentazione). Perché abbiamo aspettato che fosse così tardi?<br />
Ci sono tante risposte ma una, parziale, potrebbe essere questa: perché il precariato ci scollega gli uni dagli altri. Ci rende invisibili innanzitutto a noi stessi. Ciascuno si sente nella propria particolarissima situazione individuale, che non condivide con altri e che quindi lo esclude da tutti. Facciamo finta di pensare che il precariato sia una condizione comune, ma poi ci comportiamo come se non lo fosse. Non è una strana scissione? Forse in altri tempi si sarebbe detto che non c’è coscienza di classe. Se oggi si preferisce dire spirito di gruppo la domanda è questa: cari precari, pensateci un attimo su e siate sinceri con voi stessi, vi sentite o no parte di un gruppo? Forse il problema è tutto qui.</p>
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		<title>Se gli enti locali acquistano green</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 10:44:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tools]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Carlo Muzzarelli]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Ervet ha realizzato, in accordo con la Regione Emilia-Romagna, una ricerca sugli acquisti verdi delle pubbliche amministrazioni. Lo studio, su un campione rappresentativo di Comuni e Province, si è occupato del grado di diffusione e della modalità di introduzione degli acquisti che limitano l&#8217;impatto sull&#8217;ambiente da parte degli enti locali. I volumi di spesa per l’acquisto di beni e servizi effettuati dalla PA a livello nazionale sono mediamente pari al 7% del Pil (corrispondenti a 104 miliardi di euro) e rappresentano il 14% della spesa totale. Negli ultimi tre anni, invece ,in Emilia Romagna il 45,3% degli Enti locali intervistati ha fatto almeno un bando verde e agli acquisti sostenibili ha destinato il 21,2% del totale della spesa pubblica. I risultati dello studio Tra le tipologie di acquisto spiccano alcune categorie merceologiche di prodotti (cancelleria 27%, hardware 14%, alimenti 13%, arredi 13%) privilegiate per prezzo, disponibilità dei criteri ecologici e maggiore offerta sul mercato. Le tipologie di acquisti variano in base alle modalità di acquisto: la cancelleria viene acquistata attraverso il sistema centralizzato (segnalato nel 74% dei casi); lo stesso se gli acquisti sono affidati a soggetti esterni (45%); mentre gli arredi, le apparecchiature informatiche e gli alimenti biologici vengono acquistati attraverso il sistema decentrato, affidato ai singoli servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4267" title="lb_palazziRegione18_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/lb_palazziRegione18_opt.jpg" alt="" width="419" height="359" />Ervet ha realizzato, in accordo con la Regione Emilia-Romagna, una ricerca sugli acquisti verdi delle pubbliche amministrazioni. Lo studio, su un campione rappresentativo di Comuni e Province, si è occupato del grado di diffusione e della modalità di introduzione degli acquisti che limitano l&#8217;impatto sull&#8217;ambiente da parte degli enti locali. I volumi di spesa per l’acquisto di beni e servizi effettuati dalla PA a livello nazionale sono mediamente pari al 7% del Pil (corrispondenti a 104 miliardi di euro) e rappresentano il 14% della spesa totale. Negli ultimi tre anni, invece ,in Emilia Romagna il 45,3% degli Enti locali intervistati ha fatto almeno un bando verde e agli acquisti sostenibili ha destinato il 21,2% del totale della spesa pubblica.</p>
<p>I risultati dello studio<br />
Tra le tipologie di acquisto spiccano alcune categorie merceologiche di prodotti (cancelleria 27%, hardware 14%, alimenti 13%, arredi 13%) privilegiate per prezzo, disponibilità dei criteri ecologici e maggiore offerta sul mercato.<br />
Le tipologie di acquisti variano in base alle modalità di acquisto: la cancelleria viene acquistata attraverso il sistema centralizzato (segnalato nel 74% dei casi); lo stesso se gli acquisti sono affidati a soggetti esterni (45%); mentre gli arredi, le apparecchiature informatiche e gli alimenti biologici vengono acquistati attraverso il sistema decentrato, affidato ai singoli servizi (74%). I supporti informativi più utilizzati sono le banche dati (51%) e reti e network con altri enti (38%).<br />
La metà degli enti che dichiara di fare bandi verdi utilizza criteri premianti, mentre l’altra metà criteri obbligatori avvalendosi dell’offerta più bassa; a testimonianza del fatto che ci sono ancora incertezze dettate dalla paura di eventuali inadempienze normative.<br />
Gli impatti ambientali, ritenuti prioritari dagli enti spaziano dalla produzione di rifiuti (32%) associata alla cancelleria, arredi e prodotti alimentari; al consumo di acqua ed energia (25%) associata ai prodotti informatici, all’inquinamento atmosferico (24%) fino ai cambiamenti climatici (19%) associato ai trasporti.</p>
<p>Il commento<br />
Queste le dichiarazioni dell&#8217;Assessore regionale alle Attività produttive, Gian Carlo Muzzarelli: «Il Green Public Procurement ha in sé le potenzialità per divenire uno strumento di competizione economica e giocare un ruolo fondamentale nella green economy: servirà da modello di buon comportamento per le imprese e i cittadini, dando quindi un significativo contributo al mercato e all’ambiente. Nell’attuale situazione economica, in cui le amministrazioni versano in gravi restrizioni di bilancio e di difficoltà economiche, è strategico ottenere risultati ottimali in materia di appalti. Nel libro verde si pone l’accento proprio sulla convenienza economica che alcuni obblighi dettati da una maggiore protezione dell’ambiente potrebbero generare nel medio o lungo termine, come ad esempio, nel settore dell’efficienza energetica degli edifici pubblici e non solo». «La Regione Emilia–Romagna, nell’ambito degli obiettivi delle politiche comunitarie mira &#8211; ha aggiunto Muzzarelli - ad attuare le strategie elaborate dalla Commissione europea e contenute nel recente Libro verde sulla modernizzazione della politica dell’Ue in materia di appalti pubblici, per una maggiore efficienza del mercato europeo».  Il tema degli appalti ha infatti un ruolo fondamentale nella strategia Europa 2020.<br />
In particolare per migliorare il contesto generale per l’innovazione nelle imprese, utilizzando integralmente le politiche incentrate sulla domanda; ma anche per favorire la transizione verso un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e a basse emissioni di carbonio, ad esempio promuovendo un più ampio ricorso agli appalti pubblici verdi; infine per migliorare il clima imprenditoriale, specialmente per le Pmi innovative.</p>
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		<title>Di contributi silenti e altre amenità</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/12/01/di-contributi-silenti-e-altre-amenita/</link>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 10:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[baby pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[contibuti silenti]]></category>
		<category><![CDATA[gestioni separate]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Giordano]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni d'oro]]></category>
		<category><![CDATA[sanguisughe]]></category>

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		<description><![CDATA[&#62; di Paola Caiti Tre milioni e mezzo gli italiani iscritti alla Gestione separata dell’Inps. Ogni anno versano 8 miliardi di euro di contributi, ma ricevono appena 300 milioni sotto forma di prestazioni previdenziali. Il gap è dovuto in parte alla bassa età media dei lavoratori precari e dei liberi professionisti iscritti all’Inps: circa 40 anni, con un’enorme platea di giovani ancora in attesa di un contratto a tempo indeterminato. Insomma, i precari giunti in età da pensione sono ancora pochi. Il fatto: contributi silenti e gestioni separate Ma c’è una parte di quegli 8 miliardi di euro, difficilmente quantificabile, che resterà nelle casse dell’Inps senza tornare mai, direttamente, nelle tasche di chi li ha versati. Sono i cosiddetti contributi silenti: si tratta di contributi versati da lavoratori autonomi, precari o parasubordinati, che non sono sufficienti ai fini della maturazione di una pensione minima. Che fine fanno? Sono di fatto fondi perduti usati dall’Inps per pagare le pensioni a chi ne ha maturato pieno diritto. Non vengono restituiti a chi li versa né sotto forma di prestazione previdenziale, né tantomeno come rimborso in un’unica soluzione. Il problema riguarda più spesso i giovani precari, che difficilmente riescono a cumulare gli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4263" title="pensioni-inps" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/pensioni-inps.jpg" alt="" width="410" height="273" />&gt; di Paola Caiti</strong></p>
<p>Tre milioni e mezzo gli italiani iscritti alla Gestione separata dell’Inps. Ogni anno versano 8 miliardi di euro di contributi, ma ricevono appena 300 milioni sotto forma di prestazioni previdenziali. Il gap è dovuto in parte alla bassa età media dei lavoratori precari e dei liberi professionisti iscritti all’Inps: circa 40 anni, con un’enorme platea di giovani ancora in attesa di un contratto a tempo indeterminato. Insomma, i precari giunti in età da pensione sono ancora pochi.</p>
<p>Il fatto: contributi silenti e gestioni separate<br />
Ma c’è una parte di quegli 8 miliardi di euro, difficilmente quantificabile, che resterà nelle casse dell’Inps senza tornare mai, direttamente, nelle tasche di chi li ha versati. Sono i cosiddetti contributi silenti: si tratta di contributi versati da lavoratori autonomi, precari o parasubordinati, che non sono sufficienti ai fini della maturazione di una pensione minima. Che fine fanno? Sono di fatto fondi perduti usati dall’Inps per pagare le pensioni a chi ne ha maturato pieno diritto. Non vengono restituiti a chi li versa né sotto forma di prestazione previdenziale, né tantomeno come rimborso in un’unica soluzione. Il problema riguarda più spesso i giovani precari, che difficilmente riescono a cumulare gli anni di anzianità in un mercato del lavoro che avanza a singhiozzo, iscritti alle gestioni separate dell’Inps o delle casse previdenziali degli ordini professionali.<br />
Anche ricongiungere i contributi versati a casse diverse è tutt’altro che semplice: dal primo luglio 2010, infatti, la riunificazione è a titolo oneroso per tutti i lavoratori. Pochi sanno che è impossibile trasferire presso altre gestioni quanto già versato o raggiungere gli anni necessari alla pensione di vecchiaia cumulando versamenti effettuati presso gestioni Inps o altre gestioni diverse (per altro obbligatorie come Inpgi, Inpdap, Enpals ecc ecc.). Solo all’interno dell’Inps stessa esistono diverse gestioni non cumulabili fra loro (gestione separata, gestione commercianti, gestione artigiani, gestione lavoro dipendente).</p>
<p>Luigi, il pensionato dissociato (e mazziato)<br />
Ma facciamo un esempio. Luigi ha pagato contributi per 16 anni come lavoratore dipendente, in seguito ha lavorato altri 15 anni come libero professionista ed ha versato alla gestione separata INPS, infine ha versato contributi come commerciante per altri 15 anni. Il risultato? Gli è stato tolto il diritto acquisito della pensione di vecchiaia a 60 anni. Oggi è costretto ad aspettare il raggiungimento di 65 anni dopo 46 anni di lavoro reale e 10 anni di scuola serale. Infine incasserà il suo primo assegno pensionistico dopo 18 mesi + 3 mesi (per effetto dell’ultima riforma). A conti fatti Luigi incasserà la sua meritata pensione alla tenera età di 68 anni e dopo 49 anni di lavoro. Non gli è possibile chiedere il ricongiungimento tra le diverse gestioni che, peraltro hanno incassato regolarmente i suoi soldi, sotto forma di contributi, se non pagando altri soldi (e non pochi). I casi di questo tipo sono infiniti.</p>
<p>Toc toc, c&#8217;è nessuno?<br />
Nel corso degli ultimi anni, da più parti sono state avanzate proposte di legge per rimediare a quella che è stata definita, a buon diritto, una vera e propria emergenza sociale. I Radicali stanno combattendo una battaglia per ottenere dal governo e dall’Inps due cose precise:<br />
1) consentire il trasferimento dei contributi nella cassa in cui se ne hanno di più, e calcolarli tutti ai fini della pensione;<br />
2) restituire interamente, con rivalutazione del capitale versato, i contributi silenti al raggiungimento dell’età della pensione obbligatoria.<br />
E non sono gli unici, dato che Maria Luisa Gnecchi del Pd e Giuliano Cazzola del Pdl hanno presentato una proposta bipartisan che prevede che gli anni di contributi presso le diverse gestioni vengano automaticamente sommati tra loro, e che ogni gestore provveda ad erogare una parte della pensione proporzionale ai versamenti ricevuti.</p>
<p>L&#8217;altra metà del cielo<br />
Mentre nel paese reale accade tutto questo, per le pensioni e i vitalizi della casta nelle casse dell’Iinps entra 1 ed esce 13. Vediamo qualche esempio eclatante di quelli raccontati da Mario Giordano, nel suo libro Sanguisughe.<br />
Antonio Di Pietro, sessantenne, ogni mese fa transitare sul conto corrente la pensione da magistrato, 2.644,57 euro lordi al mese, 1956 euro netti, che si vanno a cumulare senza alcuna decurtazione al ricco stipendio da parlamentare. E’ andato in pensione a 44 anni. Deve accontentarsi di una cifra inferiore a molti colleghi, invece, Piero Marrazzo: solo 2000 euro al mese. Che ci volete fare? Troppo breve la sua permanenza in Regione, causa transessuali e cocaina. Del resto quello dei baby pensionati in Italia è un vero esercito, all’interno del quale si nascondono molte sorprese. Per esempio Manuela Marrone, la moglie di Bossi, che oggi ha 57 anni, prende la pensione dal 1º settembre 1992, cioè da quando ne aveva 39. L’assegno non è molto sostanzioso (766,37 euro), ma lo riceve regolarmente da 18 anni e mezzo.<br />
Pensate che le baby pensioni d’oro siano un retaggio del passato o che riguardino solo gli onorevoli? Macché: nel luglio 2009 il funzionario della Regione Sicilia, Pier Carmelo Russo, è andato in pensione con un assegno mensile pari a 10.980 euro lordi grazie a una legge siciliana per cui con appena 25 anni di contributi (uomini) o 20 (donne) si può avere diritto al vitalizio, se si ha un malato da accudire. E chi non ha un padre che dev’essere accompagnato in ospedale? In effetti: fra il 2003 e il 2010 le baby pensioni concesse grazie a questa leggina sono state oltre mille. Età media delle persone a riposo: 53 anni. Chi non aveva un malato a disposizione se l’è inventato, come ha fatto una donna geniale che si è fatta adottare da un’anziana non autosufficiente. E così, zac: appena adottata, ha presentato richiesta per andare in pensione.</p>
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		<title>Impara l&#8217;arte e mettila in piazza</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 10:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche per il 2011 Formedil ha scelto di riproporre Ediltrophy, la gara di arte muraria tra squadre di mastri e apprendisti muratori. Una manifestazione unica nel suo genere, con la quale si intende diffondere l’importanza della formazione professionale, valorizzando un patrimonio umano essenziale per la qualità del costruire e promuovendo un’immagine positiva del settore edile, troppo spesso fatto oggetto di attenzione solo in occasione di incidenti sul lavoro o di sfruttamento della manodopera. La competizione si è articolata in due fasi: prima le selezioni regionali si sono svolte in 15 città italiane; poi la finale nazionale, a Bologna, in occasione del SAIE. Alla gara hanno partecipato una o più squadre, ciascuna composta da due muratori, in rappresentanza delle diverse Scuole Edili d’Italia, per la categoria Apprendisti o Mastri, a seconda del grado di esperienza dei suoi membri. La sfida si è basata su un disegno tecnico predisposto dal Formedil, uguale su tutto il territorio nazionale. «Con Ediltrophy &#8211; ha dichiarato Massimo Calzoni, presidente nazionale di Formedil &#8211; intendiamo valorizzare il patrimonio di capacità professionali che esiste oggi nel mondo delle costruzioni e che è a disposizione dell’industria edile in una fase di crisi in cui la qualità costruttiva è destinata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4239" title="DSC01880" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/DSC01880.jpg" alt="" width="455" height="341" />Anche per il 2011 Formedil ha scelto di riproporre Ediltrophy, la gara di arte muraria tra squadre di mastri e apprendisti muratori. Una manifestazione unica nel suo genere, con la quale si intende diffondere l’importanza della formazione professionale, valorizzando un patrimonio umano essenziale per la qualità del costruire e promuovendo un’immagine positiva del settore edile, troppo spesso fatto oggetto di attenzione solo in occasione di incidenti sul lavoro o di sfruttamento della manodopera.<br />
La competizione si è articolata in due fasi: prima le selezioni regionali si sono svolte in 15 città italiane; poi la finale nazionale, a Bologna, in occasione del SAIE.</p>
<p>Alla gara hanno partecipato una o più squadre, ciascuna composta da due muratori, in rappresentanza delle diverse Scuole Edili d’Italia, per la categoria Apprendisti o Mastri, a seconda del grado di esperienza dei suoi membri. La sfida si è basata su un disegno tecnico predisposto dal Formedil, uguale su tutto il territorio nazionale.</p>
<p>«Con Ediltrophy &#8211; ha dichiarato Massimo Calzoni, presidente nazionale di Formedil &#8211; intendiamo valorizzare il patrimonio di capacità professionali che esiste oggi nel mondo delle costruzioni e che è a disposizione dell’industria edile in una fase di crisi in cui la qualità costruttiva è destinata a fare la differenza. Ediltrophy è una competizione che richiama fortemente le nostre radici e tradizioni murarie, ma al tempo stesso è portatrice di quegli elementi di novità necessari perché la qualità del costruire sia oggi competitiva».</p>
<p>Nell&#8217;edizione di quest’anno, per valorizzare il lavoro delle squadre in gara e per intrecciare relazioni ancor più profonde con i Comuni che hanno ospitato le manifestazioni, i manufatti realizzati durante le gare sono diventati panchine che sono state messe a disposizione gratuitamente delle pubbliche amministrazioni come contributo all&#8217;arricchimento degli arredi urbani cittadini.</p>
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		<title>Con licenza di valorizzare</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[› di Caterina Tonon › foto di Massimo Dallaglio Non molti sanno che cosa sia un art dealer. Figura di collegamento tra il gallerista e il collezionista, questa professionalità autonoma e dalle molteplici competenze – non solo culturali, ma anche organizzative ed economiche – può diventare fondamentale non solo per la scoperta e l’affermazione di nuovi talenti creativi e l’individuazione di standard per il riconoscimento del valore di un’opera, ma anche per la ricerca e la valorizzazione di spazi espositivi inediti, che si trasformano in un investimento capace di offrire nuove aperture e arricchire l’intera collettività. Un caso esemplare è ciò che è accaduto a Reggio Emilia con la mostra No Conforme–T.I.S.A.(B), tenutasi nel mese di giugno nei locali dismessi dell’ex Anagrafe a Palazzo Frumenteria, nel cuore del centro storico: solo il primo di una lunga serie di appuntamenti non conformi. Ne abbiamo parlato con la curatrice dell’esposizione, Lia Bedogni, professione art dealer. Una mostra di street art sulle pareti di uno spazio civico non è cosa di tutti i giorni. Come ci è riuscita? Quando ho sottoposto al Comune di Reggio il mio progetto di far esporre lo street artist brasiliano Paulo Cesar Oliveira, meglio noto nei circuiti artistici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>› di Caterina Tonon<br />
› foto di Massimo Dallaglio</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-large wp-image-4250 aligncenter" title="Lia Bedogni 2 ok_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Lia-Bedogni-2-ok_opt-1024x681.jpg" alt="" width="559" height="371" /></p>
<p>Non molti sanno che cosa sia un art dealer. Figura di collegamento tra il gallerista e il collezionista, questa professionalità autonoma e dalle molteplici competenze – non solo culturali, ma anche organizzative ed economiche – può diventare fondamentale non solo per la scoperta e l’affermazione di nuovi talenti creativi e l’individuazione di standard per il riconoscimento del valore di un’opera, ma anche per la ricerca e la valorizzazione di spazi espositivi inediti, che si trasformano in un investimento capace di offrire nuove aperture e arricchire l’intera collettività. Un caso esemplare è ciò che è accaduto a Reggio Emilia con la mostra No Conforme–T.I.S.A.(B), tenutasi nel mese di giugno nei locali dismessi dell’ex Anagrafe a Palazzo Frumenteria, nel cuore del centro storico: solo il primo di una lunga serie di appuntamenti non conformi. Ne abbiamo parlato con la curatrice dell’esposizione, Lia Bedogni, professione art dealer.</p>
<p>Una mostra di street art sulle pareti di uno spazio civico non è cosa di tutti i giorni. Come ci è riuscita?<br />
Quando ho sottoposto al Comune di Reggio il mio progetto di far esporre lo street artist brasiliano Paulo Cesar Oliveira, meglio noto nei circuiti artistici come Auma, ho incontrato subito grande interesse e disponibilità. E la giusta lungimiranza per comprendere che la street art non consiste semplicemente nell’imbrattare i muri cittadini, ma – specialmente in Sudamerica – è una forma d’arte legata a una responsabilità civile attiva e vigile. Per esempio, nell’opera di Auma gli interventi pittorici diventano un dialogo aperto capace di trasformare lo spazio da luogo alienato e abbandonato a luogo riqualificato, in cui la comunità rivive e si riconosce. Di fronte a queste suggestioni, il Comune è stato estremamente ricettivo e ci ha concesso subito uno spazio molto interessante. L’evento, organizzato insieme al Collettivo Fx, è stato realizzato quasi a costo zero e ha avuto ottimi riscontri e grande affluenza di pubblico.</p>
<p>Come si diventa art dealer?<br />
Nel mio caso, alla formazione storico-artistica, grazie alla scuola per operatori dei beni culturali e agli studi di storia dell’arte, ho affiancato esperienze professionali di tipo operativo in importanti spazi pubblici del nostro territorio come la Fondazione Magnani Rocca a Parma e Palazzo Magnani a Reggio Emilia. Sono partita dal basso, dalla guardiania, e dopo un corso di didattica museale seguito da un tirocinio sul campo, ho avuto i primi contatti con mostre, autori importanti e musei esteri. Poi, per diversificare la mia professionalità, sono entrata nel mondo delle gallerie. Dal 2002 ho iniziato a lavorare in una galleria di Mantova che operava su scala nazionale e in pochi anni ne ho assunto la direzione artistica. Il direttore artistico in Italia è una figura che ufficialmente non esiste, una sorta di factotum dalle mille competenze: i suoi compiti vanno dai contatti con gli artisti all’allestimento delle mostre, fino all’ufficio stampa, la cura del catalogo, l’emissione delle fatture. Poi ci sono le fiere, la selezione degli artisti e lo scouting per capire su chi investire e quali progetti sviluppare. Purtroppo devo dire che le gallerie italiane sono una delusione. Gestite praticamente solo a livello familiare, non hanno figure professionali specifiche al loro interno e basano il proprio operato solo sul mercato. In Italia sulle gallerie non c’è una legislazione specifica, specie per quanto riguarda l’arte contemporanea. Per esempio, un’Iva più bassa garantirebbe maggiore legalità e professionismo, e uno slancio diverso a un collezionismo più giovane e meno elitario.</p>
<p>Oggi che si muove da libera professionista, quali sono i suoi progetti?<br />
Mi interessa ragionare sull’arte contemporanea applicata al sociale: è un campo praticamente inesplorato, in cui si può fare ancora moltissimo. Mi piacerebbe fare un esperimento: far vivere due persone nelle stesse condizioni economiche, con la sola differenza che una è circondata da opere d’arte e l’altra non riceve questi stimoli, e poi provare a constatare le differenze. L’arte non è affatto accessoria: serve per comunicare e per raccontare il mondo. È lo specchio dei nostri tempi e ogni artista nella sua opera ripropone la propria storia, la propria realtà. Questo è un discorso che raramente viene preso in considerazione, anche dagli addetti ai lavori.</p>
<p>Spesso però l’arte è considerata inaccessibile perché troppo costosa&#8230;<br />
Anche questo è un tabù da sfatare. Innanzitutto si possono organizzare eventi a costo zero. Un tempo, quando non esistevano le sponsorizzazioni, erano gli acquisti di opere che sostenevano le mostre. Ci sono artisti stranieri che hanno quotazioni accessibili e le cui creazioni possono diventare un investimento per chiunque abbia un buon art dealer in grado di consigliarlo. Uso di proposito la parola investimento: l’arte non subisce deprezzamenti e anche in tempi di crisi le opere continuano a essere battute al loro valore e possono diventare un bene-rifugio. Comprare un’opera di un giovane che muove i primi passi può essere più lungimirante che giocare in borsa e l’investimento comunque non sarà mai perduto. Per non parlare del capitale culturale e umano. È mia abitudine chiedere ai clienti prima di tutto se l’opera rientra nel loro gusto. Il mercato dell’arte ha prodotto tante truffe, giocando sull’ignoranza dei compratori. Nel momento in cui ci si mette in casa un oggetto che piace, che appaga lo sguardo, l’investimento economico acquista un valore aggiunto.</p>
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		<title>Dalla culla alla culla</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 10:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Silvia Pergetti Combina funzionalità ed eleganza. Ha storia antica. É presente in mille forme e materiali e non conosce tempo né confini. Soprattutto, è fonte di utilità anche quando non se ne fa l’uso per il quale fu disegnato. Il cavatappi è da secoli vademecum di sommelier e ristoratori, oggetto del desiderio di collezionisti e dello studio di artigiani e disegnatori. Questo elogio al cavatappi apre la riflessione sui concetti di uso, utilità e inutilità, che costituisce il filo conduttore dell’edizione 2011 di EXD, biennale di design, architettura e creatività ospitata per la sesta volta dalla città di Lisbona. Messaggi pubblicitari incalzanti ci assoggettano a nuove, impensate necessità, intrappolando la nostra volontà nell’instancabile macchina del consumo globale. Ci circondiamo di una miriade di oggetti, piccole gioie della nostra vita di consumatori. Una famiglia, del resto, si sa, di questi tempi non tutti possono permettersela; l’esoso mantenimento dei nostri coinquilini inanimati invece sì. E poi, mal che vada, esiste sempre la possibilità di sbarazzarcene. E questa ad esempio la fine dei vecchi cellulari che siamo costretti a eliminare per accogliere nelle nostre case già stipate il miliardo e più di telefonini immessi ogni anno sul mercato. In tempi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4247" title="design_3" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/design_3.jpg" alt="" width="351" height="263" />&gt; di Silvia Pergetti</strong></p>
<p>Combina funzionalità ed eleganza. Ha storia antica. É presente in mille forme e materiali e non conosce tempo né confini. Soprattutto, è fonte di utilità anche quando non se ne fa l’uso per il quale fu disegnato. Il cavatappi è da secoli vademecum di sommelier e ristoratori, oggetto del desiderio di collezionisti e dello studio di artigiani e disegnatori. Questo elogio al cavatappi apre la riflessione sui concetti di uso, utilità e inutilità, che costituisce il filo conduttore dell’edizione 2011 di EXD, biennale di design, architettura e creatività ospitata per la sesta volta dalla città di Lisbona.</p>
<p>Messaggi pubblicitari incalzanti ci assoggettano a nuove, impensate necessità, intrappolando la nostra volontà nell’instancabile macchina del consumo globale. Ci circondiamo di una miriade di oggetti, piccole gioie della nostra vita di consumatori. Una famiglia, del resto, si sa, di questi tempi non tutti possono permettersela; l’esoso mantenimento dei nostri coinquilini inanimati invece sì. E poi, mal che vada, esiste sempre la possibilità di sbarazzarcene. E questa ad esempio la fine dei vecchi cellulari che siamo costretti a eliminare per accogliere nelle nostre case già stipate il miliardo e più di telefonini immessi ogni anno sul mercato.</p>
<p>In tempi di crisi economica, questione energetica e depauperamento ambientale, si impone tuttavia una seria questione: utile o inutile? La risposta non è scontata: il dubbio si annida nei posti più improbabili. Lo spazzolino da denti ad esempio: certamente utile. Lo spazzolino con l’impugnatura di gomma, affinché non scivoli. Lo spazzolino con setole morbide, quello con setole rigide. Lo spazzolino con l’argento vivo. Quello con meccanismo elettrico. Lo spazzolino in tutti i colori dello spettro cromatico, che sia sempre in coordinato con l’asciugamano. Utile o inutile? Il fautore della nostra igiene orale è allo stesso tempo una fonte notevole di inquinamento: 25.000 sono le tonnellate di spazzolini da denti che solo negli Stati Uniti vengono gettate ogni anno.</p>
<p>Sheena Iyengar, studiosa di comportamento del consumatore e autrice del libro The art of choosing, illustra come solo in alcune culture la varietà di scelta rappresenti, di fatto, un fonte di utilità per il consumatore. Nell’ambito di un’indagine condotta in vari paesi dell’ex Urss, la ricercatrice verificò come l’offerta di sette tipi differenti di soda non fosse percepita come ampia, ma come ridondante. I partecipanti non erano deliziati di poter scegliere tra prodotti marcatamente distinti agli occhi di un americano e si rassegnavano a un dispotico ultimatum: o soda o niente. Conclusione: senza un’adeguata educazione al consumo, l’utilità, cioè la soddisfazione del consumatore, non dipende dall’ampiezza del ventaglio opzionale.</p>
<p>Detto questo, la domanda è di natura etica e si rivolge all’industria e ai designer, in grado di manipolare il desiderio di consumo e di definire in maniera più o meno sostenibile la scelta dei materiali, la longevità dei prodotti, le soluzioni di packaging. In altre parole: è dei produttori la responsabilità di trasformare il ciclo di vita dei nostri acquisti. Che da linea con un inizio e una fine potrebbe trasformarsi in un cerchio. Questo è il modello produttivo che il chimico tedesco Michael Braungart promuove sotto il nome di cradle2cradle (dalla culla alla culla, ndr) da più di un decennio.</p>
<p>Ed è anche quello che, in senso lato, nel loro piccolo, gli artigiani già praticavano nei secoli passati quando elaboravano un prodotto bello, di qualità, disegnato per durare nel tempo: il cavatappi, appunto. Che da mero utensile meccanico fu in grado di reinventarsi rinascendo come prezioso pezzo da collezione. E per il quale, se dovessi inventare una pubblicità, direi: un matrimonio no, un diamante forse, ma un cavatappi è per sempre.</p>
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		<title>La carezza inquieta di Madam</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 09:51:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Daniele Paletta Ascoltare i Madam significa immergesi in un’atmosfera carezzevole, notturna, sottilmente inquieta. Eppure, dopo un bellissimo primo album, In case of emergency, la cantautrice inglese si è trovata improvvisamente senza etichetta, e con un disco quasi pronto da pubblicare. Una sera, al pub, sfoga la sua frustrazione parlando col batterista dei Pete &#38; The Pirates, e lui le parla di PledgeMusic. Pochi mesi dopo, Gone before morning vede la luce. Il disco ha una storia piuttosto travagliata alle spalle… Gone before morning è stato commissionato dalla Bower and Wilkins, un’azienda leader nel settore degli speaker audio: sono stati loro a chiedere a Peter Gabriel di scegliere alcuni artisti che registrassero un album nei suoi Real World Studios avendo solo una settimana di tempo a disposizione. La B&#38;W poi ha offerto questi album al loro Society Of Sound Music club, un gruppo che condivide la passione per i download di alta qualità. Dopo la pubblicazione riservata ai membri di questo club, i diritti delle canzoni sono tornati in mio possesso, e grazie ai soldi raccolti con PledgeMusic sono tornata in studio e ho remixato le canzoni, aggiungendo anche altri strumenti e cori. Infine, ho masterizzato il disco e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4223" title="Madam1_opt-1" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Madam1_opt-1.jpg" alt="" width="529" height="381" />&gt; di Daniele Paletta</strong></p>
<p>Ascoltare i Madam significa immergesi in un’atmosfera carezzevole, notturna, sottilmente inquieta. Eppure, dopo un bellissimo primo album, In case of emergency, la cantautrice inglese si è trovata improvvisamente senza etichetta, e con un disco quasi pronto da pubblicare. Una sera, al pub, sfoga la sua frustrazione parlando col batterista dei Pete &amp; The Pirates, e lui le parla di PledgeMusic. Pochi mesi dopo, Gone before morning vede la luce.</p>
<p>Il disco ha una storia piuttosto travagliata alle spalle…<br />
Gone before morning è stato commissionato dalla Bower and Wilkins, un’azienda leader nel settore degli speaker audio: sono stati loro a chiedere a Peter Gabriel di scegliere alcuni artisti che registrassero un album nei suoi Real World Studios avendo solo una settimana di tempo a disposizione. La B&amp;W poi ha offerto questi album al loro Society Of Sound Music club, un gruppo che condivide la passione per i download di alta qualità. Dopo la pubblicazione riservata ai membri di questo club, i diritti delle canzoni sono tornati in mio possesso, e grazie ai soldi raccolti con PledgeMusic sono tornata in studio e ho remixato le canzoni, aggiungendo anche altri strumenti e cori. Infine, ho masterizzato il disco e l’ho mandato in stampa, creando la versione dell’album attualmente nei negozi.</p>
<p>Qual è l’obiettivo economico che ti eri posta per farti finanziare il progetto?<br />
Volevamo raccogliere 3000 sterline e ci siamo riusciti. Tutto è filato molto liscio, se si esclude il duro lavoro nel preparare tutti i benefit promessi ai finanziatori. Lo staff di PledgeMusic mi ha aiutata molto: sono stati molto veloci nel far fronte a tutte le mie perplessità, mi hanno incoraggiato e dato suggerimenti ogni volta che la campagna stava perdendo quota.</p>
<p>Hai anche scelto un’organizzazione di volontariato a cui donare parte dei finanziamenti ottenuti. Pensi che abbia contribuito al successo del tuo progetto?<br />
Ho scelto di finanziare qualcuno che si occupasse di ricerche sul cancro, per ragioni personali: mio padre era morto da poco a causa di una leucemia diagnosticata in ritardo e mal curata. Non so davvero se questo abbia aiutato la gente a scegliere di finanziare il mio progetto: la donazione ha riguardato una piccola percentuale delle offerte che ho ricevuto, e sono stata molto felice di donare a mia volta.</p>
<p>Quali benefit hai offerto ai finanziatori?<br />
Testi scritti a mano, schizzi che illustravano le canzoni per immagini, versioni acustiche dei brani che nessun altro ascolterà mai, fotografie scattate nello studio di registrazione dove stavamo lavorando con i nomi dei finanziatori scritti sui muri, cd autografati e un artwork originale, che contiene anche tutti i nomi di chi ha offerto denaro.</p>
<p>Pensi che userai ancora PledgeMusic, o un altro portale simile?<br />
Mi chiedo se sia possibile raccogliere denaro per realizzare un intero album: dovrei raccogliere molto più di 3000 sterline. Se lo farò di nuovo, comunque, vorrei offrire cose più importanti in cambio di donazioni maggiori, come concerti nelle case delle persone o la possibilità di visitare lo studio durante la registrazione del disco.</p>
<p>Cosa accade ora? Ti vedremo di nuovo in tour in Italia?<br />
Ho già scritto le canzoni per il mio terzo album. Faremo qualche concerto in Italia in novembre, e siete tutti invitati. Per scoprire le date: www.facebook.com/madammusic</p>
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		<title>Scrivere non basta</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 10:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[benessere]]></category>
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		<category><![CDATA[scrivere]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Manica &#8211; m_manica51@yahoo.it Sei parole che iniziano per S sono la chiave di una scrittura professionale efficace, secondo Alessandro Lucchini, docente all’università Iulm di Milano, appassionato della scrittura efficace. Sintesi: risparmiare Abbiamo poco tempo, anche per leggere. Apprezziamo i messaggi e le comunicazioni essenziali, che non usano un aggettivo in più, se non è necessario. Per ottenere questo risultato e far risparmiare un po&#8217; di tempo al lettore, occorre spendere un po’ di tempo nella riflessione: pensare non solo al contenuto che vogliamo trasmettere, ma anche all’effetto che le nostre parole avranno sul destinatario. Struttura: sandwich Il successo del messaggio dipende anche dalla sequenza in cui disponiamo i contenuti. Iniziamo parlando di chi ci legge e di qualcosa che lo riguarda, solo in un secondo momento passiamo alle richieste. Impariamo dai bambini, maestri di seduzione: “Mamma (con un sorriso largo largo), ho finito tutti i compiti, ho messo a posto la camera e in ordine i vestiti. Posso andare a giocare con gli amici!?”. Se vogliamo solo informare, mettiamo il contenuto all’inizio; se dobbiamo vendere o chiedere qualcosa, inseriamo il messagio al centro del testo. Ecco lo stile sandwich: una parte iniziale di gratificazione al lettore, quindi la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Manica &#8211; m_manica51@yahoo.it</strong></p>
<p>Sei parole che iniziano per S sono la chiave di una scrittura professionale efficace, secondo Alessandro Lucchini, docente all’università Iulm di Milano, appassionato della scrittura efficace.</p>
<p>Sintesi: risparmiare<br />
Abbiamo poco tempo, anche per leggere. Apprezziamo i messaggi e le comunicazioni essenziali, che non usano un aggettivo in più, se non è necessario. Per ottenere questo risultato e far risparmiare un po&#8217; di tempo al lettore, occorre spendere un po’ di tempo nella riflessione: pensare non solo al contenuto che vogliamo trasmettere, ma anche all’effetto che le nostre parole avranno sul destinatario.</p>
<p>Struttura: sandwich<br />
Il successo del messaggio dipende anche dalla sequenza in cui disponiamo i contenuti. Iniziamo parlando di chi ci legge e di qualcosa che lo riguarda, solo in un secondo momento passiamo alle richieste. Impariamo dai bambini, maestri di seduzione: “Mamma (con un sorriso largo largo), ho finito tutti i compiti, ho messo a posto la camera e in ordine i vestiti. Posso andare a giocare con gli amici!?”. Se vogliamo solo informare, mettiamo il contenuto all’inizio; se dobbiamo vendere o chiedere qualcosa, inseriamo il messagio al centro del testo.<br />
Ecco lo stile sandwich: una parte iniziale di gratificazione al lettore, quindi la richiesta o l’offerta di qualcosa, infine un congedo cordiale, con parole che stimolino ottimismo. Intendiamoci, non si tratta di mentire o di manipolare: si dice la verità, ma la si presenta in modo opportuno.<br />
Quando scriviamo pensiamo che dobbiamo colivare un relazione, esercitando l&#8217;empatia e mettendoci nei panni del destinatario. Attenzione quindi alle prime parole che scriviamo. Ma attenzione a tutte le parole: in una mail un vocabolo, che se detto a voce avrebbe un certo effetto, potrebbe scatenare un litigio. Il messaggio scritto non contiene il tono di voce, lo sguardo, i gesti del rapporto faccia a faccia, in cui ci si può spiegare e capire meglio.</p>
<p>Stile<br />
Semplice, con parole e frasi brevi: questo è il principio. Problema, invece di problematica; tema invece di tematica; decidere anziché prendere una decisione. Più verbi che sostantivi, perché indicano azione, vita. Periodi brevi, al di sotto delle 25-30 parole.<br />
E inoltre seduzione, attraverso simpatia e stravaganza, che non significa stranezza, ma vagare extra, cioè muoversi al di fuori delle strade già frequentate. Sedurre infatti non equivale a incantare gli altri, piuttosto &#8220;nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”.</p>
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