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	<title>Imprenditoriviaggi | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>Goodbye, Unbelievable India</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 13:57:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni Dal festival dei colori nella città della gioia alla sacralità della città eterna. L’India può cambiare la percezione del mondo, facendo sfiorare l’intoccabile. Parlo per l’ultima volta dell’esperienza indiana, il paese che più, in questi due anni di migrazione asiatica, mi ha colpito, affascinato e rapito&#8230; e colorato! L’ultima sera a Calcutta mi imbatto nel celebre Holi, il festival dei colori, una delle più antiche feste indù, con adulti e bambini che partecipano alla celebrazione. La festa prevede falò e “gavettoni” di acqua e polvere colorata. E&#8217; facile acquistare i colori nel mercato odierno, ma molte persone faranno i colori a casa con fiori e Palash tesu. In un secondo mi ritrovo ricoperto di blu, poi di rosso, mentre attorno a me centinaia, migliaia, milioni di persone fanno lo stesso. Penso ad una chiacchierata, avuta con un paio di lustrascarpe poco prima, che mi hanno insegnato le tre massime fondamentali sull’India: “In India puoi trovare tutti i colori”, “Qualsiasi ricordo dell’India è irraggiungibile!”, “In India tutto è il massimo”. E in questo momento è tutto verissimo: le tre massime sono dipinte sui volti arcobaleno dei presenti. Oggi non ci sono regole e uomini e donne interagiscono attivamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-3052" href="http://imprenditori.it/2010/12/31/goodbye-unbelievable-india/fotomarco-da-cambiare_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3052" title="FOTOMARCO-DA CAMBIARE_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/12/FOTOMARCO-DA-CAMBIARE_opt-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di Marco Bagni</strong></p>
<p>Dal festival dei colori nella città della gioia alla sacralità della città eterna. L’India può cambiare la percezione del mondo, facendo sfiorare l’intoccabile.<br />
Parlo per l’ultima volta dell’esperienza indiana, il paese che più, in questi due anni di migrazione asiatica, mi ha colpito, affascinato e rapito&#8230; e colorato! L’ultima sera a Calcutta mi imbatto nel celebre Holi, il festival dei colori, una delle più antiche feste indù, con adulti e bambini che partecipano alla celebrazione. La festa prevede falò e “gavettoni” di acqua e polvere colorata. E&#8217; facile acquistare i colori nel mercato odierno, ma molte persone faranno i colori a casa con fiori e Palash tesu. In un secondo mi ritrovo ricoperto di blu, poi di rosso, mentre attorno a me centinaia, migliaia, milioni di persone fanno lo stesso. Penso ad una chiacchierata, avuta con un paio di lustrascarpe poco prima, che mi hanno insegnato le tre massime fondamentali sull’India: “In India puoi trovare tutti i colori”, “Qualsiasi ricordo dell’India è irraggiungibile!”, “In India tutto è il massimo”. E in questo momento è tutto verissimo: le tre massime sono dipinte sui volti arcobaleno dei presenti. Oggi non ci sono regole e uomini e donne interagiscono attivamente spalmandosi acqua e colori sui corpi seminudi. La mia maglietta bucata viene data in pasto alle fiamme del falò e si balla scalzi in eterna fratellanza. A Woodstock purtroppo non c’ero ma queste scene in technicolor sono un lucido acido: siamo tutti figli dei fiori, Jimmy Hendrix si è reincarnato in India!<br />
Dopo questa esplosione incredibile di vita abbandono &#8211; col cuore pieno &#8211; la Città della Gioia e mi dirigo verso “la culla della vita”, Varanasi, la città eterna. Un’atmosfera opposta, ieratica, immobile e viva. Le acque del fiume Gange bagnano i gradini delle tante Ghat dove migliaia di fedeli fanno abluzioni purificative per lo sprito. Il fuoco di Lord Shiva brucia sotto Manikarnika, dove da 2500 anni, ogni giorno, centinaia di corpi vengono bruciati offrendo Mokhsa &#8211; liberazione &#8211; alle anime di coloro le cui ceneri scorrono assieme al sacro Gange. Questo infatti è l’obiettivo massimo per un Hinduista: uscire dal ciclo di reincarnazioni &#8211; Samsara &#8211; che relega l’anima alla vita terrena. Una volta ottenuta Mokhsa l’anima ottiene salvezza eterna, interrompendo cosi lo scomodo manifestarsi della vita in forma umana, troppo legata ai vincoli materiali che impediscono una pura spiritualità. I Sadhu Baba, uomini sacri nell’Hindu che vivono in (teorico) completo distacco dalla vita materiale, attendono fiduciosi, ad un passo dalla fine, vivendo gli ultimi attimi fumando charas e preparandosi ad uscire da questa vita. Dal mio rooftop osservo da una parte a ovest l’antica Benares, in mezzo il fiume sacro, e dall’altra ad est la Valle della morte, dove la vita si spegne ritualmente, mentre ironicamente il sole che sorge ogni mattina da oriente porta nuova vita: “Neverending Samsara”. Con l’anima in tasca entro nel Taj Mahal in Agra, una splendida visione che dal vivo surclassa foto e posters. Un gioco di prospettive rende incalcolabile lo spazio tra me e il Taj: ora posso toccarlo, ora è lontanissimo. Mi diverto a vedere interazioni tra ricchi 50enni occidentali con tour operator al seguito e in luccicante tenuta turistica e un gruppo di pellegrini dal Rajasthan, con turbanti e orecchini che scalzi pascolano tra la folla, seguiti dalle mogli avvolte in sari colorati e gioielli artigianali. Mondi lontani che si sfiorano, che condividono l&#8217;umanità. L’avventura indiana si conclude a Delhi, riflettendo su quanto questa esperienza sia uno di quei cardini personali comprensibili solo da chi ha provato le stesse sensazioni e visto le stesse cose, e per un attimo ha sfiorato l’intoccabile. Motivi burocratici mi impediscono di attraversare il Pakistan, per cui si vola in Iran! Goodbye, unbelievable India.</p>

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		<title>India: pellegrinaggi, matrimoni e chapati</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 10:23:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco BAgni]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni Poche avventure ma tanta cultura. Sto invecchiando. Il mio viaggio in India parte da Ellora e Ajanta, dove i primi insediamenti buddisti ebbero luogo qualche secolo dopo gli insegnamenti di Siddarta Gautama aka Buddha, nel nord. Buddha enormi nascosti tra le grotte, dove la luce filtra appena, amplificano il mistero della ricerca dei nostri antenati. Valanghe di turisti indiani si mobilitano in pellegrinaggi e gite scolastiche, per apprendere che secoli addietro la loro civiltà era tra le avanguardie globali. I più fanno offerte e preghiere a Lakshmi, la dea del benessere e ricchezza, ma anche Ganesh con la sua faccia d’elefante è sempre ben riguardato. Per ogni statua c’è un festival e per ogni festival ci sono migliaia di fedeli che attraversano lo stato per rendere omaggio ed essere parte del tutto. E’ pooja time, o tempo di preghiera, e la fila di fedeli si ammassa davanti all’ingresso del tempio ansiosa di ricevere Darshan, benedizione, e guadagnare qualche karma-point utile in futuro. Il momento è delicato per tutti i pellegrini, un piccolo errore nel rituale può annullare tutto il pellegrinaggio. Ci si avvicina sempre di più al centro del tempio, si ripone qualche rupia nella proboscite di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2726" href="http://imprenditori.it/2010/10/08/india-pellegrinaggi-matrimoni-e-chapati/img_6993_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2726" title="IMG_6993_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/09/IMG_6993_opt-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a><strong>di Marco Bagni</strong></p>
<p>Poche avventure ma tanta cultura. Sto invecchiando. Il mio viaggio in India parte da Ellora e Ajanta, dove i primi insediamenti buddisti ebbero luogo qualche secolo dopo gli insegnamenti di Siddarta Gautama aka Buddha, nel nord.<br />
Buddha enormi nascosti tra le grotte, dove la luce filtra appena, amplificano il mistero della ricerca dei nostri antenati. Valanghe di turisti indiani si mobilitano in pellegrinaggi e gite scolastiche, per apprendere che secoli addietro la loro civiltà era tra le avanguardie globali. I più fanno offerte e preghiere a Lakshmi, la dea del benessere e ricchezza, ma anche Ganesh con la sua faccia d’elefante è sempre ben riguardato. Per ogni statua c’è un festival e per ogni festival ci sono migliaia di fedeli che attraversano lo stato per rendere omaggio ed essere parte del tutto. E’ pooja time, o tempo di preghiera, e la fila di fedeli si ammassa davanti all’ingresso del tempio ansiosa di ricevere Darshan, benedizione, e guadagnare qualche karma-point utile in futuro. Il momento è delicato per tutti i pellegrini, un piccolo errore nel rituale può annullare tutto il pellegrinaggio. Ci si avvicina sempre di più al centro del tempio, si ripone qualche rupia nella proboscite di un elefante che, pieno di fiori e body painting, ringrazia il pellegrino accarezzandogli la testa col suo lungo e simpatico nasone. Finalmente innanzi alla sala principale, dove l’accesso ai non hindu è negato, vedo con la coda dell’occhio l’offerta al Brahmino: tra fiori, latte, noci di cocco e contanti ognuno a modo suo si compra crediti; Shiva ringrazia e sbatte il suo terzo occhio: avanti il prossimo! Una volta fuori si è tutti piu contenti, belli scalzi e sgangherati ci si merita un bel pranzo in puro indian style, si mangia con le mani su foglie di banana, si beve chai preparato da barman acrobatici, si condivide ogni centimetro di spazio e la musica assordante aggiunge esotismo e positività. Ancora una volta mi cattura il fatto che tante religioni convivono all’unisono, per ogni tempio c’è una chiesa cristiana ed una moschea, una catena infinita di preghiere e cerimonie. Come sempre il forestiero è trattato con grande riguardo, e mille volte al giorno si risponde alle fatidiche domande: &#8220;Which country do you belong? – Where is your house? – What place? – Good name sir? – You America? – Africa?&#8221;.<br />
Ilari discussioni di ogni forma e colore, tra cui questa, tra Marco (io) e Ramesh:</p>
<p><em>R: What is your name? M: Marco</p>
<p>R: Which is your country? M: Italy</p>
<p>R: Oh very nice, what is your age? M: 27</p>
<p>R: Are you marriage?</p>
<p>M: No, not yet, are you married?</p>
<p>R: No, not yet, I will get marriage in 2016</p>
<p>M: How do you know this?</p>
<p>R: Because&#8230; Oh yeah I know in Europe white people believe in love marriage and don’t believe in arranged marriage&#8230; My family knows me very well and find a good wife for me and I will marry her when I will be 26, and I know she is be my perfect wife because my parents choose her for me, because they know me very well, and they know what is good for me. So I don’t have to worry!</p>
<p>M: Wow, are you sure about this?</p>
<p>R: yes yes for sure, and you? How do you believe in love marriage? If you find a girl and you tell her that you love her, how do you know that she loves you? How do you know that your marriage will be succesfull if you don’t know this girl?</p>
<p>What is the percentage of succesfull marriage in your country? Eh?<br />
</em><br />
Mi trovo perplesso, i numeri tecnicamente danno ragione al mio amico! Le donne del sud sono oggetto misterioso, nascoste da metri di sari e gioielli luccicanti, i loro visini delicati si mimetizzano nell’ambiente colorato e, siccome la tradizione vede mondi lontani e distinti tra uomini e donne, i matrimoni arrangiati da famiglie sono comuni come pagnotte di chapati, per cui i miei coetanei indiani si ritrovano in branchi, si prendono per mano e vivono la giornata sperando nella svolta. Ascoltano musica di Bollywood dai loro cellulari polifonici, trangugiano succhi di frutta e samosas, aspettando il giorno in cui il padre ci azzecchi nella scelta della moglie!</p>
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		<title>Pausa koreana</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2010/08/19/pausa-koreana/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 10:01:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[DMZ]]></category>
		<category><![CDATA[Kim Il Sung]]></category>
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		<category><![CDATA[Seoul]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (10^ puntata) La Korea del Sud è un perfetto riassunto asiatico: ci si trova un po’di rozzezza e zozzume cinese, un po’ di educazione e asetticismo giapponese, una propensione all&#8217;alcol tutta siberiana, una lingua più impronunciabile del mongolo e cibo buono e iperpiccante tipico del sud-est asiatico. Si aggiunga un buon numero di religioni che convivono ed il fatto che la Korea è divisa in due per ragioni politico-militari e si ottiene un interessante collage da spulciare e studiare con calma. L&#8217;idea di farmi Seoul &#8211; Pyongyang in autostop mi affascina terribilmente ma purtroppo l&#8217;accesso in Nord Korea mi viene negato&#8230; La truppa di Kim Il Sung non vede di buon occhio proprio nessuno, quindi mi son dovuto accontentare di un tour organizzato sul confine nella paradossale DMZ o zona demilitarizzata, in puro american style: militari yankee giocano a gara di sguardi con i militari nord koreani dall&#8217;altro lato del confine, cercando di evitare incidenti diplomatici che potrebbero causare la terza guerra mondiale. Una sitazione di stallo a dir poco inquietante. Pieno di orgoglio ho comunque messo piede in Nord Korea, un metro abbondante dal confine, direi. Così, posso raccontare anche questa! Ciò che si dice della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2490" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2490" title="IMG_1442_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/08/IMG_1442_opt-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">  Il tempo non passa mai. E così nella classifica dei lavoratori europei che vorrebbero andare all&#39;estero gli italiani sono agli ultimi posti. Meglio mammà dell&#39;Australia, da sempre.</p></div>
<p><strong>di Marco Bagni (10^ puntata)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Korea del Sud è un perfetto riassunto asiatico: ci si trova un po’di rozzezza e zozzume cinese, un po’ di educazione e asetticismo giapponese, una propensione all&#8217;alcol tutta siberiana, una lingua più impronunciabile del mongolo e cibo buono e iperpiccante tipico del sud-est asiatico. Si aggiunga un buon numero di religioni che convivono ed il fatto che la Korea è divisa in due per ragioni politico-militari e si ottiene un interessante collage da spulciare e studiare con calma. L&#8217;idea di farmi Seoul &#8211; Pyongyang in autostop mi affascina terribilmente ma purtroppo l&#8217;accesso in Nord Korea mi viene negato&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La truppa di Kim Il Sung non vede di buon occhio proprio nessuno, quindi mi son dovuto accontentare di un tour organizzato sul confine nella paradossale DMZ o zona demilitarizzata, in puro american style: militari yankee giocano a gara di sguardi con i militari nord koreani dall&#8217;altro lato del confine, cercando di evitare incidenti diplomatici che potrebbero causare la terza guerra mondiale. Una sitazione di stallo a dir poco inquietante. Pieno di orgoglio ho comunque messo piede in Nord Korea, un metro abbondante dal confine, direi. Così, posso raccontare anche questa! Ciò che si dice della Korea è che i poveri civili sono, oltre che tenuti in riga con una frusta, costantemente bombardati da propaganda, un lavaggio del cervello che inizia fin dalla nascita e che mira alla divinizzazione dell&#8217;eterno leader Kim Il-sung e di suo figlio Kim Yong-Il. Con effetti collaterali orribili come massacri e torture di prigionieri ribelli e fame per la popolazione. Poi, ogni tanto, i poveri civili vengono premiati con alcune grandi feste patriottiche, come i famigerati Mass Games, dove i migliori atleti del paese creano spettacolari coreografie sincronizzate in puro spirito socialista. Un modo per ringraziare il loro leader. Un peccato non averne preso parte. Anch&#8217;io vorrei dire un ironico &#8220;Grazie, Kim!&#8221; per tenere il mondo un po&#8217; sulle spine con qualche minaccia nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornando da quel tour al confine mi sono chiesto in quale tipo di sistema per il lavaggio del cervello viviamo invece noi: forse più grande, più colorato, e apparentemente più libero&#8230; Con queste riflessioni per la testa arrivo a Seoul, accorgendomi subito che siamo ad anni luce da Tokyo. Ma ho bisogno di staccare, prendermi una pausa dal viaggio, dalla vita, dalla sete di cose e persone. Così sono a Seoul e a Seoul rimango. Ripongo lo zaino sotto al letto e siedo ad un tavolino, riaprendo le trattative con cari amici che mi sono lasciato alle spalle, come Photoshop e tutta l&#8217;allegra suite di Adobe. Sono rientrato nel circolo internauta che mi ha un po’ anestetizzato, dandomi la possibilità di far sedimentare lentamente tutti i mesi corsi fino a qui e prendere aria per i prossimi a venire. Ma ho già una meta per la testa&#8230; ci vediamo in India!</p>
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		<title>Tokio, ti amo. Tokio, ti lascio</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 10:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (9^ puntata) All’ombra di un bonsai ripercorro mentalmente l’avventura giapponese e mi strofino gli occhi per capire se sogno o son desto. Esperienza onirica, fabula metropolitana. Dovevano essere due settimane veloci e indolori e invece ho speso un mese e mezzo in questo mondo incantato, terra di samurai, geishe, ninja, lottatori di sumo, buddismo zen, yakuza e videogames. Del Giappone, va detto, mi sono innamorato: ho riscoperto il valore dell’ amicizia e della fratellanza e invertito notte e giorno perdendomi in una Tokio mirabolante, che alla fine ho abbandonato senza nemmeno capire il perchè. Della serie ‘ti lascio perche ti amo troppo&#8230;’? Le aspettative che avevo sul Giappone erano alte e sono state ampiamente colmate. Se dell’Asia, la cosa che finora mi aveva colpito maggiormente, era il contrasto tra ricco e povero, in Giappone l’asse si è spostato sulla dicotomia nuovo-vecchio, mantenendo in qualche modo stabile il delicato equilibrio tra spirito e materia. In Giappone sembra sempre che tutto sia troppo calmo e che qualcosa stia per succedere; le vecchiette passeggiano col proprio cane con struggente calma e la gentilezza che regna sovrana suona di trappola per lo straniero. Sembra di stare in un gigantesco Truman Show. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2296" title="DSC07763_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/06/DSC07763_opt-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" />di Marco Bagni (9^ puntata)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">All’ombra di un bonsai ripercorro mentalmente l’avventura giapponese e mi strofino gli occhi per capire se sogno o son desto. Esperienza onirica, fabula metropolitana. Dovevano essere due settimane veloci e indolori e invece ho speso un mese e mezzo in questo mondo incantato, terra di samurai, geishe, ninja, lottatori di sumo, buddismo zen, yakuza e videogames. Del Giappone, va detto, mi sono innamorato: ho riscoperto il valore dell’ amicizia e della fratellanza e invertito notte e giorno perdendomi in una Tokio mirabolante, che alla fine ho abbandonato senza nemmeno capire il perchè. Della serie ‘ti lascio perche ti amo troppo&#8230;’?</p>
<p style="text-align: justify;">Le aspettative che avevo sul Giappone erano alte e sono state ampiamente colmate. Se dell’Asia, la cosa che finora mi aveva colpito maggiormente, era il contrasto tra ricco e povero, in Giappone l’asse si è spostato sulla dicotomia nuovo-vecchio, mantenendo in qualche modo stabile il delicato equilibrio tra spirito e materia. In Giappone sembra sempre che tutto sia troppo calmo e che qualcosa stia per succedere; le vecchiette passeggiano col proprio cane con struggente calma e la gentilezza che regna sovrana suona di trappola per lo straniero. Sembra di stare in un gigantesco Truman Show. Ma ipertecnologico&#8230; Il rapporto uomo-robot ha portato i giapponesi ad essere un popolo davvero strano, impossibile da decifrare. Wc parlanti con tazza riscaldata e bidet incorporato a cinque velocità, autobus e distributori automatici dotati di anima, macchine che fanno di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Raccontare il Giappone è molto difficile perchè si finisce per notare i soliti stereotipi (tutti veri), imparati guardando i cartoni nipponici coi quali siamo cresciuti (Holly e Bengji, il vecchio Marrabbio e Daitan 3), anche se a differenza che in tv i campi da calcio prima o poi finiscono, le polpette di riso sono buonissime e la fine del mondo è vicina sì, ma non è ancora arrivata.</p>
<p style="text-align: justify;">Per raccontare qualcosa di diverso quindi apro la porta di carta scorrevole, entro scalzo nel ristorantino in legno, scosto le tendine ad altezza occhi, mi siedo di fronte allo chef che con un asciugamano legato in fronte e gli occhi chiusi prepara a velocità supersonica sushi, sashimi, tempura e teppanyaki, ripongo una sbadilata di wasabi a bordo piatto e brindo a sakè e birra Suntori alla storia del Giappone. “Ai confini del mondo c’è un’isola, l’isola dove il sole sorge, Nippon&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’isola remota non è stata toccata per secoli e le tradizioni sono qui cosi radicate che quando il futuro targato Ovest ha raggiunto le coste con la potenza di un’onda anomala nessuno può immaginare cosa sia successo nella testa di questa gente. Ma il risultato è che i giapponesi, capaci di prendere il meglio dalle influenze incombenti, sono stati in grado di metabolizzare il futuro da fuori e renderlo giapponese. In quest’isola il futuro parla giapponese, la musica parla giapponese. La tecnologia era aliena, loro l’hanno presa e fatta propria.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è strano imbattersi a Tokyo, la città più trafficata del mondo, in una bella giapponese che cammina tra la gente immersa nel kimono tradizionale con il viso da bambola, i capelli raccolti sulla testa, qualche ciuffo che scende sinuoso sul collo ed enormi cuffie sulle orecchie che sparano musica elettronica. Non è ostentazione, non è nemmeno moda: la musica è parte integrante della giapponesità, e la tecnologia è il mezzo col quale si riempie lo spirito della metropoli.<br />
L’avventura giapponese è iniziata ad Osaka, dove insieme ad amici locali io e l’amico Devid (conosciuto a Shangai) ci siamo infilitrati nella night life nipponica e poi in un festival di musica elettronica tradizionale nel mezzo di una foresta dispersa tra i monti, tra mangiafuoco e sintetizzatori, danzatrici sinuose e chitarroni elettrici. Poi sono andato a Tokio: l’apoteosi. Un immenso villaggio: prendi i grattacieli di Hong Kong e Shanghai insieme e spalmali sull’asfalto, sdraiali in orizzontale ed ottieni Tokyo, dove ogni giorno dura 48 ore. Puoi trovare la calma di Rubiera in una minuscola viuzza, girare l’angolo ed essere al centro del Mondo. L’epicentro, per l’esattezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo stati fotografi, modelli, scrittori, giornalisti, cazzeggiatori e filosofi; la mondanità di Tokyo racchiusa nel mio palmo e qualche kimono di seta mi hanno fatto girar la testa, mi hanno fatto quasi piantar radici, tanto che tutt’ora non so che diavolo ci faccio in Korea&#8230; Quando mi accorgo che ho compiuto 27 anni e che da più di un mese sono un giapponese mi rendo conto che devo andarmene. Un lunedi mattina mentre gli amici dormono ancora scappiamo dal centro del mondo, timorosi di esserne inghiottiti e partiamo verso sud, autostoppando in autostrada.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriviamo ai piedi del nobile Monte Fuji un tiepido pomeriggio e come due deficienti inziamo a scalarlo come se fosse una passeggiata al parco. Ci troveremo alle dieci della sera ad arrancare come elefanti cercando di raggiungere la stazione a quota 3000 metri. Sembra impossibile, i polmoni chiedono il cambio dopo la selvaggia urbanità e le gambe tremano: siamo due idioti senza acqua a scalare un vulcano! Sto per svenire ma non cedo: la giusta musica in cuffia mi dà la carica finale e spossato e col cuore in gola raggiungo il top della vetta, dove scopro che se non ce l’avessi fatta sarei stato il decimo turista dell&#8217;anno a perire sul Fuji! L’indomani mi godo la splendida alba e la discesa è facile e divertente, là dove poche ore prima a momenti ci lasciavo la pellaccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi a Kyoto ho fatto l’uomo del protocollo e due foto ai templi della vecchia capitale nipponica, a Hiroshima ho reso omaggio ai disastri della bomba atomica, ho realizzato che la fine del mondo non è poi così lontana e comunque la mia parte io l’ho fatta; alla fine siamo parte di questo pianeta e le nostre ceneri saranno le basi per una nuova forma di vita, questo ci meritiamo, la vita è fatta di cicli.</p>
<p style="text-align: justify;">Un sospiro e un ultimo autostop che ci porta a Fukuoka lungo l’autostrada videogame che serpeggia come un drago allucinato. La madre del nostro &#8216;autista&#8217; è lieta di farci spendere la notte nella loro umile dimora e ci prepara la miglior colazione della storia con riso, pesce, uova, verdure, alghe, salsicce, pane, burro, marmellata e frutta&#8230; ci mancava solo il giornale, mannaggia!</p>
<p style="text-align: justify;">Neanche il tempo di ringraziare e ci troviamo come per magia su una nave: direzione South Korea. Livello successivo. Quando vorresti che qualcuno fermasse il tempo, quando ti illudi di averlo in pugno poi ti volti e scopri che se n’è andato. Ah con qual solerzia e parsimonia lo tempo giuoca col destino e lo soggiuoca. E codesto seppur fugace animale bistratta lo pusillanime uomo che incurante della consecuenzia si impegna a vincerlo, ah lo tempo che giammai si fermerà!</p>
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		<title>L&#8217;odore dei soldi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 16:56:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (8^ puntata) Hong Kong è stata un vera vacanza di otto settimane. Ma essendo ultimamente la mia vita al contrario, in queste otto settimane ho, in verità, lavorato! Hong Kong è stata colonia Britannica a tutti gli effetti in seguito alle guerre per l&#8217;oppio del secolo scorso, e dal 1997, alla scadenza del contratto di affitto agli spacciatori inglesi, è ritornata all&#8217;abbraccio della madrepatria Cina. Ora è un città-stato con un rapporto particolare col governo cinese, il quale ufficialmente regna ma che di fatto esercita poca influenza sulla gente e soprattutto si ferma davanti all&#8217;unica cosa che davvero interessa: i soldi. E di soldi ce ne sono a palate. Qui c&#8217;è libertà di pensiero, parola ed espressione; la gente manifesta ed esercita i propri diritti, anche se tutto sembra solo una scusa per uscir a fare acquisti e consumare. Appena giunto nella &#8220;Asia&#8217;s World City&#8221; come amano definirla i locali, sono stato raggiunto per una settimana da una spedizione italiana capitanata dal mio mitico nipote Chicco con al seguito sua mamma (cioè mia sorella) e sua nonna (cioè mia mamma). La Happy Family si è adattata benone allo step asiatico apprezzando &#8211; in maniera inquietante &#8211; fin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2159" title="hk4_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/06/hk4_opt-300x199.jpg" alt="hk4_opt" width="300" height="199" />di Marco Bagni (8^ puntata)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Hong Kong è stata un vera vacanza di otto settimane. Ma essendo ultimamente la mia vita al contrario, in queste otto settimane ho, in verità, lavorato! Hong Kong è stata colonia Britannica a tutti gli effetti in seguito alle guerre per l&#8217;oppio del secolo scorso, e dal 1997, alla scadenza del contratto di affitto agli spacciatori inglesi, è ritornata all&#8217;abbraccio della madrepatria Cina. Ora è un città-stato con un rapporto particolare col governo cinese, il quale ufficialmente regna ma che di fatto esercita poca influenza sulla gente e soprattutto si ferma davanti all&#8217;unica cosa che davvero interessa: i soldi. E di soldi ce ne sono a palate.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui c&#8217;è libertà di pensiero, parola ed espressione; la gente manifesta ed esercita i propri diritti, anche se tutto sembra solo una scusa per uscir a fare acquisti e consumare. Appena giunto nella &#8220;Asia&#8217;s World City&#8221; come amano definirla i locali, sono stato raggiunto per una settimana da una spedizione italiana capitanata dal mio mitico nipote Chicco con al seguito sua mamma (cioè mia sorella) e sua nonna (cioè mia mamma). La Happy Family si è adattata benone allo step asiatico apprezzando &#8211; in maniera inquietante &#8211; fin troppo la cultura locale e le bizzarrie dei cinesi, oltre alla pensione di dubbio gusto nella quale li ho alloggiati. Ho potuto così dare sfoggio di tutte le mie conoscenze sull&#8217; Asia e l&#8217;Impero di Mezzo riassumendo 4000 anni di cultura orientale davanti ad una scodella di riso e tofu, insegnando l&#8217;uso delle bacchette ai miei commensali. Sono stato viziato da qualche pizza, spaghetti e colazioni al bar gentilmente offerte dalla famiglia, e ammetto che non ho opposto molta resistenza!</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta dipartita la banda italica mi sono rimboccato le maniche: servono soldi&#8230; che fare? Barista, lavapiatti, cameriere, grafico&#8230; mhmh, che noia. Così ho optato per un lavoro meno convenzionale e certamente più divertente. Ed eccomi, in Times Square, nel cuore di Hong Kong, a fare il giocoliere! Intrattenendo la folla che si affretta tra un negozio e l&#8217;altro ho dato sfogo alle mie, pur modeste, capacità di giocoliere ed animatore, culminando le street performances facendo la statua, il mimo, o più in generale, il deficiente. Anzichè prendermi a calci, come avrebbero fatto in qualsiasi altra parte del globo, i cinesi hanno apprezzato le mie abilità facendomi foto e gettando monetine su monetine nel mio cappellino maoista.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono divertito ma l&#8217;ho presa seriamente: lavorando sodo ogni giorno per 6 settimane, sudando come un dannato, ho risparmiato qualche danaro, utile per il futuro prossimo. E mentre di notte la folla in strada impazziva per le mie gesta, di giorno meditavo sul futuro, chiuso nella mini stanza di 2 metri quadrati presa in affitto. Ho avuto così modo di riallacciare contatti lontani e studiare geopolitica mondiale, storia e filosofia, pensando a come proseguire l&#8217;avventura. Tante parole hanno rimbalzato per le mura di quella stanza: passato, futuro, lavoro, vacanza, vacanza-lavoro, India, Japan, Marte, Universo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine mi sono fatto la consapevolezza che tutto accade solo nella nostra mente, in un immenso gioco di parallelismi universali nei quali conta solo il presente; dove il passato non ritorna e del futuro nulla si sa. Tenendo a mente i ricordi di ieri e sapendo che domani potrebbe essere troppo tardi la scelta è venuta da sola: dopo aver festeggiato il 15 luglio, il mio primo anniversario di viaggio con fuochi d&#8217;artificio sul Victoria Harbour e parate militari in mio onore, ho salutato la ex colonia britannica e mi sono rimesso in cammino, rientrando in Cina. Ancora. Il gap che separa Hong Kong e Cina è molto ampio, nella gente, nella mente e nell&#8217;atmosfera. E quando ho rivisto la gente ammassata sul treno che mangiava, dormiva, si scaccolava, si faceva la barba, sputava gusci di noccioline, urlava e trafficava ho realizzato di essere ritornato in una terra che ho amato. Ora sono a Shangai, la perla d’Oriente&#8230;</p>
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		<title>Burmese days</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 14:43:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (7^ puntata) Nel luglio 2008, quando sono partito, ho detto a mio padre: &#8220;Vai tranquillo babbo, in questo viaggio seguirò sempre itinerari turistici, non andrò certo a infilarmi in posti pericolosi, chennesò, la Birmania!”. Ed eccomi, spavaldo, e col nonno Willy che mi sostiene a distanza, al check in per Yangon, ex capitale della Birmania. Dopo essere stata una provincia dell’impero coloniale britannico insieme all’India, dal 1962 è governata da un regime militare dittatoriale: legge marziale, quella vera. Nell’89 il nome è stato cambiato in Myanmar. Qualsiasi voce di opposizione democratica qui viene puntualmente ammutolita e le grandi manifestazioni pacifiche svolte nell’88, ‘97 e 2007 sono culminate in bagni di sangue degni di Tien An Men, con i giovani militari di Yangon e Mandalay costretti a sparare sulla folla di monaci, studenti e famiglie. Chi tentennava mostrando umanità veniva a sua volta arrestato e sostituito da altri giovani poverissimi ed ignoranti provenienti dalle isolate campagne, che felici di avere un M-16 o AK-47 tra le mani giocavano alla guerra ottenendo cosi una grottesca rivincita contro i ricchi e acculturati studenti universitari&#8230; Questo scempio accade oggi, nel presente, non è storia; e tuttora il regime del terrore fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1601" title="DSCN5517_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/02/DSCN5517_opt-300x225.jpg" alt="DSCN5517_opt" width="300" height="225" />di Marco Bagni (7^ puntata)</strong></p>
<p>Nel luglio 2008, quando sono partito, ho detto a mio padre: &#8220;Vai tranquillo babbo, in questo viaggio seguirò sempre itinerari turistici, non andrò certo a infilarmi in posti pericolosi, chennesò, la Birmania!”. Ed eccomi, spavaldo, e col nonno Willy che mi sostiene a distanza, al check in per Yangon, ex capitale della Birmania. Dopo essere stata una provincia dell’impero coloniale britannico insieme all’India, dal 1962 è governata da un regime militare dittatoriale: legge marziale, quella vera. Nell’89 il nome è stato cambiato in Myanmar.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualsiasi voce di opposizione democratica qui viene puntualmente ammutolita e le grandi manifestazioni pacifiche svolte nell’88, ‘97 e 2007 sono culminate in bagni di sangue degni di Tien An Men, con i giovani militari di Yangon e Mandalay costretti a sparare sulla folla di monaci, studenti e famiglie. Chi tentennava mostrando umanità veniva a sua volta arrestato e sostituito da altri giovani poverissimi ed ignoranti provenienti dalle isolate campagne, che felici di avere un M-16 o AK-47 tra le mani giocavano alla guerra ottenendo cosi una grottesca rivincita contro i ricchi e acculturati studenti universitari&#8230; Questo scempio accade oggi, nel presente, non è storia; e tuttora il regime del terrore fa si che qualsiasi gesto o parola sbagliata crei il sospetto di cospirazione e, nel migliore dei casi, l’imprigionamento. Mi chiedo cosa c’e’ dietro a questa lucida follia orwelliana (che fu profeta scrivendo Burmese Days, Animal Farm e 1984 negli anni &#8217;40). Soldi. Droga. La Birmania è infatti il secondo produttore di oppio al mondo.</p>
<p>Io come turista ho portato in Birmania un po’ di male e un po’ di bene: una cinquantina dei miei dollari è finita nelle tasche governative sotto forma di tasse per la sicurezza degli stranieri, in compenso ho prestato entrambe le orecchie alle tante voci bisognose di ascolto che ho incontrato. Yangon è meravigliosa: bianchi, neri, gialli e rossi, burmesi, cinesi, indiani, bengali, cingalesi, pakistani, nepali, buddisti, animisti, hinduisti, mussulmani, ebrei e cattolici, tutti in un metro quadrato!</p>
<p>“Hey Brother! Change money! Taxi! My friend! Drink tea! Want girl?”. Una passeggiata per le vie di Yangon è un trip di odori, puzze, polvere, sporcizia, colori, suoni, casini, urla, tuniche e turbanti&#8230; la città che aspettavo! Dopo questa esperienza polisensoriale si parte: primo obiettivo la nuova capitale costruita 3 anni fa nel mezzo del nulla a 6 ore da Yangon. NayPyiTaw (pronuncia &#8220;NiPiDo&#8221;) è al riparo da tutto e tutti, inattaccabile. Qui vivono solo militari e governativi, la corrente funziona 24 ore al giorno e proprio in questo punto gli astrologi hanno stabilito che c&#8217;è il centro perfetto sul quale far nascere la capitale “di una nuova società perfetta, di una nuova razza&#8230;”. Nessun autobus ci arriva, e nessuna guida turistica ne parla, nessuno ci vuole andare. Vengo fermato da tre posti di blocco durante il tragitto. Inizio a sentirmi un latitante. La prima cosa che vedo è il nuovo palazzo governativo (ancora in costruzione), un immenso palazzo in cemento che spicca sul nulla, sovrastando le capanne di palma in cui vivono gli operai, raggiungibile da un ponte. Insieme alla paura si fa strada in me anche l’adrenalina e faccio più foto possibili, prima che arrivi un ceffo in motorino che mi intima di piantarla.</p>
<p>Nascondo tutto prima di arrivare allla città vera e propria: un groviglio di tangenziali a quattro corsie, colate chilometriche d’asfalto che separano il nulla dal nulla, mentre il sole sembra sciogliere il panorama. Nessuno che cammina, nessuno che vive. In qualità di primo turista del 2009 decido di regalarmi la t-shirt Rememberance of NayPyiTaw ma scappo subito dopo, salendo sul primo treno verso Nord. Tiro un sospiro di sollievo. Arrivo allo splendido Inle Lake, un lago ad alta quota circondato da montagne dove vedo finalmente i burmesi, nella loro semplice vita di pesca, remare con un piede mentre con le mani tirano la rete, in bilico sull’altro piede. Veri funamboli!</p>
<p>Il panorama è pieno zeppo di pagode, soprattutto sulle cime delle montagne, torri dorate. I birmani sono devoti buddisti fino all’estremo, puntano tutto il fato sulla prossima vita&#8230; li capisco! Monywa mi regala la vista di due Buddha enormi: il primo sdraiato e il secondo in piedi, alto piu di 130 metri! Molto più maestoso di quello di Leshan in Cina nasconde nei 25 piani interni scene dell’inferno buddista: gente tritata, lacerata, fatta a pezzi, sbudellata.</p>
<p>A Bagan finisco invece al NAT worshipping festival: venerazione e offerte ai Nat, gli spiriti che, secondo le antiche credenze burmesi prebuddiste, animano tutto quel che ci circonda. Un po&#8217; come gli sciamani e gli animisti venerano gli spiriti assicurandosi la loro protezione e la loro fortuna. Mi trovo così, alle quattro del mattino, ad imbarcarmi insieme ad ottanta burmesi, uomini, donne, giovani, vecchi e bambini verso il piccolo villaggio dove si svolgerà il vero festival. Sulla oscillante barca tutti sono bellissimi: gli uomini indossano camicia a maniche corte e longji, il tradizionale mantello che copre le gambe annodato sulla vita che tutti i burmesi portano quotidianamente. Le loro bocche hanno macchie rosso scuro e dai loro sorrisi sdentati si potrebbe supporre siano cannibali. Invece è colpa del betel, la liquirizia locale, una sostanza amara rossastra che tutti masticano e sputano a catena come i giocatori di baseball.</p>
<p>Io sono di gran lunga il piu’ sporco a bordo e con un po&#8217; di compassione il mio amico MaoMao (fratello della bella MiMi) mi dà una camicia e un longji puliti: sono un Burmese! Sono pulito! Dalle 8 alle 11 del mattino una donna sui trent’anni inizia i veneramenti sulla barca, offrendo cibo, bevendo, fumando, ballando e cantando sotto la musica furente proveniente dai rozzi megafoni in dotazione. Dopo tre ore la donna avrà, senza esagerare, bevuto una bottiglia di rhum e fumato almeno 60 sigarette (rigorosamente 2 alla volta), e donato tutto il cibo ai commensali. Tra la musica caotica, il rumore del motore della barca e il suo oscillio, i canti, i balli e il rhum sono completamente stordito e in trance spiritica. Ma il bello deve ancora venire: la sera, dopo 12 ore di barca controcorrente, finalmente il villaggio dove flotte di barche arrivano in continuazione, per tutta la notte e da ogni dove, stracolme di burmesi festanti, traballanti e pieni di rhum. Tutti ballano sotto la luna piena in un’atmosfera che non riesco a definire. Folle? Magica? Stregata? Se solo capissi mezza parola di quello che dicono&#8230;</p>
<p>La notte dormo, o meglio ci provo, sul tetto della barca, con l’eco delle musiche che mi fischia nelle orecchie e che continua fino al mattino. Non distinguo più sogno e realtà. Chiudo l’esperienza birmana con un po’ di mare, sulla baia del Bengali. I Burmesi in vacanza fanno il bagno completamente vestiti per via del conservatismo estremo, e io passo le ultime serate con brillanti simposi in francese in compagnia di una simpatica coppia di sessantenni parigini in pensione. Questa è la mia Birmania, dove lontano dallo schifo che la politica ha creato, ho fatto un’esperienza enorme, anche se la paura rimane. Spesso mi sono sentito fuorilegge. Dopo aver visto NayPyiTaw mi sembra addirittura che il peggio debba ancora venire, ma spero di sbagliarmi. Spero inoltre, nel mio piccolo, che con quanto scritto il ricordo degli amici conosciuti in Yangon, Bago, Inle, Mandalay, Monywa, Bagan e ChaungTa rimanga vivo, e che quelli così coraggiosi che, sfidando le spie, mi hanno parlato abbiano tanta fortuna quanto coraggio.</p>
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		<title>A bordo della Queen of Mekong</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 10:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (6^ puntata) Come sempre una breve digressione storica per ambientarci un pò. Sono in Cambogia (in lingua locale: Preah Réachéanachâkr Kâmpuchea), terra abitata dal popolo Khmer, che ha alternato nella sua storia due momenti salienti: il primo mille anni fa, quando l&#8217;imperio Khmer conquistò gran parte di Indocina e Thailandia, ponendo basi comuni per la cultura e la religione di questi paesi; il secondo invece dopo il colonialismo francese e le due guerre mondiali. Da lì in poi il caos totale, prima con le battaglie per cacciare i &#8216;francesini mangiabaguette&#8217;, poi con l&#8217;involontario coinvolgimento nella guerra in Vietnam che ha portato a una serie di guerre civili culminate con il genocidio attuato da Pol Pot. Per farla breve tra il &#8217;75 e il &#8217;79 più di 2 milioni di Khmer sono stati sterminati dai Khmer rossi (cioè loro stessi!): una lucida follia ben sponsorizzata da Usa, Russia e Cina. Essendo passato così poco tempo dalla tragedia è molto facile incontrarne i superstiti (tutti gli over 40, in pratica), i quali ti raccontano apertamente i singoli drammi, la situazione da ‘tutti contro tutti’, la lotta per la sopravvivenza. Uccidere o morire&#8230; Dopo tanto dramma i cambogiani hanno deciso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1372" title="P1030150_opt" src="http://imprenditori.it/files/2009/12/P1030150_opt-300x225.jpg" alt="P1030150_opt" width="300" height="225" />di Marco Bagni (6^ puntata)</strong></div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span>C</span><span>ome sempre una breve digressione storica per ambientarci un pò. Sono in Cambogia (in lingua locale: Preah Réachéanachâkr Kâmpuchea), terra abitata dal popolo Khmer, che ha alternato nella sua storia due momenti salienti: il primo mille anni fa, quando l&#8217;imperio Khmer conquistò gran parte di Indocina e Thailandia, ponendo basi comuni per la cultura e la religione di questi paesi; il secondo invece dopo il colonialismo francese e le due guerre mondiali. Da lì in poi il caos totale, prima con le battaglie per cacciare i &#8216;francesini mangiabaguette&#8217;, poi con l&#8217;involontario coinvolgimento nella guerra in Vietnam che ha portato a una serie di guerre civili culminate con il genocidio attuato da Pol Pot. Per farla breve tra il &#8217;75 e il &#8217;79 più di 2 milioni di Khmer sono stati sterminati dai Khmer rossi (cioè loro stessi!): una lucida follia ben sponsorizzata da Usa, Russia e Cina. Essendo passato così poco tempo dalla tragedia è molto facile incontrarne i superstiti (tutti gli over 40, in pratica), i quali ti raccontano apertamente i singoli drammi, la situazione da ‘tutti contro tutti’, la lotta per la sopravvivenza. Uccidere o morire&#8230; </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Dopo tanto dramma i cambogiani hanno deciso di smettere di uccidersi inutilmente e ora sorridono alla vita. Certo non navigano nell&#8217;oro ma si accontentano decisamente di essere vivi e se la vivono, un pò sgangherati e trasandati, ma sempre e comunque felici e sinceri. Giunto in Cambogia faccio uno degli incontri chiave di questo lungo viaggio che ormai coincide con la mia vita: un finlandese forse più pazzo di me con il quale compro una barca a remi. Dopo un’estenuante trattativa (siamo arrivati a pagarla 85 dollari) e il varo della Queen of Mekong passiamo sei giorni scendendo il Mekong in barca! Prima dell’avventura mi sono tagliato barba e capelli: nuova avventura, nuova fisionomia (vedi foto in apertura). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>La discesa del fiume mi ha abituato a ritmi serrati: sveglia prima dell&#8217;alba, quattro ore di remata sotto un sole ammorbante interrotte da qualche tuffo nel fiume, pranzi in capanne lungo le coste, pomeriggi d’ammirazione per la natura splendida e rigogliosa. Qualcuno, alla partenza, ci aveva messo in allerta per la presenza di guerriglieri ancora attivi lungo le coste, ma l&#8217;unico problema incontrato è stato di carattere ben diverso. Dopo esser stati invitati ad un matrimonio khmer della durata di due giorni comprensivo di laute mangiate e bevute avremmo voluto congedarci per riprendere il cammino ma questi non ne volevano sapere e ci siamo trovati costretti a ballare musiche tribali khmer per ore insieme agli indigeni! Rollin’ on the river! Il sesto giorno arriviamo a Kratie e decidiamo di rivendere la barca. Pochi minuti e tutto il villaggio era informato dell’arrivo di due stranieri (barang, in lingua locale) intenzionati a vendere una barchetta malconcia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Alla fine l’ha acquistata per 35 dollari un albergatore che ora espone la mia ex Queen of Mekong nella hall dell&#8217;albergo&#8230; Un cimelio storico! Abbandonate le vie fluviali mi accingo a entrare nella capitale cambogiana, Phnom Penh (ancora non ho capito come si pronuncia): vivace e polverosa, piena di gente e cose che poco hanno a che vedere l’una con l’altra, molto amichevole e divertente. Per le strade elefanti, scimmie e cani gialli tra i palazzi. E soprattutto&#8230; l’Oceano! Potrei fare il poetico ma preferisco dire che mi sono fatto tre giorni di immersioni subacquee su un&#8217;isola, con pinne ai piedi e bombola d&#8217;ossigeno alla mano, nella stupefacenza dei fondali marini: se in viaggio ho scoperto che dove c’è acqua c’è vita, stando sott&#8217;acqua ho scoperto che dove c’è tanta acqua c’è tanta vita!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Dopo Sihanoukville arrivo a Siem Reap, alla scoperta delle rovine di Angkor Wat: la Machu Picchu asiatica. Città-tempio millenaria che sottolinea la maestosità dell&#8217;impero Khmer, ma che ora la foresta si sta lentamente prendendo indietro, con alberi che crescono imponenti e radici che come serpenti attanagliano le rovine buddhiste-induiste. Una pagina del libro della giungla&#8230; Oltre a tante interviste con sopravvissuti al genocidio, qualche amicizia con simpatici personaggi e bellezze locali, colazioni a base di riso dolce, latte di cocco e frutti esotici, tanta polvere, biciclettate chilometriche aggrappato a tuk-tuk scassati eccomi sul confine della Thailandia, dove ho rifiutato 1 dollaro a un americano che la notte prima ha perso tutto al casinò. Con tutta la povertà che c’è qui, caro yankee, il mio dollaro non è certo per te! Tra le mani ho già un visto per la Birmania e un biglietto aereo per una meta da tempo inseguita, che presto diventerà realtà!</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span>Assieme ad un ragazzo finlandese compro una barca a remi, con la quale, per sei giorni, scendiamo il mekong. oggi la barca fa bella mostra di sè nella hall di un albergo di kratie.</span></p>
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		<title>Laos formato skateboard</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 14:29:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cambogia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (5^ puntata) Laos? Cos&#8217;è? Dov&#8217;è? E soprattutto&#8230; Perche&#8217;? Queste le domande, piu&#8217; che legittime, che mi accompagnano alla frontiera, mentre malinconicamente do l&#8217;addio alla Cina e mi appresto a mettere piede nel Sud Est Asiatico (altrimenti detto Indocina). Dopo la Siberia, i deserti e le praterie mongole e la funanbolica Cina ripongo con cura in fondo allo zaino le scarpacce bucate e, sfoderando due infradito già malconce, entro in Indocina dall&#8217;uscita di emergenza: il Laos, il paese che nessuno si aspetta, che nessuno sa dov’è e che viene sempre tagliato fuori dagli itinerari mordi e fuggi. Innanzitutto il Laos ha un’altro tempo: rilassatezza, calma, caldo ma non troppo. Una bolla di pace che ti assorbe ed assopisce, facendoti dimenticare perchè sei lì. La storia del Laos è presto detta: uno stato cuscinetto, cornuto e mazziato nei secoli e attaccato e colonizzato da chiunque: Cambogia, Cina, Thailandia, Vietnam, Francia e Usa. Oggi qui vige una sorta di comunismo importato dal Vietnam: bevendo BeerLao, la birra di partito, e guardando la tv spazzatura thailandese, il Paese va incontro al futuro speranzioso che i turisti si stanchino della Thailandia e del Vietnam e inizino seriamente a portare dollari nelle loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://imprenditori.it/files/2009/12/DSCN3107_opt.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1237" title="DSCN3107_opt" src="http://imprenditori.it/files/2009/12/DSCN3107_opt-300x225.jpg" alt="DSCN3107_opt" width="300" height="225" /></a><strong>di Marco Bagni (5^ puntata)</strong></p>
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<p><strong><span>L</span></strong><span><strong>aos? Cos&#8217;è? Dov&#8217;è? E soprattutto&#8230; Perche&#8217;?</strong> Queste le domande, piu&#8217; che legittime, che mi accompagnano alla frontiera, mentre malinconicamente do l&#8217;addio alla Cina e mi appresto a mettere piede nel Sud Est Asiatico (altrimenti detto Indocina). Dopo la Siberia, i deserti e le praterie mongole e la funanbolica Cina ripongo con cura in fondo allo zaino le scarpacce bucate e, sfoderando due infradito già malconce, entro in Indocina dall&#8217;uscita di emergenza: il Laos, il paese che nessuno si aspetta, che nessuno sa dov’è e che viene sempre tagliato fuori dagli itinerari mordi e fuggi. Innanzitutto il Laos ha un’altro tempo: rilassatezza, calma, caldo ma non troppo. Una bolla di pace che ti assorbe ed assopisce, facendoti dimenticare perchè sei lì. </span></p>
<p><span>La storia del Laos è presto detta: uno stato cuscinetto, cornuto e mazziato nei secoli e attaccato e colonizzato da chiunque: Cambogia, Cina, Thailandia, Vietnam, Francia e Usa. <strong>Oggi qui vige una sorta di comunismo importato dal Vietnam</strong>: bevendo BeerLao, la birra di partito, e guardando la tv spazzatura thailandese, il Paese va incontro al futuro speranzioso che i turisti si stanchino della Thailandia e del Vietnam e inizino seriamente a portare dollari nelle loro caneste in foglia di palma. L&#8217;atmosfera è un vero mix di stili esotici e la cosa più bella è che tutto sembra ancora puro e vero, non inflazionato dalla modernità e dal turismo estremo che sta spolpando i paesi vicini: il Laos è orgoglioso della sua pace, delle sue pessime strade, della vita semplice e anche della povertà tranquilla che contraddistingue le sue genti. A <strong>Luang Prabang</strong>, bellissima cittadella coloniale nel nord, punteggiata di innumerevoli templi buddisti, edifici francesi e il Mekong in sottofondo, dopo la tipica colazione a base di banana pancake e caffè penso che il viaggio sta prendendo una piega troppo facile: in Laos esiste il caffè, tutti parlano inglese, trovi tutti disponibili ad aiutare un europeo senza casa come me, c’è cibo occidentale. Così per movimentare la permanenza deciso di viaggiare su skateboard.</span></p>
<p><span>Lo skate, comprato ad un mercato cinese, mi accompagna nei saliscendi della lunga strada verso sud e tra un autostop e l&#8217;altro entro perentorio e trionfale nei minuscoli villaggi (5 km all&#8217;ora su questo trabiccolo!) scatenando l’ilarità degli abitanti, attoniti davanti ad un idiota bianco in bilico su un precario aggeggio di plastica! Abbandono lo skate quando, preso da troppa sicumera, mi faccio trainare da un motorino, con il risultato di rischiare la pelle e fondere una ruota del suddetto. Game over! A <strong>Phongsavan</strong> noleggio una motocicletta e in sella alla mia Fekon rossa coreana vado alla ricerca dei crateri lasciati dai milioni di bombe sganciate dagli americani al tempo della guerra in Vietnam. Molte sono inesplose e tuttora lasciano una pesante eredità di mine antiuomo sparse per il Paese. Non c&#8217;è tanto da ridere ma i laotiani sono buddisti e hanno preso tutto con la giusta filosofia, quindi niente rancore, tanto che usano i resti di bombe e missili come suppellettili nelle loro case-capanne o per raccogliere l&#8217;acqua: di necessità virtù!</span></p>
<p><span><strong>Vientiane</strong>, la capitale, è poco più grande di Reggio Emilia, e lo stile di vita non si discosta molto da quello del resto del Paese. Sveglia con i galletti che cantano stonati, tanti motorini che con calma si dirigono verso il proprio destino, nightlife quasi inesistente (anche perchè la musica lao, devo dirlo, è veramente terribile!). Passo un capodanno molto tranquillo su un&#8217;isola sul Mekong bella, quieta e silenziosa, scalzo in compagnia di un gruppo di ragazzi e di una disegnatrice cinquantenne che avevo conosciuto in Cina 3 mesi prima. Piccolo il mondo&#8230; Ma si sa, le belle coincidenze aumentano sempre l’entusiasmo, così tutte le sere, nei mille tramonti sul Mekong, penso all&#8217;arte del viaggio, e mi compiaccio: penso al passato, al presente e al futuro che si incrociano e tra domande e risposte che mi faccio e alle quali rispondo il senso di pienezza interiore mi accompagna fedele in questo trionfale egoismo tra le mie tempie, reso vivo quotidianamente sia dalle avventure che dai momenti di calma e pace. <strong>Libertà&#8230; che ebbrezza!</strong></span></p>
<p><span>Ho lasciato il Laos una mattina di inizio gennaio e sudando mi sono voltato indietro vedendo quattro settimane che sono volate in un sospiro, e penso che non so più che metro di paragone tenere: minuti, giorni o mesi? Chilometri o centimetri? Cos&#8217;è che continua a darmi la carica? Cosa sto cercando? La risposta&#8230; ve la scrivo dalla Cambogia!</span></div>
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		<title>Quella  volta che ho pregato..</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 08:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (4^ puntata) Cari lettori, dove siamo rimasti? Al rinnovo del visto cinese, alle continue scoperte che questo paese mi ha riservato, al tour senza fiato delle prime quattro settimane cinesi. Faccio partire questo “2° tempo” da Chengdu, un&#8217;altra immensa megalopoli cinese girata senza più l’ausilio degli autobus ma ‘scroccando’ passaggi ai motorini elettrici: zero inquinamento, due parole in cinese e via, attraversiamo la city fino al prossimo semaforo, poi sotto un altro! Grandi risate e la convinzione di avere il dono dell&#8217;ubiquità. Ma le grandi città, almeno in Cina, va a finire che non vedi l&#8217;ora di lasciartele alle spalle e andare allo sbaraglio in cerca di avventure. Perciò direzione sud, prossima tappa Leshan, meta resa celebre dall&#8217;enorme Buddha alto 71 metri (il più grande Buddha del mondo) e Gongga Shan, una montagna alta 7500 metri, nella parte orientale dell&#8217;altopiano tibetano con annesso ghiacciaio che scende fino a 4000 metri. Eccomi qui in compagnia di un cinese ‘preso in prestito’ mentre tento di non scivolare in un crepaccio nella speranza di vedere finalmente la vetta, perennemente annuvolata. Dopo due giorni di arrampicata vedo sempre e solo nuvole, comincio a rompermi dell’avventura. Ma l&#8217;amico cinese si mette a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong><span><a href="http://imprenditori.it/files/2009/11/DSCN1064_opt.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1097" title="DSCN1064_opt" src="http://imprenditori.it/files/2009/11/DSCN1064_opt-300x225.jpg" alt="DSCN1064_opt" width="300" height="225" /></a>di Marco Bagni (4^ puntata)</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span>C</span><span>ari lettori, dove siamo rimasti? Al rinnovo del visto cinese, alle continue scoperte che questo paese mi ha riservato, al tour senza fiato delle prime quattro <strong>settimane cinesi</strong>. Faccio partire questo “2° tempo” da <strong>Chengdu</strong>, un&#8217;altra immensa megalopoli cinese girata senza più l’ausilio degli autobus ma ‘scroccando’ passaggi ai motorini elettrici: zero inquinamento, due parole in cinese e via, attraversiamo la city fino al prossimo semaforo, poi sotto un altro! Grandi risate e la convinzione di avere il dono dell&#8217;ubiquità. Ma le grandi città, almeno in Cina, va a finire che non vedi l&#8217;ora di lasciartele alle spalle e andare allo sbaraglio in cerca di avventure. Perciò direzione sud, prossima tappa <strong>Leshan</strong>, meta resa celebre dall&#8217;enorme Buddha alto 71 metri (il più grande Buddha del mondo) e Gongga Shan, una montagna alta 7500 metri, nella parte orientale dell&#8217;altopiano tibetano con annesso ghiacciaio che scende fino a 4000 metri. Eccomi qui in compagnia di un cinese ‘preso in prestito’ mentre tento di non scivolare in un crepaccio nella speranza di vedere finalmente la vetta, perennemente annuvolata. Dopo due giorni di arrampicata vedo sempre e solo nuvole, comincio a rompermi dell’avventura. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Ma l&#8217;amico cinese si mette a mani giunte recitando il mantra Om Mani Padme Hum e io, non c’è da pensarci due volte, lo imito pieno di speranza. Dopo 15 minuti di preghiera a occhi chiusi il pazzo cinese esulta Gongga Shaaaaaan! Yeah, yeah, yeah! Le nuvole lentamente si aprono ed ecco la vetta davanti ai miei occhi! Un’apparizione emozionante e divina. Così mi sono ritrovato a saltellare come un bambino sul ghiacciaio assieme al &#8216;cinesepresoinprestito&#8217;. Era dal giorno della comunione che non pregavo, e il fatto che abbia funzionato, lo ammetto, mi spaventa assai! Ed eccomi a <strong>Litang</strong>, zona non ufficialmente tibetana ma con una popolazione che lo è al 99%, un bellissimo paese in un bellissimo paesaggio con bellissima gente, contadini sorridenti e splendidi bambini. Ho deciso qui che prima di prendere la grande decisione e dare al mondo un erede voglio fotografarli tutti, i bambini, in tutto il mondo!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Ho passato due settimane tra Litang e Dali insieme ad un valido compagno di viaggio francese tra villaggi e monasteri, cavalcando trattori e motorette. Per due settimane ho vissuto in un limbo soleggiato in alta quota, ben lontano dalla Cina propriamente detta. Le uniche nuvole le ho ritrovate in Deqin, quota 4000 metri, dove mi ha colto una bufera di neve. Autobus bloccati nella neve, gente che scendeva per spalarla assieme all’autista&#8230; Così, attrezzato con guanti da lavandaia ai piedi per non brinare, sono saltato su un 4&#215;4 che in un paio d&#8217;ore mi ha riportato fuori dal gelo e dalla neve. Dopo questa avventura ho deciso che di montagne ne ho viste abbastanza! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Arrivo così a<strong> Dali</strong> ignaro di ciò che mi aspetta: una bella e tranquilla cittadina antica, circondata da mura, ad est da un lago e ad ovest da una montagna con la sorpresa di una coltivazione molto speciale: marijuana lungo i bordi delle strade. Questo ha portato qui una popolazione di artisti, musicisti, hippies coi quali ho fatto immediatamente amicizia e che mi hanno insegnato le basi della giocoleria. Nozioni che mi serviranno, più avanti, per permettermi qualche bel pasto caldo. Dopo questa idilliaca sosta nella piccola Amsterdam locale ho sentito nuovamente il richiamo della Birmania&#8230; sono così vicino al confine ora! Ma la burocrazia ancora non mi permette di attraversarlo. La curiosità è molto forte, soprattutto dopo l&#8217;incontro con una famiglia di indiani-burmesi che parlavano a me in terza persona: anziche &#8220;Do you want coffee?&#8221; mi chiedevano &#8220;This brother wants coffee?&#8221;. Sono affascinato. Un’altra giornata mi vede assieme ad una troupe cinematografica ed attori che girano un film (terribile) sulle battaglie del partito comunista cinese contro gli &#8220;aggressori giapponesi&#8221; (nell&#8217; Iphone dell&#8217;attore campeggiano le icone customizzate di Mao). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Ed eccomi nel <strong>Xishuangbanna</strong>, estremo sud, terra di elefanti e risaie (il nome cinese significa appunto 12mila risaie) purtroppo però devo scappare, la mia Visa scade domani, eh si è ora di cambiare aria. Arrivederci Cina, mondo fatto di calcolatrici parlanti, luci al neon, orribili edifici in piastrelle da piscina, bagni singoli per interi villaggi, pasti piccanti, thè bollente ad ogni angolo, carta igienica sui tavoli al posto dei tovaglioli, gente che sorride, che si spinge, che sputa, che fuma, che urla, montagne, nebbioline, mascherine antismog, motorini elettrici, carretti decrepiti, suv aircon full optional, arti marziali, comunismo, capitalismo, buddismo, ateismo, daoismo, psicologico terrorismo, e tanto, troppo altro. Concedetemi un momento di saccenza, gentili lettori, e perdonatemi. Ma devo farlo&#8230; Se volete fare il giro del mondo o metter su famiglia, darvi all’eremitaggio o candidarvi in politica, aprire una gelateria al Polo nord o qualsiasi altra cosa&#8230; credeteci! Non lasciate che la paura vi freghi, ridendo di voi, o che il tempo vi sgretoli come una statua. Tutto è possibile, davvero, basta volerlo. Da parte mia credo e spero di averlo capito in tempo: sia davanti a un monitor lobotomizzato su un pixel sia su un carretto tibetano all&#8217;inseguimento del sole cerco di spremerla e di farla mia, questa gran cosa che continua, cambia, stupisce, gira e rigira: la vita!</span></p>
</div>
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		<title>La sorpresa cinese</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 11:27:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Bagni (3^ puntata) Cina. Lontano, molto lontano dal caro vecchio Occidente, dalla cara vecchia Europa, finalmente do il benvenuto a me stesso nella nuova Asia, l&#8217;Asia che corre, scalpita, cresce e cambia molto in fretta, molto più in fretta di quanto il nostro occhio europeo si renda conto. Un occhio a volte pigro, a volte mezzo chiuso. Non sapevo cosa aspettarmi da questo paese, forse solo impaurito dai tanti parziali commenti e notizie che circolano &#8220;al di là della muraglia&#8221; per cui sono entrato in punta di piedi cercando di non farmi sbattere fuori subito come un fesso, timoroso di tutta questa polizia e di tutta questa censura. Dopo essermi fatto confiscare due libri sul buddismo, con la scusa che &#8220;in this country religion is not allowed&#8221;, ho cominciato a capire la mentalità di questa gente, abituata da secoli ad essere governata da tiranni che operavano sempre per il presunto bene del popolo. Così la regola è questa: &#8220;in Cina sei libero di fare quello che ti pare, basta che rispetti le regole, altrimenti mi dispiace ma ti tagliamo le mani, è la regola&#8221;. Aggiornando questa frase per i tempi attuali&#8230; qui non c&#8217;e molto da preoccuparsi: pensavo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><a href="http://imprenditori.it/files/2009/10/DSCN8055.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-910" title="DSCN8055" src="http://imprenditori.it/files/2009/10/DSCN8055-300x225.jpg" alt="DSCN8055" width="300" height="225" /></a>di Marco Bagni</strong> (3^ puntata)</p>
<p style="text-align: justify;">Cina. Lontano, molto lontano dal caro vecchio Occidente, dalla cara vecchia Europa, finalmente do il benvenuto a me stesso nella nuova Asia, l&#8217;Asia che corre, scalpita, cresce e cambia molto in fretta, molto più in fretta di quanto il nostro occhio europeo si renda conto. Un occhio a volte pigro, a volte mezzo chiuso. Non sapevo cosa aspettarmi da questo paese, forse solo impaurito dai tanti parziali commenti e notizie che circolano &#8220;al di là della muraglia&#8221; per cui sono entrato in punta di piedi cercando di non farmi sbattere fuori subito come un fesso, timoroso di tutta questa polizia e di tutta questa censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo essermi fatto confiscare due libri sul buddismo, con la scusa che &#8220;in this country religion is not allowed&#8221;, ho cominciato a capire la mentalità di questa gente, abituata da secoli ad essere governata da tiranni che operavano sempre per il presunto bene del popolo. Così la regola è questa: &#8220;in Cina sei libero di fare quello che ti pare, basta che rispetti le regole, altrimenti mi dispiace ma ti tagliamo le mani, è la regola&#8221;. Aggiornando questa frase per i tempi attuali&#8230; qui non c&#8217;e molto da preoccuparsi: pensavo di trovare schiavi incatenati a frese e ho trovato businessman incravattati su motorini elettrici sfreccianti nel traffico assurdo tra suv e carretti decrepiti. Queste regole non fanno paura al capitalismo!</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla Mongolia alla Cina è stato un cambiamento drastico di posti, gente, cultura e anche del mio modo di viaggiare: più libero ma più esposto ai rischi, e volutamente senza Lonely Planet, che ti assiste e ti vizia troppo, ma con foglietti scritti in cinese unti di fritto! Ma che soddisfazione vedermi su quei treni e quegli autobus presi al volo a orari assurdi e per distanze infinite, su quelle macchine e quelle moto che autostoppando mi portavanoverso villaggi dispersi chissà dove a parlare con chissà chi e chissà in che lingua! In realtà sono stato spesso molto fortunato: una volta capito il significato del verbo &#8220;aspettare&#8221;, vocabolo a me sconoscuto prima, ho capito che quando tutto sembra vano e incomprensibile basta aspettare e stare tranquilli, e prima o poi arriva qualcuno che risolve tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Pechino: mi aspettavo di entrare in Blade Runner e invece ho beccato gli ultimi tre giorni di sole spumeggiante dovuto alla chiusura delle fabbriche per le Olimpiadi e che una volta riaperte hanno tinto il cielo di un nero-giallastro abbastanza inquietante&#8230; Una Pechino olimpica bella, pulita, ordinata e persino profumata, dove tutto funziona perfettamente, nessuno sgarra e nessuno suona il clacson, e miliardi di poliziotti, militari, guardie e volontari si assicurano che tutto funzioni alla perfezione per dimostrare al mondo che i cinesi cisanno fare!</p>
<p style="text-align: justify;">Una pennichella nella noiosa città proibita dopo una notte senza sonno, una visita agli hutong, una seduta di degustazione ufficiale di 8 tipi di the diversi (per me ovviamente tutti uguali), una lezione di arti marziali in un giardino zen, chiacchere con artisti locali e ragazze, bellissime ma timidissime, ed altro ancora mi hanno fatto passare una gran settimana. Mi sono concesso anche una gita alla Grande Muraglia: una camminata di cinque ore sotto il sole a ripercorrere il passato tra una torre e l&#8217;altra. E poi ancora on the road: a Pingyao nella cittadella antica millenni, a Luoyang nelle grotte con Buddha giganti, nel tempio di Shaolin dove ebbe inizio la famosa arte marziale a spiare le mosse dei giovani studenti, poi a HuaShan a scalare una montagna sacra vertiginosa per sedici ore con eremiti daoisti, poi nel museo di Mao e ancora sul famoso fiume Giallo sotto alle impetuose cascate.</p>
<p style="text-align: justify;">Settimane senza fiato. La Cina mi ha colpito, mi aspettavo poco, mi ha dato tantissimo. La Cina non è facile, bisogna essere pronti e mettere da parte molti pregiudizi ma poi è impossibile non amarla! Tant’è che ho esteso il visto cinese: il prossimo mese vi racconterò ancora di lei&#8230;</p>
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