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	<title>ImprenditoriManagement | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>A.A.A. affittasi management</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 16:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani Nei paesi anglossassoni è diffuso fin dai rampanti anni &#8217;80, da noi invece è un fenomeno che si è sviluppato solo di recente e del quale ancora non si colgono del tutto le potenzialità. Stiamo parlando del temporary manager, ossia di un manager che, al pari di altre figure professionali aventi di solito il ruolo di consulente, viene temporaneamente “preso in affitto” da un&#8217;impresa per svolgere una determinata operazione o realizzare un determinato progetto. Il vantaggio associato a questa formula è evidente per l&#8217;impresa, che può valersi dell&#8217;esperienza specifica del manager senza dovere però sostenere i costi di un suo preciso inquadramento nella propria struttura, con un notevole risparmio in termini di costi organizzativi e di spese relative ad eventuali contenziosi di lavoro. Il manager in questione infatti è equiparato ad un consulente, quale può essere un legale o un commercialista, che presta la propria opera per un periodo predeterminato e il cui compenso viene liquidato una volta decollata l&#8217;operazione oggetto del contratto. Il vantaggio però è presente anche per il manager stesso, che prestando la propria opera presso più imprese può eliminare il rischio connaturato alla propria collocazione stabile presso una sola di esse, un rischio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2919" title="861513_78366177_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/11/861513_78366177_opt-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />di Federico Parmeggiani</strong></p>
<p>Nei paesi anglossassoni è diffuso fin dai rampanti anni &#8217;80, da noi invece è un fenomeno che si è sviluppato solo di recente e del quale ancora non si colgono del tutto le potenzialità. Stiamo parlando del temporary manager, ossia di un manager che, al pari di altre figure professionali aventi di solito il ruolo di consulente, viene temporaneamente “preso in affitto” da un&#8217;impresa per svolgere una determinata operazione o realizzare un determinato progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vantaggio associato a questa formula è evidente per l&#8217;impresa, che può valersi dell&#8217;esperienza specifica del manager senza dovere però sostenere i costi di un suo preciso inquadramento nella propria struttura, con un notevole risparmio in termini di costi organizzativi e di spese relative ad eventuali contenziosi di lavoro. Il manager in questione infatti è equiparato ad un consulente, quale può essere un legale o un commercialista, che presta la propria opera per un periodo predeterminato e il cui compenso viene liquidato una volta decollata l&#8217;operazione oggetto del contratto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vantaggio però è presente anche per il manager stesso, che prestando la propria opera presso più imprese può eliminare il rischio connaturato alla propria collocazione stabile presso una sola di esse, un rischio molto sentito specie in questi anni di crisi in cui molti manager in caso di fallimento dell&#8217;impresa faticano a riposizionarsi sul mercato. Inoltre, al manager è data l&#8217;occasione di specializzarsi in un determinato tipo di operazioni, imprimendo un carattere specifico al proprio expertise, accrescendo in maniera considerevole la competitività del suo curriculum. Spesso infatti un manager di livello non apicale, stabilmente inserito in un&#8217;impresa, acquisisce un&#8217;esperienza rilevante solo in relazione ai compiti che deve ordinariamente svolgere presso di essa, accumulando conoscenze generiche e non perfettamente spendibili presso altre imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il temporary manager è al contrario uno specialista che opera in relazione a processi aziendali talvolta difficili da affrontare per le medie imprese, quali la razionalizzazione dei controlli di gestione, la ricerca di potenziali clienti e soprattutto l&#8217;internazionalizzazione. Un&#8217;impresa che intenda affacciarsi su mercati esteri necessita infatti di una serie molto varia di conoscenze, concernenti non solo la quantità e la qualità delle risorse da impiegare per il lancio dei propri prodotti, ma anche le informazioni relative ai mercati da aggredire, le preferenze che in essi vanno per la maggiore e l&#8217;eventuale possibilità di cambiarle, la presenza di potenziali concorrenti e di eventuali partners coi quali stringere alleanze remunerative. Il temporary manager assunto per l&#8217;internazionalizzazione della propria impresa, non solo si occupa espletare in modo efficiente queste delicate attività, ma anche di istruire il personale dipendente dell&#8217;impresa affinché in seguito riesca a gestire da solo il nuovo assetto impresso alle attività aziendali.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale formula aveva iniziato ad acquisire una certa diffusione qualche anno fa, quando il mercato ancora in rialzo consentiva alle imprese di effettuare investimenti relativamente elevati per lo sviluppo di nuove branche del proprio business. Tuttavia, anche oggi in tempi di crisi, il ricorso a temporary manager non sembra diminuito, in quanto il calo della domanda nei mercati in cui le imprese erano solite operare induce oggi più che mai a rivolgersi a quei mercati emergenti che sembrano ancora in grado di offrire opportunità di crescita, quali la Cina, l&#8217;India, la Russia e il Brasile. Paesi, insomma, per operare nei quali non è sufficiente una sommaria conoscenza dell&#8217;organizzazione del loro mercato interno e del loro ordinamento giuridico, ma che richiedono anche una certa familiarità col loro peculiare modello di impresa, con lo stile di gestione e con il loro sostrato sociale e culturale, che solo uno specialista del settore può adeguatamente fornire. Pertanto, la facoltà di affittare i servizi di un simile professionista invece che rimodulare la propria gerarchia interna per assumerlo, resta tuttora una prospettiva attraente per le imprese. Non a caso operano oggi molte agenzie che forniscono principalmente manager esperti nella penetrazione in questo tipo di mercati esteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente non mancano i detrattori di questa figura manageriale, che accusano il temporary manager di volere ingerirsi nella gestione di un&#8217;impresa in base a schemi operativi standardizzati, senza disporre di una reale conoscenza del funzionamento interno di essa, del suo capitale umano e quindi delle sue effettive potenzialità. Se tali critiche siano o meno fondate e se il temporary manager si rivelerà una figura importante nella gestione delle imprese o al contrario solamente il frutto di un trend effimero, riteniamo che ce lo mostrerà il mercato stesso, che mai come ora è guidato da imprese estremamente attente ad utilizzare al meglio le risorse disponibili e a non sprecare tempo e denaro in operazioni infruttuose, anche qualora esse siano di moda.</p>
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		<title>I sistemi multilaterali di negoziazione</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2010/10/02/i-sistemi-multilaterali-di-negoziazione/</link>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2010 10:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Management]]></category>
		<category><![CDATA[Tools]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[intermediario finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[negoziazione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani Nonostante la crisi finanziaria abbia in parte offuscato l&#8217;immagine dei mercati finanziari e diminuito la loro attrattiva agli occhi di chi dispone di liquidità da investire, negli ultimi anni anni sono state introdotte per via regolamentare importanti novità che sicuramente potrebbero rendere l&#8217;attività del trading in strumenti finanziari più efficiente e accessibile. Una delle più importanti novità riguarda l&#8217;introduzione di una nuova figura di intermediario, la cui finalità è quella di operare nei servizi di negoziazione in concorrenza diretta con le borse, con l&#8217;effetto di abbassare i prezzi chiesti a titolo di commissione sulle singole operazioni di compravendita di titoli. Questi nuovi soggetti sono chiamati sistemi multilaterali di negoziazione (in inglese Multilateral Trading Facilities o MTF) e consistono in sistemi di negoziazione gestiti da un&#8217;impresa di investimento o dalla stessa società di gestione di un mercato finanziario regolamentato (ad esempio Borsa Italiana s.p.a.) che hanno la funzione di fare incontrare al proprio interno ordini di acquisto e di vendita relativi a determinate categorie di strumenti finanziari, in modo da portare alla conclusione di un contratto tra le parti. Questa attività di intreccio della domanda e dell&#8217;offerta è condotta secondo un codice ben preciso di norme interne redatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-2739" href="http://imprenditori.it/2010/10/02/i-sistemi-multilaterali-di-negoziazione/wall-street-one-way-st_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-2739" style="margin: 5px;" title="wall-street-one-way-st_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/09/wall-street-one-way-st_opt-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a>di Federico Parmeggiani</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Nonostante la crisi finanziaria abbia in parte offuscato l&#8217;immagine dei mercati finanziari e diminuito la loro attrattiva agli occhi di chi dispone di liquidità da investire, negli ultimi anni anni sono state introdotte per via regolamentare importanti novità che sicuramente potrebbero rendere l&#8217;attività del trading in strumenti finanziari più efficiente e accessibile.<br />
Una delle più importanti novità riguarda l&#8217;introduzione di una nuova figura di intermediario, la cui finalità è quella di operare nei servizi di negoziazione in concorrenza diretta con le borse, con l&#8217;effetto di abbassare i prezzi chiesti a titolo di commissione sulle singole operazioni di compravendita di titoli. Questi nuovi soggetti sono chiamati sistemi multilaterali di negoziazione (in inglese Multilateral Trading Facilities o MTF) e consistono in sistemi di negoziazione gestiti da un&#8217;impresa di investimento o dalla stessa società di gestione di un mercato finanziario regolamentato (ad esempio Borsa Italiana s.p.a.) che hanno la funzione di fare incontrare al proprio interno ordini di acquisto e di vendita relativi a determinate categorie di strumenti finanziari, in modo da portare alla conclusione di un contratto tra le parti. Questa attività di intreccio della domanda e dell&#8217;offerta è condotta secondo un codice ben preciso di norme interne redatto in base alle prescrizioni del diritto dei mercati finanziari.<br />
Per l&#8217;investitore quindi il funzionamento dei sistemi multilaterali ricalca quello dei classici mercati finanziari, presso i quali acquistare e vendere titoli, ma con la differenza che in questo caso tale servizio è prestato non da una classica borsa valori costituita da una struttura materiale articolata e complessa, ma da un soggetto appositamente creato, in genere facente capo ad una o più società d&#8217;investimenti, che eroga tale servizio tramite una struttura snella e informatizzata. Infatti, i sistemi multilaterali di negoziazione si pongono come concorrenti diretti del classico modello di borsa valori proprio in quanto sono basati su sistemi informatici innovativi che consentono la creazione di un mercato dei titoli virtuale in cui l&#8217;esecuzione degli ordini avviene in tempi brevissimi e con un impiego minore di personale, il che come è ovvio si traduce in minori costi di commissione per ogni ordine eseguito.<br />
L&#8217;efficienza di questi mercati dei titoli alternativi però non va a detrimento della sicurezza delle operazioni da essi poste in essere e della trasparenza nei confronti degli investitori, infatti essi sono stati introdotti e sono disciplinati dalla direttiva MiFID (“Market in Financial Instruments Directive”, 2004/39/CE), ossia la fonte normativa che ha previsto dal 2007 più stringenti obblighi di trasparenza per tutti gli intermediari, banche comprese, nella prestazione dei servizi di investimento. In base a tale disciplina i sistemi multilaterali di negoziazione sono soggetti non solo al regime di trasparenza ordinariamente previsto, ma anche a ulteriori requisiti, che ad esempio impongono una pronta e precisa divulgazione al mercato di tutte le operazioni per il loro tramite concluse e la pubblicazione anche dei prezzi ad esse relativi. Per completare il quadro va puntualizzato che questo soggetto ibrido, a metà strada tra l&#8217;intermediario e il mercato finanziario, è soggetto alla vigilanza della Consob ed alle azioni sanzionatorie da essa irrogabili in caso di mancato rispetto della disciplina. I vantaggi competitivi in termini di prezzi per operazione più bassi e di maggiore efficienza nell&#8217;esecuzione degli ordini hanno finora ricevuto una risposta positiva dalla collettività degli investitori, specie quelli più sofisticati, che si rivolgono a questi soggetti in particolare per negoziare determinate tipologie di strumenti finanziari (es. obbligazioni, azioni di imprese medio-piccole, derivati quali gli swaps) sfruttando la specializzazione dei sistemi multilaterali di negoziazione in segmenti ben precisi del mercato finanziario, contrapposta alla tendenziale onnicomprensività delle borse tradizionali, presso le quali sono negoziate numerose ed eterogenee tipologie di strumenti. Questi mercati alternativi però non sono di esclusivo appannaggio di investitori professionali quali fondi o società di investimento, in quanto sono in grado di offrire un servizio di trading ad elevata tecnologia e a costi contenuti anche per investitori comuni, ai quali è consentito connettersi al loro sistema informatico e porre in essere ordini anche di entità più contenuta, mantenendo prezzi competitivi rispetto a quelli praticati dai canali convenzionali, come lo sportello della propria banca.</p>
<p>A tre anni dalla loro introduzione è relativamente presto per affermare con certezza se i sistemi multilaterali di negoziazione rappresenteranno il futuro degli scambi in strumenti finanziari, certamente fino ad ora hanno avuto l&#8217;indubbio pregio di innescare nel mercato finanziario delle sane dinamiche di competizione che hanno portato ad una riduzione dei costi e soprattutto ad una spinta di tutto il settore verso un maggiore sviluppo tecnologico. Grazie al loro apporto si è infatti intensificata la ricerca di software che rendano le operazioni sempre più precise, veloci ed efficienti, il che, a ben vedere, rappresenta sicuramente il futuro della finanza globale.</p>
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		<title>Inizia l&#8217;era del cyber-notaio</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2010/08/25/inizia-lera-del-cyber-notaio/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 11:40:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[informatizzazione atti pubblici]]></category>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani (Dipartimento di Diritto dell’Economia, Università di Siena) E&#8217; stato di recente approvato dal Consiglio dei Ministri il Decreto Legislativo che, in attuazione della legge delega n. 69/2009, contiene la disciplina sull&#8217;informatizzazione degli atti pubblici. Le novità introdotte non sono di poco conto: d&#8217;ora in poi per tutti gli atti per i quali l&#8217;ordinamento prescrive la forma di atto pubblico (quali la compravendita di immobili o la costituzione di società per azioni) sarà possibile optare per una stipula in versione informatica e sottoscrivere gli stessi atti in maniera digitale. Il notaio quindi, compiuti i classici controlli preventivi di legalità, provvederà a redigere l&#8217;atto come documento elettronico che sarà conservato e reso facilmente consultabile. L&#8217;utilizzo di questa innovazione tecnologica sarà rimessa alla scelta delle parti, che potranno comunque continuare ad optare per il tradizionale atto redatto in forma cartacea, ma qualora optino per la versione telematica non dovranno necessariamente disporre di firma digitale in senso stretto, sarà sufficiente una semplice scansione elettronica della propria firma autografa. Questa nuova modalità di redazione dell&#8217;atto non solo non affievolisce alcuna garanzia nei confronti delle parti (la stipula viene comunque compiuta dinanzi al notaio, sul quale gravano i consueti doveri di controllo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2514" title="1221952_51477459_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/08/1221952_51477459_opt-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />di Federico Parmeggiani</strong> (Dipartimento di   Diritto dell’Economia, Università di Siena)</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; stato di recente approvato dal Consiglio dei Ministri il Decreto Legislativo che, in attuazione della legge delega n. 69/2009, contiene la disciplina sull&#8217;informatizzazione degli atti pubblici. Le novità introdotte non sono di poco conto: d&#8217;ora in poi per tutti gli atti per i quali l&#8217;ordinamento prescrive la forma di atto pubblico (quali la compravendita di immobili o la costituzione di società per azioni) sarà possibile optare per una stipula in versione informatica e sottoscrivere gli stessi atti in maniera digitale. Il notaio quindi, compiuti i classici controlli preventivi di legalità, provvederà a redigere l&#8217;atto come documento elettronico che sarà conservato e reso facilmente consultabile. L&#8217;utilizzo di questa innovazione tecnologica sarà rimessa alla scelta delle parti, che potranno comunque continuare ad optare per il tradizionale atto redatto in forma cartacea, ma qualora optino per la versione telematica non dovranno necessariamente disporre di firma digitale in senso stretto, sarà sufficiente una semplice scansione elettronica della propria firma autografa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa nuova modalità di redazione dell&#8217;atto non solo non affievolisce alcuna garanzia nei confronti delle parti (la stipula viene comunque compiuta dinanzi al notaio, sul quale gravano i consueti doveri di controllo e certificazione), ma in compenso riduce i tempi e alcuni costi che finora erano sostenuti dalle parti. Ad esempio, coloro che desiderino acquistare casa in un altra città potranno comodamente porre in essere tutte le operazioni e le formalità richieste dinanzi al notaio della propria città, senza la necessità di compiere alcun oneroso spostamento. Inoltre le stesse spese connesse all&#8217;introduzione di questa nuova tecnologia, compresa la conservazione degli atti telematici, permangono tutte a carico del notaio e del Consiglio Nazionale del Notariato, senza gravare minimamente sui clienti. Infatti il notaio, una volta ultimata la redazione dell&#8217;atto, lo conserverà in un apposito database gestito a livello centrale dal Consiglio stesso che provvederà a metterlo prontamente a disposizione per la consultazione. Questa novità è da salutare con favore per due ordini di ragioni. Innanzitutto per l&#8217;efficienza che intrinsecamente apporta al sistema economico; infatti l&#8217;applicazione della tecnologia informatica agli atti di compravendita immobiliare e più in generale alle operazioni che sono compiute dinanzi ad un notaio diminuisce sicuramente i cosiddetti “costi informativi” che qualunque soggetto (impresa o privato) che intenda compiere un affare deve preliminarmente sostenere per appurare lo stato di fatto e di diritto dei beni che ne sono oggetto e quindi la sua generale convenienza.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo ritengo sia anche molto importante il segnale che i notai, categoria spesso considerata retaggio di tempi andati o addirittura ostacolo alla libera circolazione della ricchezza, danno per primi alle altre categorie di professionisti. Questa riforma mostra infatti che anche mestieri e professioni che affondano le proprie radici in tempi antichi possono evolversi radicalmente grazie all&#8217;avvento delle tecnologie informatiche ed essere sempre più vicine quindi ai cittadini che ne fruiscono, i quali spesso si lamentano della complessità e della scarsa comprensibilità di ciò che ruota attorno ai servizi di consulenza e di certificazione acquistati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;auspicio è che questo approccio innovatore sia applicato in tempi celeri anche in materia di contenzioso civile, ambito in cui molti progetti sono in cantiere mentre ancora relativamente poche novità sono state concretamente poste in essere e sono a tutt&#8217;oggi fruibili, anche in ragione dello scarso interesse per le tecnologie mostrato da alcune figure delle professioni forensi (sia magistrati, sia avvocati). Se un domani si potesse finalmente giungere ad una situazione in cui gli avvocati non dovranno più muoversi dal proprio studio se non per recarsi in udienza, una situazione in cui siano eliminate le file chilometriche e le ore di attesa passate a richiedere documenti o depositare atti a discapito del tempo e del denaro dei professionisti e dei clienti, una situazione in cui i magistrati siano in grado di ricevere istanze direttamente sul proprio computer e rendere note le proprie decisioni tramite i veloci e sicuri mezzi telematici, certamente non solo il nostro sistema giudiziario ma anche la nostra economia nazionale ne trarrà un enorme giovamento.</p>
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		<title>Le paure dei mercati finanziari europei</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 14:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani (Dipartimento di Diritto dell’Economia, Università di Siena) Nei mesi scorsi le borse europee hanno subito dei momenti di forte stress: al di là dell&#8217;instabilità generale connaturata al delicato momento, da più parti si è insinuato che dietro a ribassi delle borse così marcati e anomali ci fosse un disegno speculativo prestabilito, volto, secondo ricostruzioni che sconfinano nella dietrologia e il complottismo puro, a infliggere alla moneta unica europea un colpo durissimo, che avrebbe segnato la fine della sua leadership valutaria nei confronti del dollaro. Si voglia credere o meno a queste ardite ricostruzioni, un dato certo è che tempi come questi di forti oscillazioni costituiscono il clima ideale per i piani speculativi di cui alcuni attori del mercato sono maestri, in primo luogo gli hedge funds. Alla luce della loro crescente fama, conviene quindi fare un minimo di chiarezza su questi potenti soggetti speculatori e sulle strategie da essi adottate. I fondi speculativi (in inglese, appunto, hedge funds) sono un peculiare tipo di soggetto di mercato nato e sviluppatosi all&#8217;interno dei mercati finanziari statunitensi. Essi sono fondi di investimento preclusi alla stragrande maggioranza dei piccoli risparmiatori: l&#8217;investimento minimo ammonta infatti a circa un milione di dollari. Rivolgendosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2212" title="borsa" src="http://imprenditori.it/files/2010/06/borsa-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" />di Federico Parmeggiani</strong> (Dipartimento di   Diritto dell’Economia, Università di Siena)</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mesi scorsi le borse europee hanno subito dei momenti di forte stress: al di là dell&#8217;instabilità generale connaturata al delicato momento, da più parti si è insinuato che dietro a ribassi delle borse così marcati e anomali ci fosse un disegno speculativo prestabilito, volto, secondo ricostruzioni che sconfinano nella dietrologia e il complottismo puro, a infliggere alla moneta unica europea un colpo durissimo, che avrebbe segnato la fine della sua leadership valutaria nei confronti del dollaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si voglia credere o meno a queste ardite ricostruzioni, un dato certo è che tempi come questi di forti oscillazioni costituiscono il clima ideale per i piani speculativi di cui alcuni attori del mercato sono maestri, in primo luogo gli hedge funds. Alla luce della loro crescente fama, conviene quindi fare un minimo di chiarezza su questi potenti soggetti speculatori e sulle strategie da essi adottate.</p>
<p style="text-align: justify;">I fondi speculativi (in inglese, appunto, hedge funds) sono un peculiare tipo di soggetto di mercato nato e sviluppatosi all&#8217;interno dei mercati finanziari statunitensi. Essi sono fondi di investimento preclusi alla stragrande maggioranza dei piccoli risparmiatori: l&#8217;investimento minimo ammonta infatti a circa un milione di dollari. Rivolgendosi solo a questo tipo di investitori milionari gli hedge funds non sono sottoposti alle normative che normalmente disciplinano i fondi di investimento, volte a predisporre un attento sistema di vigilanza su di essi. In virtù di questa mancanza di controlli gli hedge funds possono agire sul mercato con maggiore libertà e anche assumere rischi elevati con una spregiudicatezza che normalmente è preclusa ad altri grandi investitori.</p>
<p style="text-align: justify;">Le loro tecniche speculative comportano la massimizzazione dei propri profitti nel breve termine e allo stesso tempo la copertura di eventuali perdite oppure la moltiplicazione esponenziale delle plusvalenze conseguite. Una delle tecniche in cui gli hedge funds sono maestri sulla quale conviene soffermarsi è la cosiddetta vendita allo scoperto (in inglese, short-selling) in quanto è forse quella che in questi mesi fa più tremare il mercato e preoccupa i governi. Tale tecnica consiste nel vendere sul mercato dei titoli che di fatto non si posseggono: il fondo prende in prestito titoli altrui, pagando un interesse sul prestito e li vende sul mercato come fossero propri. In questo modo è possibile per il fondo vendere quantità immense di titoli sopportando una spesa iniziale molto inferiore a quella che sarebbe sostenuta in caso di acquisto dei medesimi titoli. Una simile tecnica postula ovviamente che i titoli siano restituiti al soggetto che li ha concessi in prestito (solitamente una banca d&#8217;investimento), perciò il fondo deve, in seguito alla vendita, ricomprare una pari quantità di titoli sul mercato, ponendo in essere quella che viene chiamata operazione “di copertura” (in inglese, covering).</p>
<p style="text-align: justify;">In ragione di tale obbligo di riacquisto per la restituzione, l&#8217;hedge fund realizza un profitto solo qualora il prezzo del titolo al momento del riacquisto sia inferiore rispetto a quello corrente al momento del prestito; qualora invece il valore del titolo nel frattempo sia salito, il fondo, ricomprandolo, realizzerebbe una perdita. Perciò ogni volta che un titolo sul mercato è venduto allo scoperto, chi pone in essere tale operazione è come se scommettesse implicitamente sul suo ribasso, auspicando che esso sia il più elevato possibile e il più repentino possibile, visto che gli interessi pagati sul prestito titoli sono proporzionali al tempo intercorso fino alla restituzione. Rimane ora da chiedersi se questa tecnica così utilizzata dai fondi speculativi sia o meno distorsiva dei prezzi di mercato e quindi da condannare.</p>
<p style="text-align: justify;">I difensori di questa tecnica affermano che, dal momento che i fondi speculativi decidono su quali titoli scommettere al ribasso in base a studi approfonditi e informazioni non accessibili al pubblico, essi con le loro vendite allo scoperto offrono a tutto il mercato un segnale sul reale stato di salute del soggetto che ha emesso tali titoli, sia esso una società quotata o uno stato sovrano, facendo circolare così una preziosa informazione di cui anche i piccoli investitori potrebbero giovarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">I detrattori al contrario tacciano gli hedge funds di essere meri speculatori, preoccupati unicamente di massimizzare i profitti nel brevissimo periodo, e sostengono che la vendita allo scoperto non sia altro che una tecnica usata per diffondere in borsa infondati timori che distorcono i reali prezzi dei titoli e distruggono il valore creato dalle imprese che li hanno emessi. Non è facile dire con certezza quale di queste due contrapposte opinioni sia da sostenere, vantando entrambe alcune argomentazioni convincenti e altre ancora da verificare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa certa è che gli hedge funds sono parte integrante delle dinamiche di mercato e l&#8217;analisi del loro operato da parte del legislatore americano ed europeo non è più differibile, in quanto solo dal loro giudizio dipende il ruolo e il peso che in futuro tali soggetti avranno nella finanza mondiale.</p>
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		<title>Impresa, innovazione, ricerca: è possibile una nuova sinergia?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 07:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani (Dipartimento di Diritto dell’Economia, Università di Siena) In occasione dell&#8217;ultimo convegno di Confindustria, tenutosi a Parma, si è parlato tra le altre cose di innovazione, sottolineandone l&#8217;importanza vitale in un&#8217;ottica di ripresa dell&#8217;economia e di espansione in un mercato sempre più globale e competitivo. Queste considerazioni inducono a fare una riflessione sul livello relativamente basso di innovazione presente nell&#8217;economia italiana e alle necessarie misure da adottare per ottenere un reale cambiamento di rotta. Preliminarmente va osservato come, purtroppo, l&#8217;Italia sia pressoché esclusa da alcuni settori chiave dell&#8217;economia del prossimo futuro, ovvero quei settori ad alta sofisticazione tecnologica (il cosiddetto segmento hi-tech), quali l&#8217;informatica e il software, le nanotecnologie e &#8211; anche se in misura leggermente minore &#8211; le biotecnologie. Bisogna prestare molta attenzione alle imprese che dominano questi settori, in quanto saranno quelle che presumibilmente influenzeranno in modo decisivo non solo i trend del mercato ma anche le nostre vite negli anni a venire. Pensiamo infatti solamente all&#8217;impatto che hanno avuto fino ad oggi internet e i nuovi mezzi di comunicazione telematica su qualsiasi attività imprenditoriale e sulla capacità di ogni singola persona di raccogliere su scala mondiale informazioni prima difficilmente accessibili. Pensiamo di conseguenza all&#8217;impatto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><strong><strong><img class="size-medium wp-image-1990 alignleft" title="downloadfree" src="http://imprenditori.it/files/2010/04/downloadfree-300x199.jpg" alt="downloadfree" width="300" height="199" />di <a href="mailto://federicoparme@yahoo.it" target="_self">Federico Parmeggiani</a></strong> </strong><br />
(Dipartimento di   Diritto dell’Economia, Università di Siena)</span></p>
<p style="text-align: justify;">In occasione dell&#8217;ultimo convegno di Confindustria, tenutosi a Parma, si è parlato tra le altre cose di innovazione, sottolineandone l&#8217;importanza vitale in un&#8217;ottica di ripresa dell&#8217;economia e di espansione in un mercato sempre più globale e competitivo. Queste considerazioni inducono a fare una riflessione sul livello relativamente basso di innovazione presente nell&#8217;economia italiana e alle necessarie misure da adottare per ottenere un reale cambiamento di rotta. Preliminarmente va osservato come, purtroppo, l&#8217;Italia sia pressoché esclusa da alcuni settori chiave dell&#8217;economia del prossimo futuro, ovvero quei settori ad alta sofisticazione tecnologica (il cosiddetto segmento hi-tech), quali l&#8217;informatica e il software, le nanotecnologie e &#8211; anche se in misura leggermente minore &#8211; le biotecnologie.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna prestare molta attenzione alle imprese che dominano questi settori, in quanto saranno quelle che presumibilmente influenzeranno in modo decisivo non solo i trend del mercato ma anche le nostre vite negli anni a venire. Pensiamo infatti solamente all&#8217;impatto che hanno avuto fino ad oggi internet e i nuovi mezzi di comunicazione telematica su qualsiasi attività imprenditoriale e sulla capacità di ogni singola persona di raccogliere su scala mondiale informazioni prima difficilmente accessibili. Pensiamo di conseguenza all&#8217;impatto che potranno avere in ambito produttivo, medico e commerciale l&#8217;introduzione, ad esempio, di macchine in grado di operare a livello molecolare, di sistemi di codificazione informatica in grado di rendere le transazioni telematiche sempre più anonime e sicure, di software gestionali sempre più sofisticati, nonché la presenza sul mercato di prodotti alimentari manipolati geneticamente in modo da eliminare ogni effetto collaterale connesso al loro consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, tali innovazioni sono allo stesso tempo portatrici di nuove speranze e nuovi timori: sicuramente, accanto ai benefici che apporteranno alla vita umana, porranno nuovi problemi coi quali i governi e i legislatori di tutto il mondo dovranno confrontarsi. Ciononostante, in questa tendenziale incertezza futura, un dato è certo: le imprese che disporranno di tali tecnologie saranno i futuri leader dell&#8217;economia mondiale. L&#8217;Italia, se vuole cercare di migliorare la propria posizione e quantomeno fare il proprio ingresso anche solo come attore secondario in questi mercati, necessita di nuove riforme e nuove sinergie, che debbono essere sviluppate prendendo a modello i paesi che oggi sono maggiormente all&#8217;avanguardia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per creare nuovi settori imprenditoriali è in primo luogo necessario che le imprese compiano investimenti massicci e mirati in ricerca. Come ben sappiamo, l&#8217;Italia da questo punto di vista rappresenta un paradosso: come paese formiamo infatti un numero elevato di ricercatori di talento, che non trovando in patria una collocazione professionale competitiva e adeguatamente remunerata, sono in massima parte assunti da imprese straniere, che divengono così proprietarie del loro know-how e dei brevetti che essi produrranno. Per prima cosa è quindi necessario che le università siano sempre più interconnesse con il mondo delle imprese: le prime privilegiando ambiti di ricerca ad alto potenziale applicativo e non meramente autoreferenziali, le seconde aprendo i portafogli e contribuendo all&#8217;allestimento di progetti di ricerca ben finanziati e gestiti con criteri di efficienza.</p>
<p style="text-align: justify;">In una simile prospettiva, altri due grandi attori del mercato potrebbero fare la differenza, facilitando la realizzazione di tale sinergia: lo Stato e le Banche. Il primo potrebbe infatti porre in essere una seria politica economica che incentivi il consolidamento di tali segmenti imprenditoriali, per esempio tramite una seria politica di sgravi fiscali per le imprese che decidano di compiere investimenti importanti nei settori hi-tech. Le seconde potrebbero semplicemente assumere il loro consueto ruolo di finanziatori, volgendo un&#8217;attenzione particolare alla prima fase del processo sinergico e fornendo così le risorse iniziali necessarie alla costituzione di nuove imprese hi-tech (c.d. start-up capital). Infine va sottolineato che le imprese, spesso troppo piccole per sostenere da sole simili investimenti, possono a tutt&#8217;oggi contare su un&#8217;ampia serie di strumenti associativi finalizzati a costituire strutture indipendenti più grandi e più solide per addentrarsi in nuovi settori (si pensi solo a strumenti giuridico-associativi quali i vari tipi di joint-venture o di consorzio, ovvero strumenti contrattuali quali le associazioni temporanee di imprese).</p>
<p style="text-align: justify;">Posto quindi che gli strumenti per intraprendere un&#8217;incisiva politica di innovazione sono teoricamente disponibili, va aggiunto che tutti i soggetti coinvolti debbono anche cambiare la propria mentalità, reinventarsi sulla base di quello che richiedono in nuovi mercati, abbandonare approcci conservatori e strategie di impresa consolidate da generazioni per esplorare nuovi scenari economici. Probabilmente quest&#8217;ultimo passo si preannuncia uno dei più difficili da compiere, ma è tuttavia un passo necessario se si vuole fare ottenere all&#8217;Italia un posto da attore principale e non solo da comparsa nell&#8217;economia globale dei prossimi decenni.</p>
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		<title>La terza via del finanziamento alle srl</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 09:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani (Dipartimento di Diritto dell’Economia, Università di Siena) Oggi in Italia una società a responsabilità limitata (S.r.l.) dispone in genere di due opzioni per finanziarsi: tramite un prestito da parte degli stessi soci o tramite un finanziamento erogato da una banca. La banca in questione nella stragrande maggioranza dei casi chiede ampie garanzie alla Srl, facendo stipulare una fideiussione ai soci medesimi oppure – come spesso capita &#8211; iscrivendo un’ipoteca sui beni immobili della società. Questo tipo di finanziamento, per quanto molto facile da porre in essere e poco rischioso per le banche, ha l’evidente difetto di funzionare in maniera ottimale solo nelle fasi di crescita dell’impresa. Se infatti l’impresa è in bonis generalmente i suoi soci hanno più liquidità per garantire il credito della banca e i suoi immobili sono liberi da altre garanzie reali. Al contrario, in un periodo di crisi quale quello in cui stiamo vivendo, i soci spesso non dispongono di sostanze sufficienti a garantire i finanziamenti all’azienda e gli immobili sono già gravati da ipoteche, così da ridurre considerevolmente il privilegio dell’ente creditizio. In una situazione simile bisognerebbe pensare a un modo alternativo tramite il quale le imprese medio-piccole organizzate in forma di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1796" title="debt_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/04/debt_opt-300x225.jpg" alt="debt_opt" width="300" height="225" />di <a href="mailto://federicoparme@yahoo.it" target="_self">Federico Parmeggiani</a></strong> (Dipartimento di  Diritto dell’Economia, Università di Siena)</span></div>
<div>
<p style="text-align: justify;">Oggi in Italia una società a responsabilità limitata (S.r.l.) dispone in genere di due opzioni per finanziarsi: tramite un prestito da parte degli stessi soci o tramite un finanziamento erogato da una banca. La banca in questione nella stragrande maggioranza dei casi chiede ampie garanzie alla Srl, facendo stipulare una fideiussione ai soci medesimi oppure – come spesso capita &#8211; iscrivendo un’ipoteca sui beni immobili della società. Questo tipo di finanziamento, per quanto molto facile da porre in essere e poco rischioso per le banche, <strong>ha l’evidente difetto di funzionare in maniera ottimale solo nelle fasi di crescita dell’impresa</strong>. Se infatti l’impresa è in bonis generalmente i suoi soci hanno più liquidità per garantire il credito della banca e i suoi immobili sono liberi da altre garanzie reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, in un periodo di crisi quale quello in cui stiamo vivendo, i soci spesso non dispongono di sostanze sufficienti a garantire i finanziamenti all’azienda e gli immobili sono già gravati da ipoteche, così da ridurre considerevolmente il privilegio dell’ente creditizio. In una situazione simile bisognerebbe pensare a un modo alternativo tramite il quale le imprese medio-piccole organizzate in forma di srl possano ricevere un finanziamento bancario. <strong>Una strada percorribile potrebbe essere indicata da una norma del codice civile finora poco usata, l’art. 2483, che disciplina la possibilità per le Srl di emettere titoli di debito</strong>, secondo le modalità che i soci debbono specificare nel suo atto costitutivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali titoli, in ragione del minor livello di informazione reperibile dal pubblico riguardo una Srl, non possono circolare come le obbligazioni emesse da una società per azioni. Essi infatti possono essere sottoscritti solo da investitori professionali soggetti alla vigilanza di un’autorità e, nel caso in cui i titoli sottoscritti siano successivamente alienati, il sottoscrittore risponde della solvenza della società nei confronti degli acquirenti che non siano investitori professionali o soci della Srl stessa. Tramite l’emissione di tali strumenti è però possibile concepire un modello di finanziamento che supera il rapporto bilaterale tra banca e impresa, per introdurne uno che coinvolge tre tipi di soggetti: la Srl, la banca sottoscrittrice e gli ulteriori acquirenti dei titoli.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo la Srl deve emettere i titoli di debito che vengono sottoscritti dalla banca. In questa precisa fase il rapporto che si instaura tra banca e impresa è sostanzialmente affine a quello di un contratto di finanziamento: la Srl in virtù della sottoscrizione diviene infatti debitrice della banca, alla quale dovrà rimborsare il capitale alla scadenza e corrispondere gli interessi periodici. La differenza però sta nel fatto che alla banca è offerta la possibilità di modulare la propria esposizione al rischio verso la Srl tramite l’alienazione degli strumenti di debito. Infatti la banca può vendere in tutto o in parte tali strumenti a soggetti terzi assumendo una posizione diversa in base alla quantità di titoli venduti e ai soggetti acquirenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualora la banca riuscisse a vendere tutti i titoli a investitori professionali avrebbe alienato il proprio credito verso la Srl e avrebbe così agito come un mero intermediario, guadagnando le commissioni sull’operazione e azzerando il proprio rischio verso l’impresa. Qualora invece la banca vendesse i titoli a investitori non professionali, essa dovrebbe garantire nei loro confronti la solvibilità della Srl, ma, a fronte di questa posizione di fideiussore verso gli acquirenti, essa può guadagnare le commissioni sull’operazione e soprattutto disporre da subito della liquidità che gli acquirenti le hanno corrisposto per l’acquisto dei titoli, trovandosi così in una posizione meno rischiosa di quella che assumerebbe in seguito a un semplice contratto di finanziamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, tale sistema avrebbe <strong>il pregio di ridurre il rischio in capo alla banca &#8211; distribuendolo su un numero più ampio di soggetti del mercato &#8211; e di rendere nel contempo più accessibile il credito per le piccole-medie imprese.</strong> Se da un lato è vero che le banche, vista la posizione fideiussoria che possono assumere, dovrebbero comunque porre in essere un attento monitoraggio sul merito di credito e sull’attività della Srl, dall’altro è altrettanto vero che in un periodo come questo l’accesso al credito è vitale per rilanciare le realtà imprenditoriali promettenti che incontrano momentanee crisi di liquidità e quindi il sistema economico. Ogni soluzione che agevoli un simile meccanismo virtuoso deve essere perciò studiata e guardata con interesse.</p>
</div>
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		<title>Si potrebbe cominciare con un po&#8217; di ordine</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 14:31:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani (dipartimento di Diritto dell&#8217;Economia, Università di Siena) Ultimamente si è parlato molto di riforma fiscale, in seguito alla proposta inizialmente avanzata dal governo di ridurre le aliquote delle imposte sui redditi, optando per un sistema a due soli scaglioni, presumibilmente 23% e 33%. Il dibattito sull&#8217;opportunità di una simile riforma è stato stroncato sul nascere dai numeri della finanza pubblica, che non consentono margini per una riduzione della pressione fiscale, al punto che il Governo medesimo ha dovuto fare retromarcia dopo pochi giorni dalla proposta. Resta però il fatto che in Italia la pressione fiscale è estremamente elevata e che, oltre al mero ammontare delle aliquote, un&#8217;altra componente che grava pesantemente sulle tasche degli italiani è costituita dalle spese indirette, ossia quelle sostenute per conformarsi alla normativa vigente. Tali spese sono particolarmente onerose perché la legislazione italiana in materia si presenta contorta e opaca, tale da rendere necessario nella maggior parte dei casi il ricorso ad un commercialista o ad altre figure professionali, le cui retribuzioni sono una componente costante delle uscite dei privati per quanto riguarda il fisco. Sempre in ragione di tale opacità delle norme, il contribuente vive spesso nel costante timore di avere commesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><span><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1594" title="1059648_24266546_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/02/1059648_24266546_opt-300x200.jpg" alt="1059648_24266546_opt" width="300" height="200" />di Federico Parmeggiani</strong> (<a href="mailto://federicoparme@yahoo.it" target="_blank">dipartimento di Diritto dell&#8217;Economia</a>, Università di Siena)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>U</span><span>ltimamente si è parlato molto di riforma fiscale, in seguito alla proposta inizialmente avanzata dal governo di ridurre le aliquote delle imposte sui redditi, optando per un sistema a due soli scaglioni, presumibilmente 23% e 33%. Il dibattito sull&#8217;opportunità di una simile riforma è stato stroncato sul nascere dai numeri della finanza pubblica, che non consentono margini per una riduzione della pressione fiscale, al punto che il Governo medesimo ha dovuto fare retromarcia dopo pochi giorni dalla proposta.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span>Resta però il fatto che in Italia la pressione fiscale è estremamente elevata e che, oltre al mero ammontare delle aliquote, un&#8217;altra componente che grava pesantemente sulle tasche degli italiani è costituita dalle spese indirette, ossia quelle sostenute per conformarsi alla normativa vigente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Tali spese sono particolarmente onerose perché la legislazione italiana in materia si presenta contorta e opaca, tale da rendere necessario nella maggior parte dei casi il ricorso ad un commercialista o ad altre figure professionali, le cui retribuzioni sono una componente costante delle uscite dei privati per quanto riguarda il fisco. Sempre in ragione di tale opacità delle norme, il contribuente vive spesso nel costante timore di avere commesso errori nella compilazione della documentazione o nella dichiarazione dei redditi ed è persuaso quindi ad aderire per sicurezza ad ogni tipo di sanatoria o comunque a pagare più di quanto dovuto per non incorrere in ipotetiche sanzioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Alla luce di questo contesto poco confortante, una riforma che si potrebbe e dovrebbe fare in abito fiscale, senza il timore che la scure dei conti pubblici si abbatta sui progetti in corso di emanazione, consiste in un&#8217;opera di sistemazione e razionalizzazione delle norme vigenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>In primo luogo si potrebbe semplificare la disciplina di alcune imposte, in particolare quelle sui redditi, la cui quantificazione è a dir poco complicata. Si potrebbero infatti raccogliere e sintetizzare le decine e decine di leggi in materia in un nuovo provvedimento legislativo che possa fungere da unica fonte normativa di riferimento, evitando così la perniciosa frammentazione della disciplina dei tributi e la sua disseminazione in diverse leggi, spesso tra loro contraddittorie.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Inoltre potrebbe essere semplificato anche l&#8217;accertamento dei tributi, mettendo ordine nelle competenze dei vari enti statali e locali. In tal senso si potrebbe ad esempio pensare, in un&#8217;ottica di federalismo fiscale, di demandare l&#8217;accertamento ad enti più vicini alla realtà economica di riferimento, lasciando agli organi statali la facoltà di intervenire sostituendosi agli enti gerarchicamente inferiori solo qualora gli accertamenti di questi non siano stati efficaci, ovvero quando l&#8217;oggetto dell&#8217;accertamento travalichi per la sua ampiezza la dimensione prettamente locale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Un dibattito a parte meriterebbero poi due ambiti controversi come l&#8217;IRAP e gli studi di settore. Da tempo è chiesta l&#8217;abolizione di questi due elementi iniqui del sistema fiscale italiano, particolarmente vessatori nei confronti delle piccole e medie imprese. Sicuramente appare come minimo necessaria una revisione che mitighi il loro potenziale altamente distorsivo, che oggi finisce per essere una sanzione nei confronti di chi opera in modo virtuoso e rispettoso della legge e un incentivo a tenere condotte elusive.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Se questi provvedimenti renderebbero presumibilmente meno onerosa la quantificazione di ciò che è dovuto a titolo di imposta, sono anche prospettabili altri provvedimenti che consenteribbero un più sereno rapporto col fisco, razionalizzando l&#8217;applicazione delle misure sanzionatorie e mitigando quindi il timore di essere soggetti a pene ingiuste. In primo luogo andrebbe perfezionato l&#8217;istituto dell&#8217;interpello, predisponendo uffici pubblici specializzati che abbiano il compito di ricevere le domande dei contribuenti e di fornire loro entro tempi ragionevoli risposte esaustive, che diano certezza riguardo a quesiti di natura sostanziale o procedimentale. Come sottolineato, l&#8217;istituto esiste già, si tratterebbe solo di massimizzarne l&#8217;efficienza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Inoltre qualche modifica va apportata anche al processo tributario, investendo in misura sempre maggiore sulla specifica professionalità dei giudici e correggendo le sanzioni in modo che siano effettivamente aderenti alla violazione commessa. Infine, come chiusura di un nuovo contesto regolatorio, sarebbe bene rendersi conto che la durata biblica del contenzioso in materia tributaria arreca danno sia ai privati che allo Stato, avendo entrambi interesse ad una pronta definizione e corresponsione di quanto dovuto. In questo ambito quindi sarebbe opportuno introdurre strumenti che consentano un ricorso sempre maggiore alla composizione stragiudiziale delle controversie, evitando così lo spreco di moltissime risorse che, a pensarci bene, non sono altro che ricchezza italiana che si volatilizza.</span></p>
</div>
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		<title>Perche&#8217; siamo tutti più poveri?</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 11:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è tenuto mercoledì 24 marzo il primo incontro del ciclo “Perchè siamo tutti più poveri” organizzato dalla Gabella di Reggio Emilia. Tema dell’incontro, tenuto da Federico Parmeggiani (penna di Imprenditori per la sezione “Economia e Finanza”) &#8220;La crisi: come nasce e come (forse) ne usciremo: introduzione sulla crisi finanziaria, sulle cause che l&#8217;hanno scatenata e sugli effetti che ha provocato sull&#8217;economia reale e sul mercato del lavoro”. Una vera e propria lezione che ha avuto il merito di delinare in modo chiaro e lineare la situazione odierna, in tutta la sua complessità, andando a chiarire responsabilità e meccanismi della profonda crisi economica che coinvolge l’Occidente. L’incontro è stato il primo di una serie di appuntamenti organizzati con l’obiettivo di far capire come ciò che succede agli alti piani della finanza abbia ricadute importanti sul lavoro e sulla vita di tutti. Conoscere quindi le dinamiche macroeconomiche diventa fondamentale per leggere un presente complesso e difficile. I prossimi incontri, tutti presso la Gabella &#8211; Reggio Emilia, via Roma 76 alle ore 21.00, sono: - mercoledì 31 marzo: presentazione del libro &#8220;Come non farsi rapinare dalla banca &#8211; Utili stratagemmi per tutelare i propri risparmi&#8221; edito da Macro Edizioni e incontro con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://imprenditori.it/files/2010/03/n101819629858401_9786.jpg" alt="n101819629858401_9786" title="n101819629858401_9786" width="200" height="219" class="alignleft size-full wp-image-1675" />Si è tenuto mercoledì 24 marzo il primo incontro del ciclo <em>“Perchè siamo tutti più poveri”</em> organizzato dalla Gabella di Reggio Emilia. Tema dell’incontro, tenuto da Federico Parmeggiani (penna di Imprenditori per la sezione “Economia e Finanza”) <em>&#8220;La crisi: come nasce e come (forse) ne usciremo: introduzione sulla crisi finanziaria, sulle cause che l&#8217;hanno scatenata e sugli effetti che ha provocato sull&#8217;economia reale e sul mercato del lavoro”</em>. Una vera e propria lezione che ha avuto il merito di delinare in modo chiaro e lineare la situazione odierna, in tutta la sua complessità, andando a chiarire responsabilità e meccanismi della profonda crisi economica che coinvolge l’Occidente. L’incontro è stato il primo di una serie di appuntamenti organizzati con l’obiettivo di far capire come ciò che succede agli alti piani della finanza abbia ricadute importanti sul lavoro e sulla vita di tutti. Conoscere quindi le dinamiche macroeconomiche diventa fondamentale per leggere un presente complesso e difficile.  I prossimi incontri, tutti presso la Gabella  &#8211; Reggio Emilia, via Roma 76 alle ore 21.00, sono:<br />
- mercoledì 31 marzo: presentazione del libro &#8220;<em>Come non farsi rapinare dalla banca &#8211; Utili stratagemmi per tutelare i propri risparmi&#8221; </em>edito da Macro Edizioni e incontro con l&#8217;autrice Daniela Lorizzo.</p>
<p>- giovedì 8 aprile: Incontro con Giorgio Salsi, presidente dell&#8217;associazione Azionariato Diffuso, che da anni si occupa di tutela dei piccoli risparmiatori e promuove importanti iniziative per l&#8217;educazione finanziaria dei cittadini.</p>
<p>- giovedì 15 aprile: incontro conclusivo sul tema <em>&#8220;Etica ed Impresa: è possibile unire profitti e finalità sociali?&#8221;</em>, con Federico Parmeggiani.</p>
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		<title>I titani che spaventano il mercato</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 10:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani In questi giorni in cui le borse sono scosse dai timori provenienti da Dubai, pare opportuno fare chiarezza su un soggetto del mercato di cui si conosce relativamente poco, ma che è capace di incidere notevolmente sulla finanza mondiale e proviene in massima parte dal lontano o vicino oriente. Si tratta dei cosiddetti “fondi sovrani”, in inglese sovereign wealth funds (SWF), che sono dei fondi di investimento che fanno capo direttamente ad una nazione ed hanno la funzione di investire il surplus monetario di tale paese in strumenti finanziari di vario genere (azioni, obbligazioni, derivati, etc.) oppure in altre attività immobiliari o imprenditoriali. I primi furono costituiti intorno alla metà del XX secolo, ma solo dal 2000 in poi il loro numero e la loro importanza è accresciuta esponenzialmente. A tutt&#8217;oggi i fondi sovrani più attivi nei mercati sono quelli che fanno capo agli Emirati Arabi Uniti, alla Norvegia, al Kuwait, alla Russia e a Singapore anche se destano sempre più attenzione i diversi fondi sovrani costituiti dal governo cinese, ognuno investito di una particolare missione o area di intervento (China Investment Corporation, China National Social Security Fund, China-Africa Development Fund). Questi mastodontici veicoli di investimento sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><span><img class="alignleft size-medium wp-image-1362" title="dubai" src="http://imprenditori.it/files/2009/12/dubai-200x300.jpg" alt="dubai" width="200" height="300" /><strong>di Federico Parmeggiani</strong></span></div>
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<p style="text-align: justify;"><span>I</span><span>n questi giorni in cui le borse sono scosse dai timori provenienti da Dubai, pare opportuno fare chiarezza su un soggetto del mercato di cui si conosce relativamente poco, ma che è capace di incidere notevolmente sulla finanza mondiale e proviene in massima parte dal lontano o vicino oriente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Si tratta dei cosiddetti “fondi sovrani”, in inglese sovereign wealth funds (SWF), che sono dei fondi di investimento che fanno capo direttamente ad una nazione ed hanno la funzione di investire il surplus monetario di tale paese in strumenti finanziari di vario genere (azioni, obbligazioni, derivati, etc.) oppure in altre attività immobiliari o imprenditoriali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>I primi furono costituiti intorno alla metà del XX secolo, ma solo dal 2000 in poi il loro numero e la loro importanza è accresciuta esponenzialmente. A tutt&#8217;oggi i fondi sovrani più attivi nei mercati sono quelli che fanno capo agli Emirati Arabi Uniti, alla Norvegia, al Kuwait, alla Russia e a Singapore anche se destano sempre più attenzione i diversi fondi sovrani costituiti dal governo cinese, ognuno investito di una particolare missione o area di intervento (China Investment Corporation, China National Social Security Fund, China-Africa Development Fund).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Questi mastodontici veicoli di investimento sono usati per arricchire i paesi d&#8217;origine, ma spesso sono anche un mezzo per assicurare il paese in questione da un rischio che potrebbe soffrire sul mercato. I fondi sovrani investono prevalentemente disavanzi provenienti dal gettito fiscale o riserve di valuta estera che lo stato ha in cassa, valuta che nel caso dei paesi del golfo proviene dall&#8217;esportazione di materie prime.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Questi fondi hanno iniziato a rivestire un&#8217;importanza cruciale nei mercati specialmente dallo scoppio della crisi finanziaria, in quanto, in un momento in cui tutti i principali attori della finanza (incluse le grandi banche) erano a corto di liquidità, essi potevano contare su un elevatissimo quantitativo di riserve monetarie pubbliche da investire.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Questa ampia capacità di fare acquisizioni sui mercati, unita al sensibile calo dei prezzi azionari, ha fatto temere un&#8217;ondata di scalate ostili tale da consentire a questi fondi di assumere il controllo di imprese chiave in diversi paesi occidentali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Questo timore, perdurante tuttora, è inoltre accentuato dal fatto che i fondi sovrani dispongono già di partecipazioni consistenti in grandi banche d&#8217;affari americane, in gruppi bancari e assicurativi che svolgono anche attività retail, nonché in imprese-simbolo di varie nazioni, ad esempio la nostra Ferrari, partecipata al 5% dal fondo sovrano di Dubai. Quindi, il timore dei paesi occidentali riguarda in primo luogo l&#8217;eventualità che le imprese sulle quali poggiano le proprie economie nazionali, ossia le più sensibili a politiche economiche di interesse pubblico, sfuggano dall&#8217;area di influenza dei paesi d&#8217;origine per passare sotto al controllo di una nazione straniera.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Inoltre, i fondi sovrani presentano un basso livello di trasparenza riguardo la propria situazione contabile e lo stato dei propri asset, non essendo mai stati oggetto di una puntuale disciplina regolamentare internazionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Solo negli ultimi due anni si è discusso sull&#8217;opportunità per le economie occidentali di introdurre misure regolamentari (es. golden shares) volte a bloccare acquisizioni ostili e blindare così il controllo di alcune imprese di importanza strategica. Tale opzione, consentita in USA qualora l&#8217;acquisizione metta a repentaglio la sicurezza nazionale, è vista con sospetto in sede comunitaria, in quanto rappresenterebbe una spinta per gli stati membri verso tentazioni protezionistiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>In ogni caso, nel settembre 2008 il Fondo Monetario Internazionale ha predisposto un codice di condotta volto a dettare dei requisiti minimi di trasparenza e stabilità per questi anomali soggetti di mercato, codice al quale i principali fondi sovrani hanno aderito.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Il peso dei fondi sovrani nei mercati aumenta di pari passo con quello dei paesi del medio e lontano oriente cui fanno capo. A tutt&#8217;oggi non si sa con certezza se e in che misura la crisi del settore immobiliare a Dubai inciderà sui fondi dei paesi arabi del golfo, si sa per certo però che i mercati occidentali dovranno sempre più abituarsi a fare i conti con questi titani di liquidità, il cui valore complessivo nel 2008 oscillava intorno ai 3,8 trilioni di dollari.<br />
</span></p>
</div>
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		<title>Basilea 2 e il rapporto banche-imprese</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 15:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Parmeggiani Tra le misure di riforma che nell&#8217;ultimo anno sono state da più parti invocate per costituire un modello di mercato finanziario più stabile, vi è la revisione dell&#8217;accordo di Basilea 2. Il complesso delle regole che ne fanno parte è stato infatti ritenuto un fattore che ha consentito l&#8217;irrazionale valutazione della composizione del capitale delle banche. Cos&#8217;è Basilea 2? Ma in cosa consiste esattamente Basilea 2? Qual è il suo contenuto? Per la sua importanza cruciale nel dibattito economico odierno è bene fare un po&#8217; di chiarezza al riguardo. Basilea 2 è un accordo sottoscritto nel 2004 dal Comitato di Basilea per la Supervisione Bancaria, che è un organismo composto dai governatori delle banche centrali dei paesi appartenenti al G10, costituito al fine di predisporre delle linee guida in materia di stabilità patrimoniale da applicare in modo uniforme alle banche di tutti i paesi membri. L&#8217;accordo prescrive delle procedure precise per una corretta ponderazione &#8211; effettuata in base alla loro rischiosità &#8211; delle attività che compongono il capitale delle banche. Sulla base di tale ponderazione, quindi, l&#8217;accordo individua la liquidità che le banche devono necessariamente accantonare a garanzia dei propri asset. Metodo di valutazione del rischio Per [...]]]></description>
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<p><a href="http://imprenditori.it/files/2009/11/scacchi_opt.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1058" title="scacchi_opt" src="http://imprenditori.it/files/2009/11/scacchi_opt-300x197.jpg" alt="scacchi_opt" width="300" height="197" /></a><strong>di Federico Parmeggiani</strong></p>
<p><span>T</span><span>ra le misure di riforma che nell&#8217;ultimo anno sono state da più parti invocate per costituire un modello di mercato finanziario più stabile, vi è la revisione dell&#8217;accordo di Basilea 2. Il complesso delle regole che ne fanno parte è stato infatti ritenuto un fattore che ha consentito l&#8217;irrazionale valutazione della composizione del capitale delle banche.</span></p>
<p><strong><span>Cos&#8217;è Basilea 2?</span></strong></p>
<p><span>Ma in cosa consiste esattamente Basilea 2? Qual è il suo contenuto? Per la sua importanza cruciale nel dibattito economico odierno è bene fare un po&#8217; di chiarezza al riguardo.</span></p>
<p><span>Basilea 2 è un accordo sottoscritto nel 2004 dal Comitato di Basilea per la Supervisione Bancaria, che è un organismo composto dai governatori delle banche centrali dei paesi appartenenti al G10, costituito al fine di predisporre delle linee guida in materia di stabilità patrimoniale da applicare in modo uniforme alle banche di tutti i paesi membri.</span></p>
<p><span>L&#8217;accordo prescrive delle procedure precise per una corretta ponderazione &#8211; effettuata in base alla loro rischiosità &#8211; delle attività che compongono il capitale delle banche. Sulla base di tale ponderazione, quindi, l&#8217;accordo individua la liquidità che le banche devono necessariamente accantonare a garanzia dei propri asset.</span></p>
<p><span><strong>Metodo di valutazione del rischio</strong><br />
</span></p>
<p><span>Per la determinazione dell&#8217;esposizione al rischio l&#8217;accordo consente alle banche la scelta tra due differenti procedure: la Metodologia Standard o la Metodologia dei Rating Interni.</span></p>
<p><span>In base al primo metodo (il più semplice dei due) l&#8217;esposizione al rischio è calcolata tramite un sistema di rating assegnati da soggetti esterni: le ECAI, che sono in sostanza delle agenzie di rating. Queste agenzie attribuiscono ad ogni esposizione della banca un rating, stabilito in base alla solvibilità del debitore. Ad ogni classe di rating assegnato corrisponde un preciso coefficiente di rischiosità che impone alla banca di accantonare in relazione alla propria esposizione globale più o meno risorse, instaurando così un collegamento diretto tra liquidità e rischio.</span></p>
<p><span>Il metodo dei Rating Interni è invece prescritto quando i rating emessi dai soggetti esterni non siano facilmente reperibili, ovvero quando la banca intenda effettuare una ponderazione del rischio maggiormente personalizzata, valutando in modo più specifico la posizione relativa ad ogni singola controparte. In base a questo secondo approccio è la banca stessa a quantificare il rischio di ogni singola esposizione, sviluppando modelli di calcolo interni che consentono di determinare per ogni cliente la probabilità che esso divenga insolvente (probabilità di default). </span></p>
<p><span><strong>Pregi e difetti</strong><br />
</span></p>
<p><span>L&#8217;applicazione di tale accordo ha avuto l&#8217;indubbio pregio di coinvolgere la banca nella gestione dei rischi dei propri clienti, assicurando almeno in teoria un continuo monitoraggio dell&#8217;ente creditizio sulla situazione patrimoniale delle imprese debitrici. </span></p>
<p><span>Le critiche che invece sono mosse alla disciplina dell&#8217;accordo riguardano innanzitutto i costi che devono essere sostenuti per ottenere i rating o predisporre i modelli di calcolo alla base della procedura stessa. Costi elevati che gravano in primo luogo sulle banche, ma che possono in certi casi anche essere scaricati sulle imprese. </span></p>
<p><span>Ma ancora più gravi sono le conseguenze derivanti dalla prociclicità di Basilea 2: infatti il sistema di valutazione del profilo di rischio delle imprese delineato fa sì che, quando queste hanno dei buoni risultati di bilancio, la loro elevata solvibilità garantisca l&#8217;appoggio incondizionato delle banche. Quando invece la contrazione del mercato incide negativamente sui profitti, accrescendo il rischio di insolvenza, l&#8217;applicazione dell&#8217;accordo induce le banche alla riduzione delle linee di credito proprio nel momento in cui le imprese, divenute patrimonialmente meno solide, ne avrebbero maggiore necessità per rilanciarsi. La situazione di credit crunch che ne consegue, ovviamente, penalizza in primo luogo le PMI, di cui è composto in massima parte in nostro sistema industriale.</span></p>
<p><span>Questi indesiderati effetti collaterali dovrebbero quindi condurre ad un ripensamento delle procedure di ponderazione del rischio, rinvenendo soluzioni in grado di adattarsi meglio al periodo critico che stiamo vivendo. Lavoro questo che si preannuncia non facile e che solo il dialogo e lo sforzo coordinato delle associazioni di categoria e dei regolatori nazionali potranno auspicabilmente realizzare in tempi brevi.</span></div>
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