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	<title>ImprenditoriPeople | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>Con licenza di valorizzare</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[› di Caterina Tonon › foto di Massimo Dallaglio Non molti sanno che cosa sia un art dealer. Figura di collegamento tra il gallerista e il collezionista, questa professionalità autonoma e dalle molteplici competenze – non solo culturali, ma anche organizzative ed economiche – può diventare fondamentale non solo per la scoperta e l’affermazione di nuovi talenti creativi e l’individuazione di standard per il riconoscimento del valore di un’opera, ma anche per la ricerca e la valorizzazione di spazi espositivi inediti, che si trasformano in un investimento capace di offrire nuove aperture e arricchire l’intera collettività. Un caso esemplare è ciò che è accaduto a Reggio Emilia con la mostra No Conforme–T.I.S.A.(B), tenutasi nel mese di giugno nei locali dismessi dell’ex Anagrafe a Palazzo Frumenteria, nel cuore del centro storico: solo il primo di una lunga serie di appuntamenti non conformi. Ne abbiamo parlato con la curatrice dell’esposizione, Lia Bedogni, professione art dealer. Una mostra di street art sulle pareti di uno spazio civico non è cosa di tutti i giorni. Come ci è riuscita? Quando ho sottoposto al Comune di Reggio il mio progetto di far esporre lo street artist brasiliano Paulo Cesar Oliveira, meglio noto nei circuiti artistici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>› di Caterina Tonon<br />
› foto di Massimo Dallaglio</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-large wp-image-4250 aligncenter" title="Lia Bedogni 2 ok_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Lia-Bedogni-2-ok_opt-1024x681.jpg" alt="" width="559" height="371" /></p>
<p>Non molti sanno che cosa sia un art dealer. Figura di collegamento tra il gallerista e il collezionista, questa professionalità autonoma e dalle molteplici competenze – non solo culturali, ma anche organizzative ed economiche – può diventare fondamentale non solo per la scoperta e l’affermazione di nuovi talenti creativi e l’individuazione di standard per il riconoscimento del valore di un’opera, ma anche per la ricerca e la valorizzazione di spazi espositivi inediti, che si trasformano in un investimento capace di offrire nuove aperture e arricchire l’intera collettività. Un caso esemplare è ciò che è accaduto a Reggio Emilia con la mostra No Conforme–T.I.S.A.(B), tenutasi nel mese di giugno nei locali dismessi dell’ex Anagrafe a Palazzo Frumenteria, nel cuore del centro storico: solo il primo di una lunga serie di appuntamenti non conformi. Ne abbiamo parlato con la curatrice dell’esposizione, Lia Bedogni, professione art dealer.</p>
<p>Una mostra di street art sulle pareti di uno spazio civico non è cosa di tutti i giorni. Come ci è riuscita?<br />
Quando ho sottoposto al Comune di Reggio il mio progetto di far esporre lo street artist brasiliano Paulo Cesar Oliveira, meglio noto nei circuiti artistici come Auma, ho incontrato subito grande interesse e disponibilità. E la giusta lungimiranza per comprendere che la street art non consiste semplicemente nell’imbrattare i muri cittadini, ma – specialmente in Sudamerica – è una forma d’arte legata a una responsabilità civile attiva e vigile. Per esempio, nell’opera di Auma gli interventi pittorici diventano un dialogo aperto capace di trasformare lo spazio da luogo alienato e abbandonato a luogo riqualificato, in cui la comunità rivive e si riconosce. Di fronte a queste suggestioni, il Comune è stato estremamente ricettivo e ci ha concesso subito uno spazio molto interessante. L’evento, organizzato insieme al Collettivo Fx, è stato realizzato quasi a costo zero e ha avuto ottimi riscontri e grande affluenza di pubblico.</p>
<p>Come si diventa art dealer?<br />
Nel mio caso, alla formazione storico-artistica, grazie alla scuola per operatori dei beni culturali e agli studi di storia dell’arte, ho affiancato esperienze professionali di tipo operativo in importanti spazi pubblici del nostro territorio come la Fondazione Magnani Rocca a Parma e Palazzo Magnani a Reggio Emilia. Sono partita dal basso, dalla guardiania, e dopo un corso di didattica museale seguito da un tirocinio sul campo, ho avuto i primi contatti con mostre, autori importanti e musei esteri. Poi, per diversificare la mia professionalità, sono entrata nel mondo delle gallerie. Dal 2002 ho iniziato a lavorare in una galleria di Mantova che operava su scala nazionale e in pochi anni ne ho assunto la direzione artistica. Il direttore artistico in Italia è una figura che ufficialmente non esiste, una sorta di factotum dalle mille competenze: i suoi compiti vanno dai contatti con gli artisti all’allestimento delle mostre, fino all’ufficio stampa, la cura del catalogo, l’emissione delle fatture. Poi ci sono le fiere, la selezione degli artisti e lo scouting per capire su chi investire e quali progetti sviluppare. Purtroppo devo dire che le gallerie italiane sono una delusione. Gestite praticamente solo a livello familiare, non hanno figure professionali specifiche al loro interno e basano il proprio operato solo sul mercato. In Italia sulle gallerie non c’è una legislazione specifica, specie per quanto riguarda l’arte contemporanea. Per esempio, un’Iva più bassa garantirebbe maggiore legalità e professionismo, e uno slancio diverso a un collezionismo più giovane e meno elitario.</p>
<p>Oggi che si muove da libera professionista, quali sono i suoi progetti?<br />
Mi interessa ragionare sull’arte contemporanea applicata al sociale: è un campo praticamente inesplorato, in cui si può fare ancora moltissimo. Mi piacerebbe fare un esperimento: far vivere due persone nelle stesse condizioni economiche, con la sola differenza che una è circondata da opere d’arte e l’altra non riceve questi stimoli, e poi provare a constatare le differenze. L’arte non è affatto accessoria: serve per comunicare e per raccontare il mondo. È lo specchio dei nostri tempi e ogni artista nella sua opera ripropone la propria storia, la propria realtà. Questo è un discorso che raramente viene preso in considerazione, anche dagli addetti ai lavori.</p>
<p>Spesso però l’arte è considerata inaccessibile perché troppo costosa&#8230;<br />
Anche questo è un tabù da sfatare. Innanzitutto si possono organizzare eventi a costo zero. Un tempo, quando non esistevano le sponsorizzazioni, erano gli acquisti di opere che sostenevano le mostre. Ci sono artisti stranieri che hanno quotazioni accessibili e le cui creazioni possono diventare un investimento per chiunque abbia un buon art dealer in grado di consigliarlo. Uso di proposito la parola investimento: l’arte non subisce deprezzamenti e anche in tempi di crisi le opere continuano a essere battute al loro valore e possono diventare un bene-rifugio. Comprare un’opera di un giovane che muove i primi passi può essere più lungimirante che giocare in borsa e l’investimento comunque non sarà mai perduto. Per non parlare del capitale culturale e umano. È mia abitudine chiedere ai clienti prima di tutto se l’opera rientra nel loro gusto. Il mercato dell’arte ha prodotto tante truffe, giocando sull’ignoranza dei compratori. Nel momento in cui ci si mette in casa un oggetto che piace, che appaga lo sguardo, l’investimento economico acquista un valore aggiunto.</p>
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		<title>Non c’è uomo senza spine</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[› di Daniele Paletta › foto di Massimo Dallaglio “La forza del gruppo è di gran lunga superiore alla somma di quella dei singoli componenti”. Una massima da senso comune, questa, che ha dimostrato la sua fondatezza nei campi più disparati: dall’imprenditoria, agli sport di squadra, fino naturalmente alle relazioni interpersonali. La stessa filosofia è applicata dal Ceis al recupero dei tossicodipendenti. Ce lo racconta don Giuseppe Dossetti, che dal 1982 dirige l&#8217;attività reggiana del Centro Italiano di Solidarietà. «Il tossicodipendente non è un marziano, ma un uomo – spiega Dossetti &#8211; e in quanto tale ha il diritto e la possibilità di recuperare la dignità di una vita intesa come progetto, crescita, incontro con altri uomini». Secondo questo modello, il tossicodipendente non deve essere isolato, ma aiutato a stringere nuovamente i legami che, per colpa della droga, generalmente perde. “Il progetto – si legge nella relazione annuale di presentazione del Ceis – è legato alla convinzione che vede nella dipendenza da sostanze un sintomo dei mali esistenziali, sociali e psicologici, che necessitano di trattamento relativo a differenti sfere dell’esistenza”. Vale a dire: solo esplorare la storia di un individuo può aiutarlo a uscire dal pantano, e per fare questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-large wp-image-4220" title="Don Dossetti_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Don-Dossetti_opt-1024x681.jpg" alt="" width="498" height="331" />› di Daniele Paletta<br />
› foto di Massimo Dallaglio</strong></p>
<p>“La forza del gruppo è di gran lunga superiore alla somma di quella dei singoli componenti”. Una massima da senso comune, questa, che ha dimostrato la sua fondatezza nei campi più disparati: dall’imprenditoria, agli sport di squadra, fino naturalmente alle relazioni interpersonali. La stessa filosofia è applicata dal Ceis al recupero dei tossicodipendenti. Ce lo racconta don Giuseppe Dossetti, che dal 1982 dirige l&#8217;attività reggiana del Centro Italiano di Solidarietà. «Il tossicodipendente non è un marziano, ma un uomo – spiega Dossetti &#8211; e in quanto tale ha il diritto e la possibilità di recuperare la dignità di una vita intesa come progetto, crescita, incontro con altri uomini». Secondo questo modello, il tossicodipendente non deve essere isolato, ma aiutato a stringere nuovamente i legami che, per colpa della droga, generalmente perde. “Il progetto – si legge nella relazione annuale di presentazione del Ceis – è legato alla convinzione che vede nella dipendenza da sostanze un sintomo dei mali esistenziali, sociali e psicologici, che necessitano di trattamento relativo a differenti sfere dell’esistenza”. Vale a dire: solo esplorare la storia di un individuo può aiutarlo a uscire dal pantano, e per fare questo è necessario che, intorno a lui, ci siano altre persone pronte ad ascoltarlo e a sostenerlo.</p>
<p>«Fu don Mario Picchi, a Roma, il primo a vedere nella famiglia e nei gruppi una risorsa per il recupero dei tossicodipendenti – racconta Dossetti – Prima, esistevano solamente comunità che estraevano il ragazzo dal suo contesto e colpevolizzavano le famiglie».<br />
Gli oltre 40 centri Ceis in tutta Italia sembrerebbero dare ragione alla visione di don Picchi. Quello di Reggio, come detto, nasce nel 1982. «Il vescovo aveva scelto Franco Marchi per dirigerlo – continua Dossetti – Marchi era un ex prete poi tornato allo stato laicale, e aveva esperienze nel campo della pedagogia. Purtroppo si ammalò gravemente proprio mentre stava iniziando a predisporre il centro, e così il vescovo chiamò me a sostituirlo: &#8220;Sei libero di scegliere&#8221;, mi disse, &#8220;ma sappi che il tuo nome è l’ultimo della mia lista&#8221;. E così, accettai».<br />
Da quasi trent’anni Dossetti si occupa di tossicodipendenze, ma ammette di aver iniziato di malavoglia: «Ero riottoso all’idea, non avrei mai voluto farlo – racconta – Nella mia parrocchia, anni prima, avevo ospitato un tossico, e con lui avevo fatto tutti gli errori possibili. Ero convinto che sarebbe bastata la bontà per aiutarlo, e ovviamente non era così. Pensavo fossero tutte persone irrecuperabili, ero pieno di pregiudizi e di paure. Ma poi ho iniziato a credere che questa esperienza non fosse fuori dalla mia portata, e ora posso dire che sia andata bene».</p>
<p>Negli occhi di Dossetti c’è una particolare freddezza amorevole, come quella di chi è abituato ad avere situazioni terribili davanti agli occhi ma, nonostante questo, è profondamente convinto di quello che fa. E’ rapido, quasi clinico, nel raccontare le diverse fasi in cui si articola la permanenza dei tossicodipendenti nel centro. «Tutto inizia con un colloquio – spiega – In media, solo uno su dieci si presenta spontaneamente. Ogni mercoledì sera c’è un incontro aperto a tutti, dove si può partecipare anche solo per informarsi. Qui si iniziano ad aiutare anche le famiglie, che spesso si presentano molto disorientate e con un forte senso di colpa sulle spalle: per loro sono previsti gruppi di auto-aiuto e di decisione, ai quali partecipa chi è motivato a cambiare la propria situazione familiare compromessa dalla presenza della droga».<br />
Quando il tossico decide di intraprendere il percorso, inizia una fase di osservazione e diagnosi, in cui affronta anche l’astinenza dalle sostanze. «In seguito – continua Dossetti – si passa al periodo di accoglienza residenziale, che conduce a quello di comunità terapeutica». E’ questo il passaggio cruciale di tutto il percorso: qui si lavora sui propri problemi, e la persona è portata a conoscere le cause che lo hanno portato alla dipendenza, imparando a gestirle.</p>
<p>E’ un lavoro lungo, spesso doloroso, in cui il gruppo svolge un ruolo fondamentale: «Il concetto – spiega Dossetti – è quello dell’auto-mutuo-aiuto: il gruppo ti aiuta ad aiutarti, e ad esplorare quelle che noi chiamiamo le spine esistenziali della persona».<br />
Terminato il periodo di accoglienza, l’ultimo passaggio è quello del reinserimento, in cui ci si riaffaccia alla vita ordinaria e alle sue problematiche, comprese quelle del mondo del lavoro. Anche in questo caso, il gruppo torna a giocare una parte importante: «Quest’ultima fase può essere difficile, o fare paura – spiega Dossetti – Ecco perché abbiamo creato anche il Gruppo dipendenti anonimi, che offre sostegno alle persone arrivate alla fine del loro percorso».</p>
<p>Dalla loro posizione di osservatori in prima linea, al Ceis si sono resi conto ben presto di come sia cambiato il profilo del tossicodipendente negli ultimi anni. Il consumo di cocaina, in particolare, è aumentato a dismisura, e spesso non sembra nemmeno stigmatizzato più di tanto. «Il ventenne che si fa di coca lo fa più per la voglia di superare tutti i limiti – spiega Dossetti – mentre per il 35enne c’è anche la dimensione della competizione, collegata alla voglia di migliorare le proprie prestazioni in tutti i campi. Ma la cocaina è una droga subdola, ha un periodo di latenza molto lungo. All’inizio fa funzionare davvero meglio chi la assume, ma poi presenta tutti i conti, sia dal punto di vista finanziario che relazionale: si diventa incapaci di controllare l’emotività, ci sono danni psichici».</p>
<p>Sono tante le testimonianze, che raccontano la stessa inesorabile e drammatica parabola discendente, che si possono leggere direttamente sul portale Drogaonline.it, un sito di consulenza gestito dal Ceis a cui si rivolgono circa 2000 persone l’anno, in cerca di aiuto. La cocaina è diventata un allarme sociale, ma per Dossetti il punto è un altro: «La sostanza di per sé non è il problema – spiega – Se vengo ricoverato in ospedale, potrebbero somministrarmi della morfina, senza che per questo io diventi un tossico. Il vero problema è il significato che il consumatore dà alla sostanza, sia questa hashish, o eroina, o alcol. E inoltre, non bisogna dimenticare che la dimensione del gruppo è centrale anche nello sviluppo della dipendenza».</p>
<p>All’interno del Ceis, però, i gruppi hanno ben altro scopo: «In tutta la struttura c’è una rete di relazioni molto forte – conclude Dossetti – Ecco perché molto del nostro lavoro si appoggia al volontariato: in tanti vogliono dare il proprio contributo a un progetto di cui si sentono parte». Gli ambiti d’azione, però, non riguardano più solo il trattamento delle tossicodipendenze: il Centro di Solidarietà ha programmi per l’aiuto agli immigrati e a donne in difficoltà, una scuola di italiano per stranieri e servizi di orientamento professionale. Tutto gestito con la stessa filosofia, elementare ma efficace: «da soli, si perde».<br />
gruppo#5</p>
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		<title>No, non si fa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[› di Daniele Paletta Si nasce, e subito ci si trova all’interno di una famiglia, un gruppo sociale le cui intricate dinamiche di relazione finiranno per ripercuotersi su gran parte della vita adulta di una persona. Di famiglie, Lucia Rizzi ne ha viste tante: dapprima nei suoi oltre trent’anni di esperienza come insegnante e poi, da sette stagioni, nel ruolo di tata Lucia nel programma di culto Sos Tata. In ogni puntata, queste bambinaie moderne (dal look volutamente retrò) raddrizzano dinamiche familiari che si sono ingarbugliate oltre misura: la loro dolce fermezza, e la capacità di stabilire regole precise da seguire, riescono a piegare anche le resistenze dei bambini più capricciosi, e a sottolineare le disattenzioni dei genitori più stanchi. Il loro arrivo fa sembrare tutto facile. Ovviamente, però, non è cosi: «Noi stiamo con le famiglie per una settimana soltanto, e gestiamo indirettamente la relazione tra genitore e figlio – racconta la Rizzi – Una vera terapia comportamentale richiederebbe più tempo: noi possiamo solamente cercare di mettere dei punti fermi, sui quali poi la famiglia dovrà lavorare. I genitori non devono mollare. I piccoli hanno l’arma del capriccio: se si cede, è finita». Raggiungiamo tata Lucia mentre è impegnata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4217" title="TDD_1485_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/TDD_1485_opt-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />› di Daniele Paletta</strong></p>
<p>Si nasce, e subito ci si trova all’interno di una famiglia, un gruppo sociale le cui intricate dinamiche di relazione finiranno per ripercuotersi su gran parte della vita adulta di una persona. Di famiglie, Lucia Rizzi ne ha viste tante: dapprima nei suoi oltre trent’anni di esperienza come insegnante e poi, da sette stagioni, nel ruolo di tata Lucia nel programma di culto Sos Tata. In ogni puntata, queste bambinaie moderne (dal look volutamente retrò) raddrizzano dinamiche familiari che si sono ingarbugliate oltre misura: la loro dolce fermezza, e la capacità di stabilire regole precise da seguire, riescono a piegare anche le resistenze dei bambini più capricciosi, e a sottolineare le disattenzioni dei genitori più stanchi. Il loro arrivo fa sembrare tutto facile. Ovviamente, però, non è cosi: «Noi stiamo con le famiglie per una settimana soltanto, e gestiamo indirettamente la relazione tra genitore e figlio – racconta la Rizzi – Una vera terapia comportamentale richiederebbe più tempo: noi possiamo solamente cercare di mettere dei punti fermi, sui quali poi la famiglia dovrà lavorare. I genitori non devono mollare. I piccoli hanno l’arma del capriccio: se si cede, è finita».</p>
<p>Raggiungiamo tata Lucia mentre è impegnata nella registrazione di una puntata della nuova serie del programma, in onda dal 25 novembre su Foxlife. «La settimana nelle case delle persone è sempre molto intensa – ammette – ma ogni volta ci si emoziona. Anche se il mio compito è di essere obiettiva, e di lasciare ai genitori l’esclusiva educativa, ricordo con affetto molte famiglie. Una su tutte, quella che abbiamo mostrato nella scorsa edizione: avevano già nove figli, e ora è nato il decimo. Come può non rimanere nel cuore un’esperienza del genere?».<br />
Quella della Rizzi è l’unica presenza costante da quando l’edizione italiana di Sos Tata ha preso il via, nel 2005. I suoi modi affettuosi ma fermi, al punto da risultare quasi spietati (soprattutto nel far notare ai genitori i propri errori), l’hanno trasformata in un personaggio molto conosciuto. Eppure, quando glielo si fa notare, quasi si irrigidisce. «Certo, capita che ci siano anche ragazzi giovani che mi riconoscono in metropolitana, ma io non sono assolutamente un personaggio televisivo – ribatte – Tutto quello che faccio è molto spontaneo. Per contratto io sono assolutamente libera di dire ciò che ritengo più opportuno, non ho veti». Del resto, nelle poche esperienze televisive fatte al di fuori di Sos Tata, la Rizzi appariva quasi a disagio. «In certi programmi, troppo affollati, si fa fatica ad esprimersi – spiega – Io sono un’autodidatta, non ho mai preso una laurea. La mia professione l’ho costruita da me: ecco perché le sovrastrutture e le prese di posizione rigide mi risultano ostiche. In certi contesti si dà la precedenza alla teoria e non alla pratica, che è poi quella con cui io mi trovo quotidianamente a confrontarmi».<br />
Il passaggio alla tv è avvenuto all’improvviso: «Una mia ex-allieva lavorava in un ufficio casting – racconta – e quando ha saputo che stavano cercando persone per i ruoli delle tate, ha fatto il mio nome, ed eccomi qui».</p>
<p>La Rizzi è dunque arrivata sugli schermi quasi per caso, dopo aver accumulato un’esperienza di insegnamento di oltre trent’anni e un&#8217;importante specializzazione sui deficit d’attenzione, un tema che ha approfondito anche negli Usa, con un’esperienza di tre anni al Child Development Center di Irvine, in California. Spontaneo chiederle come abbia iniziato, e da cosa sia nata questa sua passione. «Fin da piccola sono sempre stata appassionata di persone – racconta – Mia mamma mi diceva sempre che ero una pettegola. L’insegnamento ti porta ad avere a che fare con i bambini (le persone più genuine che ci siano) e allo stesso tempo ti mette in contatto con le famiglie: ed è proprio a quel punto che ci si rende conto di quanto lavoro ci sia da fare».</p>
<p>In più di trent’anni, un nucleo sociale fondamentale come la famiglia è profondamente cambiato, e spesso non in meglio. Cosa è accaduto? «Trovo che nella nostra società ci sia una delega universale – spiega la Rizzi – I genitori delegano alla tv il compito di intrattenere i figli, alla scuola quello di educarli… tutto purché non ci si assumano responsabilità. Ma delegare a questo modo porta solamente a risultati disastrosi».<br />
Tutto il contrario di quello che fanno le tate che, quando arrivano nelle famiglie, sembrano armate soprattutto di tre cose: buonsenso, fermezza e voglia di stimolare i bambini. «Il comportamento parte sempre da un input e finisce con una reazione – spiega tata Lucia – Ecco perché noi proponiamo ai bambini delle attività estremamente pratiche: sia loro che i genitori devono imparare a prendere abitudini sane».</p>
<p>Sos Tata, a volte, sembra semplicemente rispolverare i buoni, vecchi consigli dei nostri nonni. Nonostante questo, però, il programma non è affatto arroccato su posizioni di difesa della famiglia tradizionale: durante le prime sei edizioni, non è stato raro vedere le tate alle prese con figli di coppie multietniche o con nuclei familiari allargati. Ma qual è l’opinione della Rizzi sull’adozione di bambini da parte dei single, o sulle cosiddette famiglie arcobaleno? «Credo che sia un’opera buona che un single adotti un bambino – afferma – anche se quella che andrà a formare non potrà essere chiamata famiglia: manca una figura, è necessario che ci siano due genitori, anche perché ogni sesso dà particolari comunicazioni al bambino. Ecco perché sono abbastanza contraria alle famiglie con genitori gay, nelle quali si va a caricare il bambino di un problema in più. Certo, è un problema che si può affrontare, ma non mi piace che questo debba ricadere sui più piccoli».</p>
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		<title>Jimmy Wales, o dell’intelligenza collettiva</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:33:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#62; di Anna Matino «Tutte le intelligenze parcellizzate e non connesse sono sprecate. Una società, un&#8217;economia, un&#8217;organizzazione distribuita può esplodere solo grazie a un sistema nervoso molto efficiente che colleghi le sue parti». Questo l&#8217;assunto da cui ha preso il via Organismi. Festival dell&#8217;intelligenza collettiva evento organizzato da Cna al Teatro Comunale di Bologna lo scorso 14 ottobre. Jimmy Wales, padre fondatore di Wikipedia, era tra gli ospiti illustri della kermesse. La libera enciclopedia web più famosa al mondo vive e cresce infatti grazie alla collaborazione della comunità virtuale, attraverso un sistema di modifica e pubblicazione aperto e gratuito. Occhio guizzante e disponibile, 45 anni appena compiuti, di cui dieci trascorsi alla guida di un impero, secondo Times nella top-ten delle persone più influenti al mondo: quali i segreti della sua affermazione in ambito planetario e in costante ascesa? E’ quello che il visionario Wales ha spiegato a una platea di giovani imprenditori, con cui ha voluto condividere la sua esperienza, conoscenza, competenza. Proprio ciò che fa Wikipedia, che lui stesso definisce «un aggregato sistematico di intelligenze individuali, le cui reazioni reciproche e la cui collaborazione producono effetti massivi a livello culturale, sociologico, politico e antropologico». «Wikipedia &#8211; ha tenuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><img class="size-large wp-image-4210 alignleft" title="DSC_5019_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/DSC_5019_opt-1024x681.jpg" alt="" width="500" height="333" />&gt; di Anna Matino</strong></p>
<p>«Tutte le intelligenze parcellizzate e non connesse sono sprecate. Una società, un&#8217;economia, un&#8217;organizzazione distribuita può esplodere solo grazie a un sistema nervoso molto efficiente che colleghi le sue parti». Questo l&#8217;assunto da cui ha preso il via Organismi. Festival dell&#8217;intelligenza collettiva evento organizzato da Cna al Teatro Comunale di Bologna lo scorso 14 ottobre. Jimmy Wales, padre fondatore di Wikipedia, era tra gli ospiti illustri della kermesse. La libera enciclopedia web più famosa al mondo vive e cresce infatti grazie alla collaborazione della comunità virtuale, attraverso un sistema di modifica e pubblicazione aperto e gratuito. Occhio guizzante e disponibile, 45 anni appena compiuti, di cui dieci trascorsi alla guida di un impero, secondo Times nella top-ten delle persone più influenti al mondo: quali i segreti della sua affermazione in ambito planetario e in costante ascesa? E’ quello che il visionario Wales ha spiegato a una platea di giovani imprenditori, con cui ha voluto condividere la sua esperienza, conoscenza, competenza. Proprio ciò che fa Wikipedia, che lui stesso definisce «un aggregato sistematico di intelligenze individuali, le cui reazioni reciproche e la cui collaborazione producono effetti massivi a livello culturale, sociologico, politico e antropologico». «Wikipedia &#8211; ha tenuto a sottolineare Wales &#8211; si basa su un’idea radicale, ovvero quella di immaginare un mondo in cui ogni singola persona sul pianeta abbia accesso alla summa della conoscenza umana». La fruizione e distribuzione gratuita della conoscenza e dell’informazione è la chiave di volta del freedom of speech che muove la macchina: i wikipediani possono incontrarsi virtualmente, entrare in relazione, scambiare nozioni liberamente, tutti uniti dallo stesso scopo: abbattere il muro dell&#8217;ignoranza (intesa nel senso etimologico del termine) e far sì che la conoscenza sia accessibile alla massa. «Chi contribuisce – ha precisato Wales &#8211; non solo aderisce al progetto umanitario di Wikipedia ma anche a questo magazzino di conoscenze che possono essere riutilizzate con effetti potentissimi». E la potenza di questo strumento è attuale e tangibile, anche nel nostro paese. L’accento di Wales si è spostato al recente sciopero di Wikipedia Italia, che ha preso posizione scendendo in campo contro il disegno di legge sulle intercettazioni &#8211; in discussione al Parlamento, poi modificato &#8211; che avrebbe minato la sua neutralità. «Sono molto soddisfatto &#8211; ha affermato Wales &#8211; perchè in qualche modo siamo stati ascoltati. E&#8217; essenziale che ci sia libertà di parola e condivisione». La forza della condivisione è galvanizzata da internet, strumento attraverso il quale, spiega Wales, «si può giungere alla democrazia vera, quella fatta di cittadini informati, che abbiano uno spazio aperto in cui discutere per capire quale sia il modo migliore per andare avanti. Questa la condizione necessaria per un cambiamento positivo e serio». «La rete &#8211; continua Wales &#8211; rompe gli argini spazio-temporali, spezza l’omertà e porta alla luce ciò che prima poteva passare sotto silenzio o veniva rimesso nelle sole mani degli addetti all’informazione». «Ma la rete &#8211; redarguisce Wales – è uno strumento tanto potente, quanto fragile, perciò va preservata continuando a vigilare». Wales ha anche interrogato il pubblico: «Chi ha mai consultato Wikipedia?». Mani alzate all’unanimità. «Chi ha mai apportato modifiche?». E anche questa volta la platea ha dato soddisfazione in larga maggioranza. «Per i giovani &#8211; ha commentato con orgoglio Wales &#8211; Wikipedia è la fonte principale d’informazione. E’ l’enciclopedia per eccellenza. Una grande responsabilità, che rende per noi un imperativo il miglioramento costante. L’ho capito quando una maestra mi ha riferito di aver chiesto ad un alunno cosa fosse un’enciclopedia e di essersi sentita rispondere: &#8220;Qualcosa di simile a Wikipedia&#8221;». Qual è la linfa vitale di Wikipedia? «Parlare di argomenti di interesse comune, che servano a creare qualcosa di utile per la comunità. Per il flusso di coscienza fine a se stesso o per sanare la voglia di interrelazione esistono i blog o Facebook. Wikipedia è altro. E’ mettere in stretta connessione le intelligenze e i diversi saperi, per costruire un futuro più virtuoso». Lavorare per realizzare qualcosa di utile alla comunità era anche il sogno di un bambino americano, di nome Jimmy. Lui, cresciuto ad Huntsville, una cittadina dell’Alabama dove la Nasa era di casa, non sognava di diventare un astronauta come i suoi coetanei. Jimmy mirava ad altro, è stato affamato e folle e oggi il suo sogno è diventato realtà. Si chiama Wikipedia.</p>
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		<title>‘Cameriere? Prego, inventore’: la strana storia di Alessandro Guccini</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:58:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandro Guccini]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Rossella Regina Di incontri ai limiti del normale ne possono avvenire veramente diversi, anche all’ombra delle Due Torri! Ma quello di qualche sera fa, dietro ad un tagliere di ottimi insaccati locali, ha davvero dell’insolito e si chiama Alessandro Guccini. Cameriere, almeno di notte, per una nota gastronomia del pieno centro cittadino, Alessandro è a tutti gli effetti un inventore. Originario della provincia bolognese (Porretta Terme), matura il desiderio di rendersi utile all’umanità sin da bambino, quando smontando vari oggetti, si ingegnava ad elaborarne dei nuovi. Smonta e rimonta, gli anni passano ed arriva il primo brevetto, quello della ‘sveglia semovente’, ingegnosa trovata per costringere anche il più incallito dormiglione ad alzarsi dal letto nel tentativo di rinvenire la sveglia suonante e, per l’appunto, semovente. Incoronato, per l’invenzione in questione anche dai media, Alessandro continua a partorire idee che si concretizzano, tra le tante, nel Salvaparabrezza (una pellicola resistente alle intemperie che protegge, all’occorrenza, il parabrezza da gelo e ghiaccio e si ripone, comodamente, in un tubo), nella Flashion Light (una sorta di torcia piatta realizzata in metallo ed agganciabile ovunque) e nell’ultimissima del Sacchetto Salva H2O (un involucro di plastica che, inserito nello sciacquone, aiuta a ridurre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4274" title="sacchetto salva h2o" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/sacchetto-salva-h2o.jpg" alt="" width="466" height="349" /><strong>&gt; di Rossella Regina</strong></p>
<p>Di incontri ai limiti del normale ne possono avvenire veramente diversi, anche all’ombra delle Due Torri! Ma quello di qualche sera fa, dietro ad un tagliere di ottimi insaccati locali, ha davvero dell’insolito e si chiama Alessandro Guccini. Cameriere, almeno di notte, per una nota gastronomia del pieno centro cittadino, Alessandro è a tutti gli effetti un inventore. Originario della provincia bolognese (Porretta Terme), matura il desiderio di rendersi utile all’umanità sin da bambino, quando smontando vari oggetti, si ingegnava ad elaborarne dei nuovi. Smonta e rimonta, gli anni passano ed arriva il primo brevetto, quello della ‘sveglia semovente’, ingegnosa trovata per costringere anche il più incallito dormiglione ad alzarsi dal letto nel tentativo di rinvenire la sveglia suonante e, per l’appunto, semovente.</p>
<p>Incoronato, per l’invenzione in questione anche dai media, Alessandro continua a partorire idee che si concretizzano, tra le tante, nel Salvaparabrezza (una pellicola resistente alle intemperie che protegge, all’occorrenza, il parabrezza da gelo e ghiaccio e si ripone, comodamente, in un tubo), nella Flashion Light (una sorta di torcia piatta realizzata in metallo ed agganciabile ovunque) e nell’ultimissima del Sacchetto Salva H2O (un involucro di plastica che, inserito nello sciacquone, aiuta a ridurre lo spreco di acqua), distribuito sul mercato italiano da Kaleos bio.</p>
<p>Questa professione non si può inventare, ne&#8217;, tantomeno, vi sono scuole che la insegnano – afferma Alessandro alla consueta domanda sul perché abbia intrapreso la strada dell’inventore &#8211; È data da un mix di variabili, che non ti fanno vedere altra strada, professione o stile di vita. E aggiunge: Ciò che è più difficile, nel mio lavoro, è trovare aziende disposte a credere nelle mie invenzioni tanto quanto me, ma ci sto lavorando&#8230;</p>
<p>Poi ci anticipa che, proprio per finanziare le sue invenzioni, aprirà a breve un bar nei paraggi della stazione ferroviaria di Silla, frazione di Gaggio Montano. Si chiamerà Neutrino, il Bar più veloce della luce – commenta – e sarà aperto solo di mattina, per servire le colazioni – conclude.<br />
Un’idea sicuramente originale e che non coglierà impreparato il nostro inventore, viste le sue attuali esperienze nel settore ristorativo.</p>
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		<title>Perchè io che lavoro faccio secondo lei?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 10:39:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[People]]></category>
		<category><![CDATA[contro la pedopornografia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Francesca Meschieri &#62; foto di Matteo Flora Arrivo a Milano per l’ora di pranzo. Il mio treno è in ritardo (ad un certo punto, cominci a viverlo come un marchio di fabbrica, più che un disservizio&#8230;). Aspetto Fabio Ghioni. Abbiamo un appuntamento in piazza Argentina. Non lo conosco personalmente, non ancora, quindi cerco di immaginare il suo aspetto dalle cose che ho letto di lui. 47 anni, hacker di professione, scrittore, laureato in Psicologia clinica, insegnante di Yoga, maestro di arti marziali e un passato da recluso in isolamento a San Vittore. Mi passa davanti, lo riconosco. Uno sguardo rapido: capisce che sto aspettando proprio lui e mi fa cenno di seguirlo al tavolo di un bar tranquillo. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare: lo faremo per quasi tre ore. Quando si parla con uno che è stato definito “leader carismatico del Tiger Team Telecom” penso ci si possa permettere qualche licenza, non proprio poetica. Quindi esordisco: una denuncia per spionaggio industriale, può essere una voce scomoda da mettere sul curriculum. “In realtà all’epoca dello scandalo per le incursioni informatiche venni accusato di tutto. Pensi che tra le motivazioni a supporto della custodia cautelare in isolamento, scrissero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Francesca Meschieri<br />
&gt; foto di Matteo Flora</strong></p>
<p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-3961" title="Fabio Ghioni" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/Fabio-Ghioni.jpg" alt="" width="507" height="446" /><br />
</strong></p>
<p>Arrivo a Milano per l’ora di pranzo. Il mio treno è in ritardo (ad un certo punto, cominci a viverlo come un marchio di fabbrica, più che un disservizio&#8230;). Aspetto Fabio Ghioni. Abbiamo un appuntamento in piazza Argentina. Non lo conosco personalmente, non ancora, quindi cerco di immaginare il suo aspetto dalle cose che ho letto di lui. 47 anni, hacker di professione, scrittore, laureato in Psicologia clinica, insegnante di Yoga, maestro di arti marziali e un passato da recluso in isolamento a San Vittore. Mi passa davanti, lo riconosco. Uno sguardo rapido: capisce che sto aspettando proprio lui e mi fa cenno di seguirlo al tavolo di un bar tranquillo. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare: lo faremo per quasi tre ore.</p>
<p>Quando si parla con uno che è stato definito “leader carismatico del Tiger Team Telecom” penso ci si possa permettere qualche licenza, non proprio poetica. Quindi esordisco: una denuncia per spionaggio industriale, può essere una voce scomoda da mettere sul curriculum. “In realtà all’epoca dello scandalo per le incursioni informatiche venni accusato di tutto. Pensi che tra le motivazioni a supporto della custodia cautelare in isolamento, scrissero che la mia era una professionalità talmente elevata, da dovermi precludere qualsiasi contatto con una fonte di energia, anche solo una spina elettrica&#8230; Si stava bene dopotutto: c’era sempre qualcuno che mi portava da mangiare e qualcun&#8217;altro, che cercava di somministrarmi degli antidepressivi. Riuscivo bene a svincolarmi, da entrambe le cose”.</p>
<p>Accattivante. Fabio Ghioni è milanese ma è cittadino di un mondo, quello virtuale, che gli ha valso molti onori, parecchi grattacapi e gli ha permesso di diventare uno dei professionisti più ricercati al mondo, in materia di sicurezza. Poche ma significative parole, sul sito internet fabioghioni.net, per descriverlo: esperto a livello mondiale in sicurezza e tecnologie non convenzionali, consulente strategico per diversi organismi governativi e internazionali. Scrittore, saggista e conferenziere. Intende spaventarci o è tutto vero? “Io sono come l’ultimo stadio, l’ultima speranza di chi ha provato tutte le altre strade…ci si affida a me, come si farebbe con un Mago”.<br />
Posso confessarle una cosa? Pensavo mi sarei trovata di fronte un uomo rude, magari esagitato… Un po’ fanatico, ecco: invece mi stupisce la sua tranquillità e ho la sensazione che lei abbia una grande calma interiore.<br />
“Non dobbiamo sottovalutare l’importanza del processo di espansione della nostra mente e comunque, avere un universo emotivo profondo, non significa dover mettere in pericolo il proprio equilibrio. Niente mi spaventa? Forse è così, dopotutto perché preoccuparsi: ogni giorno penso ad un modo diverso in cui potrei morire e nonostante questo, non ho mai avuto paura della morte. Tra poco ho una lezione di Yoga di almeno 3 ore: sto già predisponendo il mio animo”.</p>
<p>Sono molto concentrata e cerco di capire quale lezione imparerò prima. La nostra conversazione ricade spesso sul concetto di “competenza”, quasi fosse una ragione di vita, l’unica strada percorribile &#8211; e percorsa &#8211; fin da bambino: “Diciamo che nella mia vita ho sempre preso tutti i treni che mi si sono presentati. Il primo passò quando avevo 17 anni: vinsi un concorso e accettai l’incarico che mi veniva proposto, dovevo trasferirmi in America e lavorare per alcuni enti statali. Sono rimasto dieci anni. In Italia, com’è noto, facevo parte del Tiger Team di Telecom Italia: avevamo il compito di testare e mantenere inviolata la sicurezza dei sistemi informatici (molto in sintesi), ma dopo le accuse per spionaggio internazionale (ai danni di Kroll Inc. ndr) ho promesso a me stesso che non avrei più accettato ruoli, diciamo così, istituzionali”.</p>
<p>Quindi oggi lavora per clienti privati: qualcuno ha scritto che persino Jennifer Lopez ha chiesto il suo intervento. Mira all’Olimpo dello star system?<br />
“Se per questo, ho ricevute offerte da piani decisamente “superiori”, come il Vaticano… Gliel’ho detto, da questo punto di vista sono diventato ateo. E poi non parlo dei miei clienti, mi capirà…”.<br />
Parliamo di lei allora: è sposato? Ha figli? Vedo che le piace il Chinotto (ne ha già bevuti due): qualche altro vizio da confessare?<br />
“Non sono sposato, non più, ma lo sono stato. Con una donna straordinaria con cui ho un ottimo rapporto. Ma vede, nella vita si deve incontrare la donna giusta, non quella perfetta. Non ho figli, ma 4 gatti e mi piace fumare qualche sigaretta. Non è un vizio, è un piacere; anche se so che fa male”.<br />
Mi tolga una curiosità: uno come lei, che tipo di relazione ha con i social network, la visibilità ad ogni costo (e ad ogni prezzo) e soprattutto: è vero che su Facebook la maggior parte dei profili è pura invenzione?<br />
&#8220;Andiamo con ordine. Il mio profilo Facebook esiste e lo uso con piacere, l’ho creato proprio per evitare che qualcun&#8217;altro si impossessasse della mia identità e lo facesse al posto mio. Detto questo, il mio rapporto con i mezzi di comunicazione è ottimo. Certo, qualche stranezza è capitata anche a me…”.<br />
Hanno provato a clonarle il profilo?! Paradossale!<br />
&#8220;No, il problema sono le persone ossessionate dalle loro identità virtuali. Ho ricevuto minacce di ogni tipo nella mia carriera, può immaginarlo. Adesso mi trovo a dover gestire una minaccia di morte, neanche tanto velata, perché questa persona (uomo o donna che sia) si è lasciata suggestionare dalla lettura di un mio libro… succede anche questo”.<br />
Scusi, il titolo qual è… Vado a comprarlo subito.<br />
“La Nona Emanazione. Lo trovo bello ma non darei la vita per difenderlo!” (ride ndr).</p>
<p>In ambito internazionale, si parla spesso di terrorismo informatico come qualcosa di pericoloso, ma difficilmente concretizzabile per i comuni mortali: dopotutto una bomba, non può passare da uno schermo&#8230;<br />
“No, certo, ma se il missile terra/aria, possiede un indirizzo IP il gioco è fatto. Io sono in grado di farlo partire in qualsiasi momento e da qualunque luogo del mondo, così come posso indirizzarlo dove meglio credo. Questo, mi creda, è molto pericoloso…”</p>
<p>Senta, parliamo dell’Italia. Un pensiero, tre tematiche: la nostra classe politica, i programmi televisivi e una prospettiva sul prossimo futuro…<br />
&#8220;Beh, come potrà ben immaginare, ho diversi amici nella politica, nello spettacolo e nella cultura e altrettanti personaggi con cui mi relaziono ma non ho rapporti: non le farò i nomi, ma se devo proprio tirarne fuori uno come esempio da seguire, mi piace come lavora Tiziano Motti&#8221;.<br />
Il parlamentare europeo di Reggio Emilia&#8230; Perché proprio lui?<br />
&#8220;Probabilmente le sto dando una notizia in anteprima: fra ottobre e dicembre prossimi, presenteremo in Commissione Europea a Bruxelles una proposta di Legge, elaborata insieme per contrastare la pedopornografia su Internet e consentire prevenzione ed intervento più mirati e tempestivi. Grazie ad un sistema di allarme rapido, che si basa anche sulla conservazione dei dati sensibili nei motori di ricerca, riusciremo a contrastare meglio e prima, i reati telematici legati all’adescamento effettuato dai pedofili tramite i social forum”.<br />
Bellissima iniziativa, complimenti. Il secondo argomento era la televisione…<br />
“Guardo Zelig…oppure Report. Preferisco il cinema e la anticipo: adoro Woody Allen, in assoluto.”</p>
<p>Rimane il futuro e visto che lei è mago…<br />
“La stupisco se le dico solo la parola Rivoluzione? Credo che al punto in cui siamo, intendo dire le crisi mondiali legate non solo all’economia reale, ma alle rivolte popolari, le potenzialità della rete e la crisi, pesante, dei mercati finanziari, non si possa immaginare nient’altro che un collasso. Un evento dalla portata emotiva esagerata, che scuota davvero gli animi e riporti in vita quella coscienza sociale e pubblica di cui dovremmo servirci per fare tutto. Un’utopia forse, ma qualcosa di diverso, di nuovo, di rivoluzionario”.<br />
Le sue parole, in un certo senso lo sono… Ma scusi, lei che lavoro avrebbe fatto, se non questo?<br />
“Perché, io che lavoro faccio secondo lei?”</p>
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		<title>Al crepuscolo sotto il tendone</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 09:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[Livio Togni]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Francesca Meschieri Ci vuole carattere per stare di fronte ad una tigre e non temerne lo sguardo. Ce ne vuole sicuramente per gestire uno staff di 80 persone (che diventano 150, se sommiamo anche quelle all’estero) e decine di spettacoli ed esibizioni in tutto il mondo: questo è oggi la famiglia Togni, arrivata alla quinta generazione circense. Livio, figlio di Darix, soprannominato “l’uomo dei leoni” ci racconta: “Mio padre era un grande personaggio ma soprattutto un grande uomo che amava la sua famiglia. Ecco un concetto cardine: la famiglia. Quando si cresce imparando a coltivare valori forti in cui credere, diventa facile, spontaneo e naturale trasmetterli a chiunque ti stia intorno; noi crediamo molto nella forza di questi valori e siamo stati fortunati”. Non faccia il modesto: è giusto prendersi il merito se si svolge bene il proprio lavoro&#8230; Certo, ma nella vita bisogna necessariamente avere fortuna: quella di nascere con doti particolari, per esempio. Se qualcuno ha la fortuna di possedere qualità che lo distinguano e valori di cui andare fieri beh… già questo, è una grande fortuna ed è un ottimo punto di partenza. La sua carriera circense è nota, non da meno l’impegno politico che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Francesca Meschieri</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-3895" title="09_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/09_opt-1024x682.jpg" alt="" width="763" height="508" /></p>
<p>Ci vuole carattere per stare di fronte ad una tigre e non temerne lo sguardo. Ce ne vuole sicuramente per gestire uno staff di 80 persone (che diventano 150, se sommiamo anche quelle all’estero) e decine di spettacoli ed esibizioni in tutto il mondo: questo è oggi la famiglia Togni, arrivata alla quinta generazione circense.</p>
<p>Livio, figlio di Darix, soprannominato “l’uomo dei leoni” ci racconta: “Mio padre era un grande personaggio ma soprattutto un grande uomo che amava la sua famiglia. Ecco un concetto cardine: la famiglia. Quando si cresce imparando a coltivare valori forti in cui credere, diventa facile, spontaneo e naturale trasmetterli a chiunque ti stia intorno; noi crediamo molto nella forza di questi valori e siamo stati fortunati”.<br />
Non faccia il modesto: è giusto prendersi il merito se si svolge bene il proprio lavoro&#8230;<br />
Certo, ma nella vita bisogna necessariamente avere fortuna: quella di nascere con doti particolari, per esempio. Se qualcuno ha la fortuna di possedere qualità che lo distinguano e valori di cui andare fieri beh… già questo, è una grande fortuna ed è un ottimo punto di partenza.</p>
<p>La sua carriera circense è nota, non da meno l’impegno politico che l’ha vista eleggere senatore nel 2001: è riuscito a trasportare in politica, quei valori di cui parlava poco fa?<br />
In realtà credo di si, anche se devo ammettere che la politica non è pronta per un approccio così trasparente alle problematiche.<br />
In che senso?<br />
L’etica, la morale, la responsabilità e la correttezza: se sei dalla parte del controllo, sono questi i valori che dovrebbero stare alla base. Se c’è un problema da risolvere, bisogna lavorare sodo, con dignità e impegno: credo che un leader abbia il dovere di essere soprattutto un esempio da seguire e un promotore di buone pratiche.</p>
<p>Ed è per questo che oggi rimane lontano dagli impegni della politica? Il suo modo di essere leader, le ha procurato problemi?<br />
Come avrà capito, ho un modo molto diretto di esprimermi e anche di espormi: raramente mi perdo in inutili giri di parole ma in certi ambienti questa schiettezza va dosata con cura. è vero, la politica mi ha reso più cinico e ho capito che per restare in quell’ambiente, avrei dovuto “corrompere” il mio modo di essere. Non mi fraintenda, abbiamo fatto cose buone e non rinnego un impegno in cui ho sempre creduto, ma sono abituato a mettere molto entusiasmo in quello che faccio e l’impotenza, la superficialità, l’incuria non mi sono mai appartenute.</p>
<p>Parliamo dei giovani: chi sono, da dove vengono e cosa si aspettano quelli che intraprendono questo tipo di lavoro?<br />
La maggior parte di coloro che si avvicinano al mondo del circo, cerca una strada per vivere sentendosi libero: la libertà e la creatività vanno a braccetto, e l’una comporta necessariamente l’altra. Oggi abbiamo una quarantina di ragazzi italiani nella nostra squadra, e alcuni sono addirittura di Rio Saliceto. Quando assumo un nuovo collaboratore o una collaboratrice (le donne sono flessibili, intelligenti e capaci, mi piace molto lavorare con loro) cerco subito di capire cosa vorrebbe fare, perchè per mettere davvero passione nel proprio mestiere, è necessario prima di tutto amarlo.</p>
<p>Spesso le critiche più aspre, rispetto al vostro lavoro, sono legate all’utilizzo degli animali negli spettacoli: voi quale scelta avete fatto, animali si oppure no?<br />
Animali sì, il circo non sarebbe la stessa cosa senza di loro. Certo, si possono anche fare spettacoli che non presuppongano la loro presenza, ma gli animali non soffrono assolutamente e vengono trattati con tutte le attenzioni dovute. Vede, anche tra animalisti, esistono personaggi che per difendere i propri interessi particolari (o anche solo per ottenere visibilità) sarebbero disposti a dire qualsiasi cosa.</p>
<p>Torniamo da dove siamo partiti: la sua famiglia. 4 figli (2 maschi e 2 femmine) e alcuni hanno già intrapreso la carriera circense&#8230; la sua capacità di essere leader e trascinatore, dev’essere davvero sviluppata!<br />
Per la verità li ho sempre lasciati liberi di decidere per il proprio futuro, scegliendo comunque una strada che li rappresenti, qualunque essa sia: sono convinto che si debba partire dai giovani, dall’educazione al rispetto e all’intelligenza collettiva come unico rimedio alle brutture a cui siamo tristemente abituati al giorno d’oggi. L’equilibrio deriva certamente dagli errori commessi e dalle consapevolezze maturate con l’esperienza, ma è necessario saper riconoscere i propri limiti ed agire sempre con grande umiltà; ecco un’altra lezione di mio padre.</p>
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		<title>Il vuoto come spazio da progettare</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 10:03:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stefano Curli]]></category>
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		<description><![CDATA[Per Stefano Curli è il vuoto l&#8217;elemento fondamentale in ogni costruzione. Mai il contenuto, piuttosto la luce e le forme che ne fanno parte. del resto, come disse l&#8217;architetto tedesco Ludwig Mies Van Der Rohe, &#8220;Less is more&#8230;&#8221; Lo Studio Curli, a Reggio Emilia, è una realtà conosciuta sul territorio emiliano da oltre quarant’anni. Stefano Curli, insieme al padre Massimo e alla sorella Francesca, si occupa di architettura, dal design d’interni alla progettazione architettonica, fino alla realizzazione di infrastrutture e di impianti industriali. Cosa rappresenta per te il vuoto in architettura? Di uno spazio architettonico colpiscono le forme che lo contraddistinguono e la luce che lo disegna, piuttosto di quel che vi è contenuto, così avrebbe risposto l&#8217;architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe (&#8220;less is more&#8230;&#8221;). Il concetto di vuoto è l&#8217;elemento fondante della fase progettuale; un’opera, infatti, andrà a occupare uno spazio libero in origine. Il vuoto, però, può essere inteso anche come risultato finale: non è possibile ideare un edificio senza immaginare l’insieme di spazi vuoti che lo compone. Cosa provi passando sotto i ponti della A1 progettati da Calatrava a Reggio Emilia? La sua opera è degna di lode, però non posso prescindere da un’analisi funzionalistica. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a rel="attachment wp-att-3637" href="http://www.imprenditori.it/2011/05/20/il-vuoto-come-spazio-da-progettare/stefano-curli-ok1_opt/"><img class="alignleft size-full wp-image-3637" title="Stefano Curli ok1_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/05/Stefano-Curli-ok1_opt.jpg" alt="" width="1364" height="908" /></a>Per Stefano Curli è il vuoto l&#8217;elemento fondamentale in ogni costruzione. Mai il contenuto, piuttosto la luce e le forme che ne fanno parte. del resto, come disse l&#8217;architetto tedesco Ludwig Mies Van Der Rohe, &#8220;Less is more&#8230;&#8221;</em></p>
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<p>Lo  Studio Curli, a Reggio Emilia, è una realtà conosciuta sul territorio  emiliano da oltre quarant’anni. Stefano Curli, insieme al padre Massimo e  alla sorella Francesca, si occupa di architettura, dal design d’interni  alla progettazione architettonica, fino alla realizzazione di  infrastrutture e di impianti industriali.</p>
<p><strong>Cosa rappresenta per te il vuoto in architettura?</strong><br />
Di uno  spazio architettonico colpiscono le forme che lo contraddistinguono e  la luce che lo disegna, piuttosto di quel che vi è contenuto, così  avrebbe risposto l&#8217;architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe (&#8220;less is  more&#8230;&#8221;). Il concetto di vuoto è l&#8217;elemento fondante della fase  progettuale; un’opera, infatti, andrà a occupare uno spazio libero in  origine. Il vuoto, però, può essere inteso anche come risultato finale:  non è possibile ideare un edificio senza immaginare l’insieme di spazi  vuoti che lo compone.</p>
<p><strong>Cosa provi passando sotto i ponti della A1 progettati da Calatrava a Reggio Emilia?</strong><br />
La sua  opera è degna di lode, però non posso prescindere da un’analisi  funzionalistica. Mi riserverò un giudizio definitivo quando sarà  completata la Stazione Mediopadana; senza questa, infatti, le altre  opere non hanno ragione di esistere, se non in virtù di un puro  esercizio stilistico.</p>
<p><strong>Perché gli architetti un tempo progettavano intere città e ora si dilettano con il “minimal” e l’architettura d&#8217;interni?</strong><br />
Non  esiste una distinzione netta tra progettisti: la committenza con cui  oggi ci confrontiamo pretende un&#8217;architettura disegnata nei minimi  dettagli, dagli spazi esterni fino agli arredi. Sempre più spesso siamo  chiamati a progettare “dal cucchiaio alla città”, come affermava Walter  Gropius.</p>
<p><strong>La bio-architettura si sta affermando anche in Italia?</strong><br />
L’architettura  non può prescindere dall’ambiente in cui si inserisce. Gli edifici che  realizziamo oggi sono all’avanguardia rispetto a quelli costruiti cinque  o dieci anni anni fa. Il problema principale riguarda il consumo  d’energia primaria, lo smaltimento e la riconversione di quanto già  costruito. Quando la progettazione terrà conto anche di questi aspetti  si potrà affermare che il passo in avanti è stato compiuto.</p>
<p><strong>Architetti italiani: chi ammiri oggi e chi è un maestro del passato?</strong><br />
Un  contemporaneo con cui avverto una forte affinità è Matteo Thun,  vincitore per tre volte del &#8220;Compasso d&#8217;Oro&#8221;, attento allo spazio e al  disegno progettuale, al dettaglio e agli effetti luminosi dei volumi.  Credo che la Cupola di Santa Maria del Fiore del Brunelleschi sia un  esercizio formidabile di leggerezza e arguzia ingegneristica.</p>
<p><strong>Si intravedono segnali di ripresa in questo settore?</strong><br />
Diciamo  che una pausa di riflessione era forse necessaria, a far emergere chi è  in possesso di talento: un&#8217;architettura di qualità ha più chances di  superare momenti di sofferenza.</p>
<p><strong>I centri commerciali in Italia svolgono la funzione che un tempo spettava alle piazze?</strong><br />
Nulla è  lontano dall’aggregazione quanto gli spazi dei centri commerciali. Il  modello del “Mall”commerciale è stato inventato negli U.S.A. per  supplire alle carenze strutturali delle loro città. In Italia invece è  necessaria una riqualificazione e rivitalizzazione dei centri storici,  pensati come &#8220;condensatori di socialità&#8221;, e non solo come luoghi  destinati allo shopping.</p>
<p><strong>In quale città ti piacerebbe vivere?</strong><br />
Ho una  grande passione per Londra, non solo dal punto di vista urbanistico.  Quando posso scappo in questa città per rigenerarmi mentalmente.  Viaggiare fa parte di un processo di completamento formativo, qualsiasi  destinazione è buona: Parigi, New York, Los Angeles, New Delhi,  Brasilia, una passeggiata nel Foro Romano o un&#8217;incursione in un  mercatino provenzale…</p>
<p><strong>Come riutilizzare i casermoni abbandonati a causa della crisi industriale?</strong><br />
L’architettura  non può prescidere dall’ambiente in cui si inserisce. Gli edifici che  realizziamo oggi sono all’avanguardia rispetto a quelli costruiti cinque  o dieci anni anni fa. Il problema principale riguarda il consumo  d’energia primaria, ma anche lo smaltimento e la riconversione di quanto  già costruito. Quando la progettazione terrà conto anche di questi  aspetti, cosa che nella nostra piccola sfera di influenza ci preme  promuovere, si potrà affermare che il passo in avanti è stato compiuto.</p>
<p><strong>Una chiesa moderna che ti affascina?</strong><br />
Notre-Dame  du Haut a Ronchamp, presso Belfort (Francia), realizzata secondo i  canoni dell&#8217;architettura razionalista da Le Corbusier nel 1955.</p>
<p><strong>Il progetto di cui sei maggiormente soddisfatto?</strong><br />
Beh…  fortunatamente di solito l’ultimo che realizzo. Di recente ho affrontato  la sfida forse più difficile per qualsiasi progettista: ristrutturare  l&#8217;abitazione in cui vivo con mia moglie. Il risultato però ci ripaga a  pieno degli sforzi fatti! Inoltre lo Studio ha portato a termine, di  recente, la ristrutturazione di un edificio vittoriano a Londra e la  realizzazione di un centro wellness di nuova concezione a Reggio.  Inoltre stiamo progettando un grande centro termale/alberghiero e con un  architetto di Los Angeles stiamo lavorando a un intervento residenziale  all’avanguardia. Qualsiasi sfida ci stimola, anche la più ardua!</p>
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		<title>Sport: questione di anima e spettacolo</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/01/28/sport-questione-di-anima-e-spettacolo/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 09:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alessandro dalla salda]]></category>
		<category><![CDATA[pallavcanestro reggiana]]></category>
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		<description><![CDATA[di Caterina TononAlessandro Dalla Salda, Amministratore delegato della Pallacanestro Reggiana ci racconta il segreto di un “amore” che dura da tredici anni. Per guidare con successo una società sportiva il talento manageriale non basta. Ci vogliono coraggio, emozione e soprattutto cultura dello sport. Sono questi i valori che contraddistinguono l’operato di Alessandro Dalla Salda, amministratore delegato della Pallacanestro Reggiana che nei suoi tredici anni di servizio ha saputo meritare la fiducia e la stima dei soci, degli addetti ai lavori e dei tifosi della Trenkwalder. Oltre che un abile dirigente, infatti, Alessandro è prima di tutto uno sportivo: &#8220;Adoro lo sport e ho il privilegio di essere riuscito a trasformare la mia passione più grande in una professione&#8221;. Come si è avvicinato al mondo del basket? Ho respirato sport fin da bambino. A casa mia c’erano pochissimi giocattoli, ma non mancavano palloni, canestri, tavoli da ping pong e racchette da tennis. Giocavo a calcio ma un infortunio mi ha costretto a fermarmi, così mi sono concentrato sugli studi. Ho frequentato scienze politiche e mi sono laureato con una tesi sui rapporti di lavoro nel mondo dello sport. Nel frattempo, dal 1991 al ’97 ho lavorato come giornalista sportivo per la [...]]]></description>
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<div id="attachment_3150" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-3150" title="7_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/01/7_opt-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Dalla Salda insieme al patron della Pallacanestro Reggiana Stefano Landi</p></div>
<p>di Caterina Tonon</strong><em>Alessandro Dalla Salda, Amministratore delegato della Pallacanestro Reggiana ci racconta il segreto di un “amore” che dura da tredici anni.</em></p>
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<p>Per guidare con successo una società sportiva il talento manageriale non basta. Ci vogliono coraggio, emozione e soprattutto cultura dello sport. Sono questi i valori che contraddistinguono l’operato di Alessandro Dalla Salda, amministratore delegato della Pallacanestro Reggiana che nei suoi tredici anni di servizio ha saputo meritare la fiducia e la stima dei soci, degli addetti ai lavori e dei tifosi della Trenkwalder. Oltre che un abile dirigente, infatti, Alessandro è prima di tutto uno sportivo: &#8220;Adoro lo sport e ho il privilegio di essere riuscito a trasformare la mia passione più grande in una professione&#8221;.</p>
<p><strong>Come si è avvicinato al mondo del basket?</strong></p>
<p>Ho respirato sport fin da bambino. A casa mia c’erano pochissimi giocattoli, ma non mancavano palloni, canestri, tavoli da ping pong e racchette da tennis. Giocavo a calcio ma un infortunio mi ha costretto a fermarmi, così mi sono concentrato sugli studi. Ho frequentato scienze politiche e mi sono laureato con una tesi sui rapporti di lavoro nel mondo dello sport. Nel frattempo, dal 1991 al ’97 ho lavorato come giornalista sportivo per la Gazzetta e per altre testate nazionali. Questo lavoro mi ha consentito di avere un’ulteriore apertura e di intessere molte relazioni. Nel 1995 la Pallacanestro Reggiana è passata nelle mani dei privati. Due anni dopo, grazie ai consiglieri Licia Ferrarini e Chiarino Cimurri, e a Piero Montecchi, che giocava nella squadra, ho ottenuto un colloquio con il presidente di allora, Elio Monducci, che necessitava di un dirigente giovane che lo supportasse. Nell’agosto di quell’anno sono diventato responsabile dell’ufficio stampa e delle relazioni pubbliche della società. Nel 2002 sono stato nominato direttore generale e dal 2006 sono amministratore delegato. Dopo tutti questi anni, lo sport continua a darmi grandissime emozioni. È merito dei valori che trasmette: lo spirito di gruppo, la disciplina, tutto quello che va sotto il nome di sportività.</p>
<p><strong>In cosa consiste il suo lavoro?</strong></p>
<p>La Pallacanestro Reggiana va considerata un’azienda atipica: una società relativamente piccola, con una trentina di dipendenti tra prima squadra, squadra giovanile, staff tecnico e staff societario, che fattura appena tre milioni e mezzo di euro ma riesce a muovere interessi e a sviluppare dinamiche di comunicazione e di emozione che coinvolgono un’intera città.</p>
<p>La Legge ’91, che ha imposto alle società di considerare i propri collaboratori come dipendenti subordinati, purtroppo ha creato dei “piccoli mostri”: aziende costantemente in perdita che, senza la disponibilità finanziaria e la passione di grandi imprenditori, non potrebbero sopravvivere. Il mio lavoro consiste nel ricercare un equilibrio tra centri di costo e fonti di ricavo, senza perdere di vista i risultati della squadra, che restano prioritari. Molte società considerano gli investimenti come un costo. Noi facciamo l’opposto, e questa scelta sta dando i suoi frutti. In questo senso mi ha trasmesso molto l’esperienza fatta accanto a grandi imprenditori.</p>
<p><strong>Qual è il punto di forza della sua esperienza di manager sportivo?</strong></p>
<p>Ritengo che per fare bene il proprio lavoro, soprattutto ad alti livelli di responsabilità, sia indispensabile essere preparati e saper concentrarsi sui propri compiti. A lungo andare, per qualcuno potrebbe diventare limitativo. Io invece continuo a sentirmi a mio agio nel fare il mio lavoro e anzi ritengo necessario concentrarmi quasi esclusivamente su quello, per farlo ad alti livelli.</p>
<p><strong>Cosa significa lavorare costantemente sotto gli occhi dell&#8217; opinione pubblica?</strong></p>
<p>La vera opinione pubblica per noi sono i media, i tifosi e i 106 sponsor che ci sostengono. Siamo chiamati a produrre uno spettacolo che soddisfi tutte queste persone. Considerando che nello sport ci sono variabili imperscrutabili, è importante rimanere lucidi e conservare la giusta distanza anche quando le cose non vanno, prendendo le opportune decisioni senza farsi condizionare troppo. In quest’ambito così anomalo, ogni giorno è diverso dal precedente e in qualsiasi momento si rischia di cedere alla pressione. È fondamentale saper coniugare l’emotività con le reali esigenze della società e le richieste della proprietà.</p>
<p><strong>Qual è l’elemento vincente e quali sono i limiti della Pallacanestro Reggiana?</strong></p>
<p>Penso che il nostro talento sia quello che ci viene riconosciuto all’esterno: dicono che la nostra società, all’interno del mondo del basket, sia una delle meglio organizzate d’Europa. Bisogna ricercare la serietà e la solidità aziendale per ottenere dei risultati. Noi abbiamo adottato questo regime da molti anni.</p>
<p>Il punto di debolezza, invece, deriva sicuramente dal fatto di essere in LegA2, una categoria stretta per la struttura, la storia e la tradizione del club. Soprattutto la retrocessione del 2007, avvenuta nel momento di massimo splendore della società in seguito al caso Lorberk, in cui siamo stati sacrificati sull’altare di una frode sportiva consumata, ha soffocato la nostra crescita. Inoltre, ha pesato e pesa la mancanza di un impianto sportivo idoneo. Senza un palasport adeguato, come quello che avevamo progettato e che ci siamo visti negare nel 2005, non saremo mai una squadra di altissimo livello.</p>
<p><strong>Quali sono gli obiettivi attuali?</strong></p>
<p>Prima di tutto, mi auguro che i ragazzi della squadra recuperino condizioni fisiche ottimali, per poter arrivare ai playoff, che sono il momento più emozionante del campionato. Oggi il massimo a cui possiamo ambire è mantenerci tra i professionisti e riportare in Serie A la Trenkwalder, riuscendo a consolidare una capacità tecnica e una stabilità che ancora non possediamo del tutto.</p>
<p><strong>E gli obiettivi personali?</strong></p>
<p>Ho appena firmato un contratto di altri tre anni. Nel contingente &#8211; e l&#8217;ingaggio di un allenatore come Fabrizio Frates ne vuole essere la dimostrazione -, mi propongo di dare stabilità all’area tecnica e sportiva e, entro la fine del mandato, di riportare la Pallacanestro Reggiana in Serie A. Senza perdere di vista l’obiettivo prioritario di mantenere la società in salute.</p>
<p><strong>Qual è stata l’emozione più grande che ha provato in questi anni?</strong></p>
<p>Facendo questo lavoro mi emoziono sempre. I momenti più significativi sono stati sicuramente le grandi vittorie, ma l’emozione più intensa me l’ha data la vittoria del primo campionato under 20, nel 2003. Venivamo da una pessima stagione e proprio dalla squadra giovanile abbiamo ricevuto la gioia più grande. Quel successo ci ha dato l’energia per ripartire. È proprio questo il bello dello sport: anche dopo una grossa delusione può arrivare una soddisfazione in grado di risollevarti. Quello che conta è non fermarsi mai</p>
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		<title>Il Parma  e la leonessa</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 07:51:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Alessandro Iori Imprenditore bresciano, Tommaso Ghirardi è il Presidente del Parma calcio. Diviso tra imprenditoria e sport dice che &#8220;il calcio è un’azienda atipica: troppe variabili, economiche ed emotive, difficili da controllare&#8221;. Qui ne racconta pressioni, contraddizioni e passione&#8230;. Nuotare coi piranha è rischioso per chi non ha esperienza. Per sopravvivere servono intuito e coraggio, ma non è detto che bastino. L’ha scoperto, a costo di qualche morso doloroso sulla pelle, Tommaso Ghirardi. Imprenditore bresciano innamorato del calcio, entrato nel pallone col Carpenedolo prima del grande salto al Parma. Da quel febbraio 2007, momento dell’acquisizione del club dalle mani del commissario straordinario Parmalat Enrico Bondi, ha conosciuto in fretta pressioni e contraddizioni del calcio. “Ho cercato di impostare la gestione del Parma come se fosse un’azienda tradizionale &#8211; racconta &#8211; ma è un’idea quasi impossibile. Il calcio è un’azienda atipica: troppe variabili, economiche ed emotive, difficili da controllare. I rischi sono moltiplicati rispetto all’imprenditoria: l’investimento non dà la certezza del risultato”. Il motivo è semplice: non si spende per strutture o macchinari. L’investimento, nel calcio, è sinonimo di giocatori: risorse umane esposte alla pressione mediatica e all’incognita-infortuni.Il rischio vero di un club calcistico, però, si chiama risultato. Quasi sempre imprevedibile e [...]]]></description>
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<p><strong><a rel="attachment wp-att-3141" href="http://imprenditori.it/2011/01/15/il-parma-e-la-leonessa/ghirardi-tribuna_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3141" title="Ghirardi - Tribuna_opt" src="http://imprenditori.it/files/2011/01/Ghirardi-Tribuna_opt-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>di Alessandro Iori</strong></p>
<p>Imprenditore bresciano, Tommaso Ghirardi è il Presidente del Parma calcio. Diviso tra imprenditoria e sport dice che &#8220;il calcio è un’azienda atipica: troppe variabili, economiche ed emotive, difficili da controllare&#8221;. Qui ne racconta pressioni, contraddizioni e passione&#8230;. Nuotare coi piranha è rischioso per chi non ha esperienza. Per sopravvivere servono intuito e coraggio, ma non è detto che bastino. L’ha scoperto, a costo di qualche morso doloroso sulla pelle, Tommaso Ghirardi. Imprenditore bresciano innamorato del calcio, entrato nel pallone col Carpenedolo prima del grande salto al Parma. Da quel febbraio 2007, momento dell’acquisizione del club dalle mani del commissario straordinario Parmalat Enrico Bondi, ha conosciuto in fretta pressioni e contraddizioni del calcio. “Ho cercato di impostare la gestione del Parma come se fosse un’azienda tradizionale &#8211; racconta &#8211; ma è un’idea quasi impossibile. Il calcio è un’azienda atipica: troppe variabili, economiche ed emotive, difficili da controllare. I rischi sono moltiplicati rispetto all’imprenditoria: l’investimento non dà la certezza del risultato”. Il motivo è semplice: non si spende per strutture o macchinari. L’investimento, nel calcio, è sinonimo di giocatori: risorse umane esposte alla pressione mediatica e all’incognita-infortuni.Il rischio vero di un club calcistico, però, si chiama risultato. Quasi sempre imprevedibile e per questo causa d’ansia: solo sportiva per i tifosi, anche economica per i dirigenti. Oggi, nel campionato italiano, la retrocessione è spesso sinonimo di fallimento. La forbice tra serie A e serie B, in termini di entrate e visibilità, è troppo ampia: la discesa in B costa tra i 20 e i 40 milioni di euro. Una mazzata difficile da assorbire”. Il Parma ce l’ha fatta: a maggio 2008, dopo 18 stagioni consecutive in A, ha assaggiato l’amarezza della retrocessione. “Economicamente è stato un colpo tremendo, ma dal punto di vista sportivo &#8211; confessa &#8211; ha avuto qualche risvolto positivo. Ci ha permesso di fare pulizia nello spogliatoio e di togliere quella patina di nobiltà ereditata dalla gestione Tanzi”. Non facile da accettare per chi era stato abituato a dominare in Italia (3 Coppe Italia) e in Europa (1 Coppa Coppe, 2 Uefa, 1 Supercoppa Europea). Ma proprio dalle ceneri dell’era Parmalat, lussuosa e illusoria, è nato un Parma nuovo. “Merito del commissario Bondi: mi ha consegnato un club quasi pulito, libero dai condizionamenti del passato”. Impatto non semplice: il Parma, dopo la grandeur “tanziana”, passava nelle mani di un (allora) sconosciuto bresciano. “Sono stato accolto con sospetto: inevitabile, il calcio è pieno di personaggi discutibili. Ma sono bastati i primi risultati per convincere la gente di Parma”. Una salvezza quasi impossibile con Ranieri in panchina e Giuseppe Rossi in campo, prima della retrocessione bruciante del 2008. “I tifosi, al di là della delusione, non ci hanno attaccato. Avevano capito che gli sforzi della società non erano mancati”. L’immediata promozione in A ha riportato serenità, anche nei conti. Per evitare gli errori del passato, Ghirardi si è affidato a Pietro Leonardi. “Un raro esempio di manager che abbina la competenza calcistica al know-how finanziario”. Una guida sicura tra i piranha del calcio. Per restare a galla, il Parma non ha alternative. “L’investimento sul settore giovanile è una strategia obbligata: l’obiettivo è crescere ragazzi in grado di aiutare la prima squadra”. Anche perché il divario rispetto ai grandi club resta enorme, nonostante la cessione collettiva dei diritti tv. “I primi 4 club (Inter, Milan, Roma e Juventus) incassano il doppio di tutti gli altri messi assieme, solo il Napoli si avvicina per potenzialità economiche, grazie a un bacino d’utenza enorme. Per le altre, sognare lo scudetto è diventato impossibile”. Restano l’intuito e il coraggio per provare a vincere, nel calcio come negli affari. “La Leonessa (l’azienda di famiglia, nda) è leader mondiale nella produzione di cuscinetti. Nonostante la crisi, abbiamo continuato a investire e crescere, con 100 nuovi dipendenti: vogliamo essere un esempio positivo”. Parma e Leonessa, unite da ambizioni di ampio respiro: “A 35 anni &#8211; conclude Ghirardi &#8211; è doveroso credere nei progetti a lunga scadenza”.</p>
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