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	<title>ImprenditoriInterviste | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>Quelli che non aspettano altro che Lui&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 09:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[intervista a Babbo Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Natale 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Come potrete immaginare, non è stato per niente facile raggiungere Babbo Natale in questi giorni: il suo capannone è un brulicare di luci e frenesia, ma non è un quadretto esattamente idilliaco&#8230; Fatto sta che abbiamo pensato che, due chiacchiere con l&#8217;imprenditore a capo del business più longevo e florido della storia dell&#8217;umanità, fossero un bel modo per fare gli auguri ai nostri amici e lettori. di Daniele Paletta &#8220;Mi dica. Non ho molto tempo. Cosa vuole sapere?&#8221; Ehm. Beh, buonasera, signor Babbo Natale. Mi lasci dire che è un’emozione riuscire a parlare con Lei… Sì, sì, certo, lo è sempre. Mi faccia le sue domande, ho molto da fare. Sì, mi scusi. Innanzitutto, come la posso chiamare? Babbo? No. Signor Natale? Nemmeno. Mi scusi se glielo faccio notare, Babbo Natale, ma mi aspettavo che lei fosse più cortese. Più bonario, più gentile, insomma. Un po’ più simile a come la disegnano nei libri per bambini, ecco. (si ferma) Sì, in effetti ha ragione. Mi deve scusare, ma come potrà immaginare, sono giorni un po’ pieni. Cerchi di capire: manca la biada per le renne, ho appena convinto il sindacato dei folletti a revocare uno sciopero, un orsetto è caduto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em>Come potrete immaginare, non è stato per niente facile raggiungere  Babbo Natale in questi giorni: il suo capannone è un brulicare di luci e  frenesia, ma non è un quadretto esattamente idilliaco&#8230; Fatto sta che  abbiamo pensato che, due chiacchiere con l&#8217;imprenditore a capo del  business più longevo e florido della storia dell&#8217;umanità, fossero un bel  modo per fare gli auguri ai nostri amici e lettori. </em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>di Daniele Paletta</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-4343" title="a_Santa_brownies_1462_0-a" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/12/a_Santa_brownies_1462_0-a.jpg" alt="" width="560" /></em></p>
<p>&#8220;Mi dica. Non ho molto tempo. Cosa vuole sapere?&#8221;<br />
<strong>Ehm. Beh, buonasera, signor Babbo Natale. Mi lasci dire che è un’emozione riuscire a parlare con Lei…</strong><br />
Sì, sì, certo, lo è sempre. Mi faccia le sue domande, ho molto da fare.<br />
<strong>Sì, mi scusi. Innanzitutto, come la posso chiamare? Babbo?</strong><br />
No.<br />
<strong>Signor Natale?</strong><br />
Nemmeno.</p>
<p><strong>Mi scusi se glielo faccio notare, Babbo Natale, ma mi aspettavo che lei fosse più cortese. Più bonario, più gentile, insomma. Un po’ più simile a come la disegnano nei libri per bambini, ecco.</strong><br />
(<em>si ferma</em>) Sì, in effetti ha ragione. Mi deve scusare, ma come potrà immaginare, sono giorni un po’ pieni. Cerchi di capire: manca la biada per le renne, ho appena convinto il sindacato dei folletti a revocare uno sciopero, un orsetto è caduto tra gli ingranaggi del nastro trasportatore e ha fermato tutto il confezionamento dei pacchetti regalo… È, è…difficile, ecco.</p>
<p><strong>Se mi posso permettere, la sento un po’ stressato.</strong><br />
Non immagina quanto. Però (<em>pausa</em>) non saprei davvero rinunciare a tutto questo. Lei non ha idea di quanto mi annoi per undici mesi all’anno: riprendo a vivere solo quando arrivano le prime lettere, intorno alla metà di novembre. Qui a Rovaniemi passo mesi interi senza nemmeno vedere un po’ di luce. La mia vita quotidiana è anonima: qualche passeggiata nei boschi, una puntatina al bar (in incognito, ovviamente). Nulla di più. Ma quando arriva il Natale… ah, che meraviglia!</p>
<p><strong>Qual è il suo primo ricordo?</strong><br />
Era… Mh, vediamo: sì: era il quarto secolo avanti Cristo. Abbiamo iniziato in pochi: portavamo i regali ai bambini che, per il freddo, non potevano uscire di casa. La tradizione è piaciuta: di anno in anno, abbiamo iniziato a preparare sempre più pacchetti, e adesso…oh oh oh, sembra non si possa fare più a meno di me!</p>
<p><strong>E i vestiti che indossa?</strong><br />
Cosa vuole che Le dica. Quelli sono stati un’idea di un signore americano. Non so come, ma mi trovò, e mi disse: “Santa, che ne dici di vestirti solo di bianco e rosso?”<br />
Quale signore americano?<br />
Usi un po’ di fantasia, su. È quello di quella bibita famosa, con l’ingrediente segreto…<br />
Ah sì, ora ricordo.</p>
<p><strong>Le faccio un’ultima domanda, e poi la lascio tornare ai suoi regali.</strong><br />
Mi dica.<br />
<strong>Sarà banale, la avverto.</strong><br />
Non si preoccupi.<br />
<strong>Va bene. Il Natale è davvero il periodo più bello dell’anno?</strong><br />
Certo. Non ho dubbi. Almeno per me, non c’è niente di meglio. E sa perché? Io vivo per quei momenti in cui entro in casa e sento – la sento, davvero – tutta la trepidazione con cui i bambini aspettano di svegliarsi la mattina di Natale per trovare i regali sotto l’albero. Sinceramente: lei mi sa dire cosa ci sia di meglio dell’entrare in una casa dove qualcuno non aspetta altro che il tuo arrivo</p>
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		<title>Con licenza di valorizzare</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
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		<description><![CDATA[› di Caterina Tonon › foto di Massimo Dallaglio Non molti sanno che cosa sia un art dealer. Figura di collegamento tra il gallerista e il collezionista, questa professionalità autonoma e dalle molteplici competenze – non solo culturali, ma anche organizzative ed economiche – può diventare fondamentale non solo per la scoperta e l’affermazione di nuovi talenti creativi e l’individuazione di standard per il riconoscimento del valore di un’opera, ma anche per la ricerca e la valorizzazione di spazi espositivi inediti, che si trasformano in un investimento capace di offrire nuove aperture e arricchire l’intera collettività. Un caso esemplare è ciò che è accaduto a Reggio Emilia con la mostra No Conforme–T.I.S.A.(B), tenutasi nel mese di giugno nei locali dismessi dell’ex Anagrafe a Palazzo Frumenteria, nel cuore del centro storico: solo il primo di una lunga serie di appuntamenti non conformi. Ne abbiamo parlato con la curatrice dell’esposizione, Lia Bedogni, professione art dealer. Una mostra di street art sulle pareti di uno spazio civico non è cosa di tutti i giorni. Come ci è riuscita? Quando ho sottoposto al Comune di Reggio il mio progetto di far esporre lo street artist brasiliano Paulo Cesar Oliveira, meglio noto nei circuiti artistici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>› di Caterina Tonon<br />
› foto di Massimo Dallaglio</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-large wp-image-4250 aligncenter" title="Lia Bedogni 2 ok_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Lia-Bedogni-2-ok_opt-1024x681.jpg" alt="" width="559" height="371" /></p>
<p>Non molti sanno che cosa sia un art dealer. Figura di collegamento tra il gallerista e il collezionista, questa professionalità autonoma e dalle molteplici competenze – non solo culturali, ma anche organizzative ed economiche – può diventare fondamentale non solo per la scoperta e l’affermazione di nuovi talenti creativi e l’individuazione di standard per il riconoscimento del valore di un’opera, ma anche per la ricerca e la valorizzazione di spazi espositivi inediti, che si trasformano in un investimento capace di offrire nuove aperture e arricchire l’intera collettività. Un caso esemplare è ciò che è accaduto a Reggio Emilia con la mostra No Conforme–T.I.S.A.(B), tenutasi nel mese di giugno nei locali dismessi dell’ex Anagrafe a Palazzo Frumenteria, nel cuore del centro storico: solo il primo di una lunga serie di appuntamenti non conformi. Ne abbiamo parlato con la curatrice dell’esposizione, Lia Bedogni, professione art dealer.</p>
<p>Una mostra di street art sulle pareti di uno spazio civico non è cosa di tutti i giorni. Come ci è riuscita?<br />
Quando ho sottoposto al Comune di Reggio il mio progetto di far esporre lo street artist brasiliano Paulo Cesar Oliveira, meglio noto nei circuiti artistici come Auma, ho incontrato subito grande interesse e disponibilità. E la giusta lungimiranza per comprendere che la street art non consiste semplicemente nell’imbrattare i muri cittadini, ma – specialmente in Sudamerica – è una forma d’arte legata a una responsabilità civile attiva e vigile. Per esempio, nell’opera di Auma gli interventi pittorici diventano un dialogo aperto capace di trasformare lo spazio da luogo alienato e abbandonato a luogo riqualificato, in cui la comunità rivive e si riconosce. Di fronte a queste suggestioni, il Comune è stato estremamente ricettivo e ci ha concesso subito uno spazio molto interessante. L’evento, organizzato insieme al Collettivo Fx, è stato realizzato quasi a costo zero e ha avuto ottimi riscontri e grande affluenza di pubblico.</p>
<p>Come si diventa art dealer?<br />
Nel mio caso, alla formazione storico-artistica, grazie alla scuola per operatori dei beni culturali e agli studi di storia dell’arte, ho affiancato esperienze professionali di tipo operativo in importanti spazi pubblici del nostro territorio come la Fondazione Magnani Rocca a Parma e Palazzo Magnani a Reggio Emilia. Sono partita dal basso, dalla guardiania, e dopo un corso di didattica museale seguito da un tirocinio sul campo, ho avuto i primi contatti con mostre, autori importanti e musei esteri. Poi, per diversificare la mia professionalità, sono entrata nel mondo delle gallerie. Dal 2002 ho iniziato a lavorare in una galleria di Mantova che operava su scala nazionale e in pochi anni ne ho assunto la direzione artistica. Il direttore artistico in Italia è una figura che ufficialmente non esiste, una sorta di factotum dalle mille competenze: i suoi compiti vanno dai contatti con gli artisti all’allestimento delle mostre, fino all’ufficio stampa, la cura del catalogo, l’emissione delle fatture. Poi ci sono le fiere, la selezione degli artisti e lo scouting per capire su chi investire e quali progetti sviluppare. Purtroppo devo dire che le gallerie italiane sono una delusione. Gestite praticamente solo a livello familiare, non hanno figure professionali specifiche al loro interno e basano il proprio operato solo sul mercato. In Italia sulle gallerie non c’è una legislazione specifica, specie per quanto riguarda l’arte contemporanea. Per esempio, un’Iva più bassa garantirebbe maggiore legalità e professionismo, e uno slancio diverso a un collezionismo più giovane e meno elitario.</p>
<p>Oggi che si muove da libera professionista, quali sono i suoi progetti?<br />
Mi interessa ragionare sull’arte contemporanea applicata al sociale: è un campo praticamente inesplorato, in cui si può fare ancora moltissimo. Mi piacerebbe fare un esperimento: far vivere due persone nelle stesse condizioni economiche, con la sola differenza che una è circondata da opere d’arte e l’altra non riceve questi stimoli, e poi provare a constatare le differenze. L’arte non è affatto accessoria: serve per comunicare e per raccontare il mondo. È lo specchio dei nostri tempi e ogni artista nella sua opera ripropone la propria storia, la propria realtà. Questo è un discorso che raramente viene preso in considerazione, anche dagli addetti ai lavori.</p>
<p>Spesso però l’arte è considerata inaccessibile perché troppo costosa&#8230;<br />
Anche questo è un tabù da sfatare. Innanzitutto si possono organizzare eventi a costo zero. Un tempo, quando non esistevano le sponsorizzazioni, erano gli acquisti di opere che sostenevano le mostre. Ci sono artisti stranieri che hanno quotazioni accessibili e le cui creazioni possono diventare un investimento per chiunque abbia un buon art dealer in grado di consigliarlo. Uso di proposito la parola investimento: l’arte non subisce deprezzamenti e anche in tempi di crisi le opere continuano a essere battute al loro valore e possono diventare un bene-rifugio. Comprare un’opera di un giovane che muove i primi passi può essere più lungimirante che giocare in borsa e l’investimento comunque non sarà mai perduto. Per non parlare del capitale culturale e umano. È mia abitudine chiedere ai clienti prima di tutto se l’opera rientra nel loro gusto. Il mercato dell’arte ha prodotto tante truffe, giocando sull’ignoranza dei compratori. Nel momento in cui ci si mette in casa un oggetto che piace, che appaga lo sguardo, l’investimento economico acquista un valore aggiunto.</p>
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		<title>Non c’è uomo senza spine</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[› di Daniele Paletta › foto di Massimo Dallaglio “La forza del gruppo è di gran lunga superiore alla somma di quella dei singoli componenti”. Una massima da senso comune, questa, che ha dimostrato la sua fondatezza nei campi più disparati: dall’imprenditoria, agli sport di squadra, fino naturalmente alle relazioni interpersonali. La stessa filosofia è applicata dal Ceis al recupero dei tossicodipendenti. Ce lo racconta don Giuseppe Dossetti, che dal 1982 dirige l&#8217;attività reggiana del Centro Italiano di Solidarietà. «Il tossicodipendente non è un marziano, ma un uomo – spiega Dossetti &#8211; e in quanto tale ha il diritto e la possibilità di recuperare la dignità di una vita intesa come progetto, crescita, incontro con altri uomini». Secondo questo modello, il tossicodipendente non deve essere isolato, ma aiutato a stringere nuovamente i legami che, per colpa della droga, generalmente perde. “Il progetto – si legge nella relazione annuale di presentazione del Ceis – è legato alla convinzione che vede nella dipendenza da sostanze un sintomo dei mali esistenziali, sociali e psicologici, che necessitano di trattamento relativo a differenti sfere dell’esistenza”. Vale a dire: solo esplorare la storia di un individuo può aiutarlo a uscire dal pantano, e per fare questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-large wp-image-4220" title="Don Dossetti_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Don-Dossetti_opt-1024x681.jpg" alt="" width="498" height="331" />› di Daniele Paletta<br />
› foto di Massimo Dallaglio</strong></p>
<p>“La forza del gruppo è di gran lunga superiore alla somma di quella dei singoli componenti”. Una massima da senso comune, questa, che ha dimostrato la sua fondatezza nei campi più disparati: dall’imprenditoria, agli sport di squadra, fino naturalmente alle relazioni interpersonali. La stessa filosofia è applicata dal Ceis al recupero dei tossicodipendenti. Ce lo racconta don Giuseppe Dossetti, che dal 1982 dirige l&#8217;attività reggiana del Centro Italiano di Solidarietà. «Il tossicodipendente non è un marziano, ma un uomo – spiega Dossetti &#8211; e in quanto tale ha il diritto e la possibilità di recuperare la dignità di una vita intesa come progetto, crescita, incontro con altri uomini». Secondo questo modello, il tossicodipendente non deve essere isolato, ma aiutato a stringere nuovamente i legami che, per colpa della droga, generalmente perde. “Il progetto – si legge nella relazione annuale di presentazione del Ceis – è legato alla convinzione che vede nella dipendenza da sostanze un sintomo dei mali esistenziali, sociali e psicologici, che necessitano di trattamento relativo a differenti sfere dell’esistenza”. Vale a dire: solo esplorare la storia di un individuo può aiutarlo a uscire dal pantano, e per fare questo è necessario che, intorno a lui, ci siano altre persone pronte ad ascoltarlo e a sostenerlo.</p>
<p>«Fu don Mario Picchi, a Roma, il primo a vedere nella famiglia e nei gruppi una risorsa per il recupero dei tossicodipendenti – racconta Dossetti – Prima, esistevano solamente comunità che estraevano il ragazzo dal suo contesto e colpevolizzavano le famiglie».<br />
Gli oltre 40 centri Ceis in tutta Italia sembrerebbero dare ragione alla visione di don Picchi. Quello di Reggio, come detto, nasce nel 1982. «Il vescovo aveva scelto Franco Marchi per dirigerlo – continua Dossetti – Marchi era un ex prete poi tornato allo stato laicale, e aveva esperienze nel campo della pedagogia. Purtroppo si ammalò gravemente proprio mentre stava iniziando a predisporre il centro, e così il vescovo chiamò me a sostituirlo: &#8220;Sei libero di scegliere&#8221;, mi disse, &#8220;ma sappi che il tuo nome è l’ultimo della mia lista&#8221;. E così, accettai».<br />
Da quasi trent’anni Dossetti si occupa di tossicodipendenze, ma ammette di aver iniziato di malavoglia: «Ero riottoso all’idea, non avrei mai voluto farlo – racconta – Nella mia parrocchia, anni prima, avevo ospitato un tossico, e con lui avevo fatto tutti gli errori possibili. Ero convinto che sarebbe bastata la bontà per aiutarlo, e ovviamente non era così. Pensavo fossero tutte persone irrecuperabili, ero pieno di pregiudizi e di paure. Ma poi ho iniziato a credere che questa esperienza non fosse fuori dalla mia portata, e ora posso dire che sia andata bene».</p>
<p>Negli occhi di Dossetti c’è una particolare freddezza amorevole, come quella di chi è abituato ad avere situazioni terribili davanti agli occhi ma, nonostante questo, è profondamente convinto di quello che fa. E’ rapido, quasi clinico, nel raccontare le diverse fasi in cui si articola la permanenza dei tossicodipendenti nel centro. «Tutto inizia con un colloquio – spiega – In media, solo uno su dieci si presenta spontaneamente. Ogni mercoledì sera c’è un incontro aperto a tutti, dove si può partecipare anche solo per informarsi. Qui si iniziano ad aiutare anche le famiglie, che spesso si presentano molto disorientate e con un forte senso di colpa sulle spalle: per loro sono previsti gruppi di auto-aiuto e di decisione, ai quali partecipa chi è motivato a cambiare la propria situazione familiare compromessa dalla presenza della droga».<br />
Quando il tossico decide di intraprendere il percorso, inizia una fase di osservazione e diagnosi, in cui affronta anche l’astinenza dalle sostanze. «In seguito – continua Dossetti – si passa al periodo di accoglienza residenziale, che conduce a quello di comunità terapeutica». E’ questo il passaggio cruciale di tutto il percorso: qui si lavora sui propri problemi, e la persona è portata a conoscere le cause che lo hanno portato alla dipendenza, imparando a gestirle.</p>
<p>E’ un lavoro lungo, spesso doloroso, in cui il gruppo svolge un ruolo fondamentale: «Il concetto – spiega Dossetti – è quello dell’auto-mutuo-aiuto: il gruppo ti aiuta ad aiutarti, e ad esplorare quelle che noi chiamiamo le spine esistenziali della persona».<br />
Terminato il periodo di accoglienza, l’ultimo passaggio è quello del reinserimento, in cui ci si riaffaccia alla vita ordinaria e alle sue problematiche, comprese quelle del mondo del lavoro. Anche in questo caso, il gruppo torna a giocare una parte importante: «Quest’ultima fase può essere difficile, o fare paura – spiega Dossetti – Ecco perché abbiamo creato anche il Gruppo dipendenti anonimi, che offre sostegno alle persone arrivate alla fine del loro percorso».</p>
<p>Dalla loro posizione di osservatori in prima linea, al Ceis si sono resi conto ben presto di come sia cambiato il profilo del tossicodipendente negli ultimi anni. Il consumo di cocaina, in particolare, è aumentato a dismisura, e spesso non sembra nemmeno stigmatizzato più di tanto. «Il ventenne che si fa di coca lo fa più per la voglia di superare tutti i limiti – spiega Dossetti – mentre per il 35enne c’è anche la dimensione della competizione, collegata alla voglia di migliorare le proprie prestazioni in tutti i campi. Ma la cocaina è una droga subdola, ha un periodo di latenza molto lungo. All’inizio fa funzionare davvero meglio chi la assume, ma poi presenta tutti i conti, sia dal punto di vista finanziario che relazionale: si diventa incapaci di controllare l’emotività, ci sono danni psichici».</p>
<p>Sono tante le testimonianze, che raccontano la stessa inesorabile e drammatica parabola discendente, che si possono leggere direttamente sul portale Drogaonline.it, un sito di consulenza gestito dal Ceis a cui si rivolgono circa 2000 persone l’anno, in cerca di aiuto. La cocaina è diventata un allarme sociale, ma per Dossetti il punto è un altro: «La sostanza di per sé non è il problema – spiega – Se vengo ricoverato in ospedale, potrebbero somministrarmi della morfina, senza che per questo io diventi un tossico. Il vero problema è il significato che il consumatore dà alla sostanza, sia questa hashish, o eroina, o alcol. E inoltre, non bisogna dimenticare che la dimensione del gruppo è centrale anche nello sviluppo della dipendenza».</p>
<p>All’interno del Ceis, però, i gruppi hanno ben altro scopo: «In tutta la struttura c’è una rete di relazioni molto forte – conclude Dossetti – Ecco perché molto del nostro lavoro si appoggia al volontariato: in tanti vogliono dare il proprio contributo a un progetto di cui si sentono parte». Gli ambiti d’azione, però, non riguardano più solo il trattamento delle tossicodipendenze: il Centro di Solidarietà ha programmi per l’aiuto agli immigrati e a donne in difficoltà, una scuola di italiano per stranieri e servizi di orientamento professionale. Tutto gestito con la stessa filosofia, elementare ma efficace: «da soli, si perde».<br />
gruppo#5</p>
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		<title>No, non si fa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lucia Rizzi]]></category>
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		<description><![CDATA[› di Daniele Paletta Si nasce, e subito ci si trova all’interno di una famiglia, un gruppo sociale le cui intricate dinamiche di relazione finiranno per ripercuotersi su gran parte della vita adulta di una persona. Di famiglie, Lucia Rizzi ne ha viste tante: dapprima nei suoi oltre trent’anni di esperienza come insegnante e poi, da sette stagioni, nel ruolo di tata Lucia nel programma di culto Sos Tata. In ogni puntata, queste bambinaie moderne (dal look volutamente retrò) raddrizzano dinamiche familiari che si sono ingarbugliate oltre misura: la loro dolce fermezza, e la capacità di stabilire regole precise da seguire, riescono a piegare anche le resistenze dei bambini più capricciosi, e a sottolineare le disattenzioni dei genitori più stanchi. Il loro arrivo fa sembrare tutto facile. Ovviamente, però, non è cosi: «Noi stiamo con le famiglie per una settimana soltanto, e gestiamo indirettamente la relazione tra genitore e figlio – racconta la Rizzi – Una vera terapia comportamentale richiederebbe più tempo: noi possiamo solamente cercare di mettere dei punti fermi, sui quali poi la famiglia dovrà lavorare. I genitori non devono mollare. I piccoli hanno l’arma del capriccio: se si cede, è finita». Raggiungiamo tata Lucia mentre è impegnata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4217" title="TDD_1485_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/TDD_1485_opt-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />› di Daniele Paletta</strong></p>
<p>Si nasce, e subito ci si trova all’interno di una famiglia, un gruppo sociale le cui intricate dinamiche di relazione finiranno per ripercuotersi su gran parte della vita adulta di una persona. Di famiglie, Lucia Rizzi ne ha viste tante: dapprima nei suoi oltre trent’anni di esperienza come insegnante e poi, da sette stagioni, nel ruolo di tata Lucia nel programma di culto Sos Tata. In ogni puntata, queste bambinaie moderne (dal look volutamente retrò) raddrizzano dinamiche familiari che si sono ingarbugliate oltre misura: la loro dolce fermezza, e la capacità di stabilire regole precise da seguire, riescono a piegare anche le resistenze dei bambini più capricciosi, e a sottolineare le disattenzioni dei genitori più stanchi. Il loro arrivo fa sembrare tutto facile. Ovviamente, però, non è cosi: «Noi stiamo con le famiglie per una settimana soltanto, e gestiamo indirettamente la relazione tra genitore e figlio – racconta la Rizzi – Una vera terapia comportamentale richiederebbe più tempo: noi possiamo solamente cercare di mettere dei punti fermi, sui quali poi la famiglia dovrà lavorare. I genitori non devono mollare. I piccoli hanno l’arma del capriccio: se si cede, è finita».</p>
<p>Raggiungiamo tata Lucia mentre è impegnata nella registrazione di una puntata della nuova serie del programma, in onda dal 25 novembre su Foxlife. «La settimana nelle case delle persone è sempre molto intensa – ammette – ma ogni volta ci si emoziona. Anche se il mio compito è di essere obiettiva, e di lasciare ai genitori l’esclusiva educativa, ricordo con affetto molte famiglie. Una su tutte, quella che abbiamo mostrato nella scorsa edizione: avevano già nove figli, e ora è nato il decimo. Come può non rimanere nel cuore un’esperienza del genere?».<br />
Quella della Rizzi è l’unica presenza costante da quando l’edizione italiana di Sos Tata ha preso il via, nel 2005. I suoi modi affettuosi ma fermi, al punto da risultare quasi spietati (soprattutto nel far notare ai genitori i propri errori), l’hanno trasformata in un personaggio molto conosciuto. Eppure, quando glielo si fa notare, quasi si irrigidisce. «Certo, capita che ci siano anche ragazzi giovani che mi riconoscono in metropolitana, ma io non sono assolutamente un personaggio televisivo – ribatte – Tutto quello che faccio è molto spontaneo. Per contratto io sono assolutamente libera di dire ciò che ritengo più opportuno, non ho veti». Del resto, nelle poche esperienze televisive fatte al di fuori di Sos Tata, la Rizzi appariva quasi a disagio. «In certi programmi, troppo affollati, si fa fatica ad esprimersi – spiega – Io sono un’autodidatta, non ho mai preso una laurea. La mia professione l’ho costruita da me: ecco perché le sovrastrutture e le prese di posizione rigide mi risultano ostiche. In certi contesti si dà la precedenza alla teoria e non alla pratica, che è poi quella con cui io mi trovo quotidianamente a confrontarmi».<br />
Il passaggio alla tv è avvenuto all’improvviso: «Una mia ex-allieva lavorava in un ufficio casting – racconta – e quando ha saputo che stavano cercando persone per i ruoli delle tate, ha fatto il mio nome, ed eccomi qui».</p>
<p>La Rizzi è dunque arrivata sugli schermi quasi per caso, dopo aver accumulato un’esperienza di insegnamento di oltre trent’anni e un&#8217;importante specializzazione sui deficit d’attenzione, un tema che ha approfondito anche negli Usa, con un’esperienza di tre anni al Child Development Center di Irvine, in California. Spontaneo chiederle come abbia iniziato, e da cosa sia nata questa sua passione. «Fin da piccola sono sempre stata appassionata di persone – racconta – Mia mamma mi diceva sempre che ero una pettegola. L’insegnamento ti porta ad avere a che fare con i bambini (le persone più genuine che ci siano) e allo stesso tempo ti mette in contatto con le famiglie: ed è proprio a quel punto che ci si rende conto di quanto lavoro ci sia da fare».</p>
<p>In più di trent’anni, un nucleo sociale fondamentale come la famiglia è profondamente cambiato, e spesso non in meglio. Cosa è accaduto? «Trovo che nella nostra società ci sia una delega universale – spiega la Rizzi – I genitori delegano alla tv il compito di intrattenere i figli, alla scuola quello di educarli… tutto purché non ci si assumano responsabilità. Ma delegare a questo modo porta solamente a risultati disastrosi».<br />
Tutto il contrario di quello che fanno le tate che, quando arrivano nelle famiglie, sembrano armate soprattutto di tre cose: buonsenso, fermezza e voglia di stimolare i bambini. «Il comportamento parte sempre da un input e finisce con una reazione – spiega tata Lucia – Ecco perché noi proponiamo ai bambini delle attività estremamente pratiche: sia loro che i genitori devono imparare a prendere abitudini sane».</p>
<p>Sos Tata, a volte, sembra semplicemente rispolverare i buoni, vecchi consigli dei nostri nonni. Nonostante questo, però, il programma non è affatto arroccato su posizioni di difesa della famiglia tradizionale: durante le prime sei edizioni, non è stato raro vedere le tate alle prese con figli di coppie multietniche o con nuclei familiari allargati. Ma qual è l’opinione della Rizzi sull’adozione di bambini da parte dei single, o sulle cosiddette famiglie arcobaleno? «Credo che sia un’opera buona che un single adotti un bambino – afferma – anche se quella che andrà a formare non potrà essere chiamata famiglia: manca una figura, è necessario che ci siano due genitori, anche perché ogni sesso dà particolari comunicazioni al bambino. Ecco perché sono abbastanza contraria alle famiglie con genitori gay, nelle quali si va a caricare il bambino di un problema in più. Certo, è un problema che si può affrontare, ma non mi piace che questo debba ricadere sui più piccoli».</p>
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		<title>Jimmy Wales, o dell’intelligenza collettiva</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Anna Matino «Tutte le intelligenze parcellizzate e non connesse sono sprecate. Una società, un&#8217;economia, un&#8217;organizzazione distribuita può esplodere solo grazie a un sistema nervoso molto efficiente che colleghi le sue parti». Questo l&#8217;assunto da cui ha preso il via Organismi. Festival dell&#8217;intelligenza collettiva evento organizzato da Cna al Teatro Comunale di Bologna lo scorso 14 ottobre. Jimmy Wales, padre fondatore di Wikipedia, era tra gli ospiti illustri della kermesse. La libera enciclopedia web più famosa al mondo vive e cresce infatti grazie alla collaborazione della comunità virtuale, attraverso un sistema di modifica e pubblicazione aperto e gratuito. Occhio guizzante e disponibile, 45 anni appena compiuti, di cui dieci trascorsi alla guida di un impero, secondo Times nella top-ten delle persone più influenti al mondo: quali i segreti della sua affermazione in ambito planetario e in costante ascesa? E’ quello che il visionario Wales ha spiegato a una platea di giovani imprenditori, con cui ha voluto condividere la sua esperienza, conoscenza, competenza. Proprio ciò che fa Wikipedia, che lui stesso definisce «un aggregato sistematico di intelligenze individuali, le cui reazioni reciproche e la cui collaborazione producono effetti massivi a livello culturale, sociologico, politico e antropologico». «Wikipedia &#8211; ha tenuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><img class="size-large wp-image-4210 alignleft" title="DSC_5019_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/DSC_5019_opt-1024x681.jpg" alt="" width="500" height="333" />&gt; di Anna Matino</strong></p>
<p>«Tutte le intelligenze parcellizzate e non connesse sono sprecate. Una società, un&#8217;economia, un&#8217;organizzazione distribuita può esplodere solo grazie a un sistema nervoso molto efficiente che colleghi le sue parti». Questo l&#8217;assunto da cui ha preso il via Organismi. Festival dell&#8217;intelligenza collettiva evento organizzato da Cna al Teatro Comunale di Bologna lo scorso 14 ottobre. Jimmy Wales, padre fondatore di Wikipedia, era tra gli ospiti illustri della kermesse. La libera enciclopedia web più famosa al mondo vive e cresce infatti grazie alla collaborazione della comunità virtuale, attraverso un sistema di modifica e pubblicazione aperto e gratuito. Occhio guizzante e disponibile, 45 anni appena compiuti, di cui dieci trascorsi alla guida di un impero, secondo Times nella top-ten delle persone più influenti al mondo: quali i segreti della sua affermazione in ambito planetario e in costante ascesa? E’ quello che il visionario Wales ha spiegato a una platea di giovani imprenditori, con cui ha voluto condividere la sua esperienza, conoscenza, competenza. Proprio ciò che fa Wikipedia, che lui stesso definisce «un aggregato sistematico di intelligenze individuali, le cui reazioni reciproche e la cui collaborazione producono effetti massivi a livello culturale, sociologico, politico e antropologico». «Wikipedia &#8211; ha tenuto a sottolineare Wales &#8211; si basa su un’idea radicale, ovvero quella di immaginare un mondo in cui ogni singola persona sul pianeta abbia accesso alla summa della conoscenza umana». La fruizione e distribuzione gratuita della conoscenza e dell’informazione è la chiave di volta del freedom of speech che muove la macchina: i wikipediani possono incontrarsi virtualmente, entrare in relazione, scambiare nozioni liberamente, tutti uniti dallo stesso scopo: abbattere il muro dell&#8217;ignoranza (intesa nel senso etimologico del termine) e far sì che la conoscenza sia accessibile alla massa. «Chi contribuisce – ha precisato Wales &#8211; non solo aderisce al progetto umanitario di Wikipedia ma anche a questo magazzino di conoscenze che possono essere riutilizzate con effetti potentissimi». E la potenza di questo strumento è attuale e tangibile, anche nel nostro paese. L’accento di Wales si è spostato al recente sciopero di Wikipedia Italia, che ha preso posizione scendendo in campo contro il disegno di legge sulle intercettazioni &#8211; in discussione al Parlamento, poi modificato &#8211; che avrebbe minato la sua neutralità. «Sono molto soddisfatto &#8211; ha affermato Wales &#8211; perchè in qualche modo siamo stati ascoltati. E&#8217; essenziale che ci sia libertà di parola e condivisione». La forza della condivisione è galvanizzata da internet, strumento attraverso il quale, spiega Wales, «si può giungere alla democrazia vera, quella fatta di cittadini informati, che abbiano uno spazio aperto in cui discutere per capire quale sia il modo migliore per andare avanti. Questa la condizione necessaria per un cambiamento positivo e serio». «La rete &#8211; continua Wales &#8211; rompe gli argini spazio-temporali, spezza l’omertà e porta alla luce ciò che prima poteva passare sotto silenzio o veniva rimesso nelle sole mani degli addetti all’informazione». «Ma la rete &#8211; redarguisce Wales – è uno strumento tanto potente, quanto fragile, perciò va preservata continuando a vigilare». Wales ha anche interrogato il pubblico: «Chi ha mai consultato Wikipedia?». Mani alzate all’unanimità. «Chi ha mai apportato modifiche?». E anche questa volta la platea ha dato soddisfazione in larga maggioranza. «Per i giovani &#8211; ha commentato con orgoglio Wales &#8211; Wikipedia è la fonte principale d’informazione. E’ l’enciclopedia per eccellenza. Una grande responsabilità, che rende per noi un imperativo il miglioramento costante. L’ho capito quando una maestra mi ha riferito di aver chiesto ad un alunno cosa fosse un’enciclopedia e di essersi sentita rispondere: &#8220;Qualcosa di simile a Wikipedia&#8221;». Qual è la linfa vitale di Wikipedia? «Parlare di argomenti di interesse comune, che servano a creare qualcosa di utile per la comunità. Per il flusso di coscienza fine a se stesso o per sanare la voglia di interrelazione esistono i blog o Facebook. Wikipedia è altro. E’ mettere in stretta connessione le intelligenze e i diversi saperi, per costruire un futuro più virtuoso». Lavorare per realizzare qualcosa di utile alla comunità era anche il sogno di un bambino americano, di nome Jimmy. Lui, cresciuto ad Huntsville, una cittadina dell’Alabama dove la Nasa era di casa, non sognava di diventare un astronauta come i suoi coetanei. Jimmy mirava ad altro, è stato affamato e folle e oggi il suo sogno è diventato realtà. Si chiama Wikipedia.</p>
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		<title>Slow motion</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[› di Fulvio Chimento › foto di Matteo Mezzadri Quale dovrebbe essere la funzione dell&#8217;immagine all&#8217;interno della società? Le immagini che una società produce sono lo specchio del nostro modo di guardare, parte integrante del nostro modo di essere, di immaginare, di materializzare l’invisibile e di pensare al futuro e al passato con la stessa intensità. Le immagini fotografiche e digitali hanno oramai cambiato statuto: non più copie della realtà, ma oggetti consistenti, fatti materiali. Le immagini possono produrre altre immagini ma anche interpretazioni, immaginazioni, decisioni politiche. Immagini coscienziose e stimolanti porterebbero a un miglioramento reale nelle condizioni di vita degli individui? Non c&#8217;è certezza che la mente umana possa essere favorita da un&#8217;induzione diretta di immagini edificanti. E&#8217; vero che le immagini degradanti frustrano la nostra coscienza, ma questa non può certo dirsi pura. Lavorate insieme da undici anni. In quali occasioni avete raggiunto la maggiore fusione o compenetrazione artistica? Nei lunghi viaggi verso Berlino, Bruxelles, o di ritorno verso Bologna (tutte città con la B!). Per un lungo periodo il nostro think tank è stato un furgoncino con tre posti davanti e il vano carico dietro. Adesso stiamo imparando a lavorare anche a distanza (Anna Rispoli abita in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-4200" title="ZimmerFrei_ph Matteo M_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/ZimmerFrei_ph-Matteo-M_opt-1024x649.jpg" alt="" width="630" height="400" /><br />
<strong>› di Fulvio Chimento<br />
› foto di Matteo Mezzadri</strong></p>
<p>Quale dovrebbe essere la funzione dell&#8217;immagine all&#8217;interno della società?<br />
Le immagini che una società produce sono lo specchio del nostro modo di guardare, parte integrante del nostro modo di essere, di immaginare, di materializzare l’invisibile e di pensare al futuro e al passato con la stessa intensità. Le immagini fotografiche e digitali hanno oramai cambiato statuto: non più copie della realtà, ma oggetti consistenti, fatti materiali. Le immagini possono produrre altre immagini ma anche interpretazioni, immaginazioni, decisioni politiche.</p>
<p>Immagini coscienziose e stimolanti porterebbero a un miglioramento reale nelle condizioni di vita degli individui?<br />
Non c&#8217;è certezza che la mente umana possa essere favorita da un&#8217;induzione diretta di immagini edificanti. E&#8217; vero che le immagini degradanti frustrano la nostra coscienza, ma questa non può certo dirsi pura.</p>
<p>Lavorate insieme da undici anni. In quali occasioni avete raggiunto la maggiore fusione o compenetrazione artistica?<br />
Nei lunghi viaggi verso Berlino, Bruxelles, o di ritorno verso Bologna (tutte città con la B!). Per un lungo periodo il nostro think tank è stato un furgoncino con tre posti davanti e il vano carico dietro. Adesso stiamo imparando a lavorare anche a distanza (Anna Rispoli abita in Belgio, ndr), ma i momenti di maggiore intesa sono sempre improvvisi o coincidono con la fase operativa della produzione.</p>
<p>Siete in contatto con altri collettivi di artisti?<br />
Ci piace da sempre coinvolgere nel nostro lavoro altre persone: artisti, tecnici, musicisti, teorici. Da questo punto di vista siamo molto inclusivi, così come ci piace essere coinvolti in progetti di altri.</p>
<p>Nelle vostre opere spesso la figura umana in primo piano è un mezzo per dirigere l&#8217;attenzione sul paesaggio. In quale rapporto sono questi due elementi?<br />
Il paesaggio non esiste in sé, quello che esiste è il territorio. Andiamo spesso in cerca di ambienti particolari, facendo lunghi sopralluoghi. Durante questi appostamenti abbiamo capito che non siamo dei ritrattisti, ma dei paesaggisti. Le figure per noi hanno il potere di incorniciare una sezione di territorio e renderlo denso, emozionante. Al tempo stesso, però, abbiamo bisogno di testimoni, poiché la loro presenza ci permette di guardare ciò che vi è oltre: la linea che separa la città dall’oceano, il ponte che li unisce, le vestigia di un luna park, Dreamland al tramonto, i condomini che sono il ritratto di un intero mondo, la bandiera rossa conficcata sulla terra, il Novecento, il cielo, la luce (gli esempi si riferiscono a Tomorrow is the question, la serie di dodici foto scattata a Coney Island, Brooklyn, ndr).</p>
<p>La vostra mostra personale al MAMbo è stata intitolata Campo | largo. Si riferisce allo spazio o al cinema?<br />
Entrambi: il campo largo è la nostra inquadratura preferita, ma anche un vasto spazio con una visibilità così ampia da permettere di vedere la curvatura della terra all’orizzonte. Ci piacerebbe avere un grandangolo che ci ricordi sempre che siamo figure che si muovono su un pianeta, fatalmente attraversate e ancorate dalla gravità.</p>
<p>L&#8217;effetto slow motion in una metafora?<br />
Battito cardiaco decelerato, ritmo vitale distribuito in un arco molto più lungo di previsione, allargamento del senso tattile del presente, tempo che scorre sotto i piedi e dentro di noi. Il movimento rallentato del corpo agisce sul mondo, aumenta il peso specifico delle molecole che compongono la persona fisica, la curvatura del tempo si distende e la terra gira alla tua stessa velocità.</p>
<p>Cosa vi colpisce dei passanti casuali, spesso veri protagonisti inconsapevoli dei vostri lavori?<br />
Ci sono cose che vedi accadere e ti accorgi di non aver mai ritrovato in nessun film, in nessun libro. Stamattina (visione inquadrata dalla vetrata di un bar): un vecchio cammina sotto i portici, a un tratto si ferma, torna indietro di un passo e, come se arrotolasse il tempo, infila il bastone in un buco del pavè. Tasta, valuta, e il suo sguardo e la sua postura emettono il giudizio: sul camminare a piedi, sulla città, sull’amministrazione, sui tempi che corrono, ma anche sulla vita, presente e passata, su tutti noi, sull’imponderabile là fuori. Il cinema, in definitiva, non è altro che un modo di guardare la realtà.</p>
<p>Solitamente collaborate con musicisti della scena sperimentale italiana. Qualche consiglio per l&#8217;ascolto?<br />
Stefano Pilia, Luciano Maggiore, Dominique Vaccaro, Enrico Malatesta, Manuel Giannini, Giuseppe Ielasi, Renato Rinaldi, Andrea Belfi, Valerio Tricoli, Claudio Rocchetti, Francesco Cavaliere, Margaret Kammerer. Tutti musicisti stimati che vi consigliamo.<br />
Come spiegate l&#8217;enorme successo del genere noir, da voi omaggiato in Never Keep Souvenirs of a Murder (2000)?<br />
Un modo di guardare e interpretare il mondo, estetizzare le sue trame nere per esorcizzarle.</p>
<p>Come funziona tecnicamente il mercato legato alla video arte?<br />
I collezionisti di video sono pochi: spesso si tratta di grandi amanti dell&#8217;arte, che hanno raccolte esaustive su intere epoche e aspirano a diventare prestatori dei musei o a costituire una fondazione. Il diritto d’autore (la proprietà morale) rimane sempre dell’artista, il quale può mostrare il proprio film in contesti culturali e artistici, ma dichiarandone un numero finito di copie originali (che controsenso!). Il collezionista che lo acquista si assicura che l’opera non avrà una diffusione pubblica di massa e che non verrà ulteriormente sfruttata economicamente.</p>
<p>Il programma di Rai 3 Blob di Enrico Ghezzi può essere considerato una delle migliori invenzioni artistiche del &#8217;900?<br />
E’ una delle migliori espressioni della tv sulla televisione stessa. Ghezzi applica alla lettera i dettami della Società dello Spettacolo di Guy Debord. E’ inattaccabile perché è fatto di televisione, e non è censurabile perché la televisione non può negare sè stessa.</p>
<p>Verità e realtà coincidono?<br />
No. Ma possono sovrapporsi, casualmente. Ci appostiamo nella realtà e aspettiamo che si sovrapponga alla verità.</p>
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		<title>Mercato immobiliare: tutto il mondo è paese</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Francesca Camponero La Giacomazzi S.p.A. di Genova, specializzata nella gestione dei patrimoni immobiliari, opera sul territorio Nazionale fin dal 1985. Industria immobiliare a tutto tondo, con esclusione del settore delle costruzioni edili, pone specifica attenzione al controllo della &#8220;filiera&#8221; che va dall&#8217;analisi di mercato, alla &#8220;due diligence&#8221;, agli studi di fattibilità, alla gestione integrata dei processi di valorizzazione fino al finanziamento del prodotto e alla vendita immobiliare, con particolare riferimento ai patrimoni pubblici e privati. Un servizio fondato sulla qualità dei processi e confezionato su misura per le diverse esigenze del Committente. Amministratore delegato della società l’ing. Vittorio Piccardo, dal 1991 socio del Gruppo. Ingegnere, quali cambiamenti ci sono stati nel settore in questi ultimi anni? Se parliamo di  Liguria, e di Genova in particolare, non possiamo pensare che qualunque discorso sia adattabile in ambito nazionale. Genova  è una città ”vecchia”, vale a dire abitata da anziani, c’è poca euforia per mancanza di lavoro, si sposano in pochi e in pochi fanno figli. I neo laureati sono spesso costretti ad uscire dalle mura cittadine migrando laddove esiste ancora un’offerta di lavoro qualificata. A Milano, fino ad oggi  punto di riferimento importante per chi lavora nell’industria e nei servizi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4281" title="appartamenti_genova_7" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/appartamenti_genova_7.jpg" alt="" width="470" height="174" /></p>
<p><strong>&gt; di Francesca Camponero</strong></p>
<p>La Giacomazzi S.p.A. di Genova, specializzata nella gestione dei patrimoni immobiliari, opera sul territorio Nazionale fin dal 1985. Industria immobiliare a tutto tondo, con esclusione del settore delle costruzioni edili, pone specifica attenzione al controllo della &#8220;filiera&#8221; che va dall&#8217;analisi di mercato, alla &#8220;due diligence&#8221;, agli studi di fattibilità, alla gestione integrata dei processi di valorizzazione fino al finanziamento del prodotto e alla vendita immobiliare, con particolare riferimento ai patrimoni pubblici e privati. Un servizio fondato sulla qualità dei processi e confezionato su misura per le diverse esigenze del Committente. Amministratore delegato della società l’ing. Vittorio Piccardo, dal 1991 socio del Gruppo.</p>
<p>Ingegnere, quali cambiamenti ci sono stati nel settore in questi ultimi anni?<br />
Se parliamo di  Liguria, e di Genova in particolare, non possiamo pensare che qualunque discorso sia adattabile in ambito nazionale. Genova  è una città ”vecchia”, vale a dire abitata da anziani, c’è poca euforia per mancanza di lavoro, si sposano in pochi e in pochi fanno figli. I neo laureati sono spesso costretti ad uscire dalle mura cittadine migrando laddove esiste ancora un’offerta di lavoro qualificata. A Milano, fino ad oggi  punto di riferimento importante per chi lavora nell’industria e nei servizi, esiste una notevole “colonia genovese” che tende ad aumentare di numero e, salvo imprevedibili inversioni di tendenza, destinate a naturalizzarsi lontano da Genova.<br />
Tutto questo per dire che il patrimonio immobiliare genovese, soprattutto nelle zone tradizionalmente residenziali  di pregio con appartamenti di grande metrature per  nuclei familiari numerosi, ha scarso senso. Da qui il riadeguamento degli appartamenti. I proprietari di grossi immobili stanno trovando più  logico e fruttuoso frazionare le proprietà per vendere o affittare a nuclei familiari ridotti come richiede il mercato. Genova è una delle città dove i nuclei unipersonali sono più numerosi ed è necessario rispondere con un’offerta adeguata. Il mercato soffre della crisi economica generalizzata acuita dalla difficoltà di  erogazione dei mutui da parte del sistema creditizio. Una casa media costa intorno ai 250.000 euro e ad oggi non è facile per una giovane coppia, ma ancor meno per chi è solo e quindi conta su un solo stipendio, potersi imbarcare in un mutuo diciamo” senza fine”.</p>
<p>Qual è il destino dell’edilizia a Genova?<br />
Genova ha sempre investito nel mattone, ma ripeto che oggi è tutto difficile . Anche alloggi centrali di  ottima qualità a Corte Lambruschini hanno subito un ribasso del 20%. I quartieri che certamente tengono sono Albaro e Nervi, il Levante genovese insomma. Diciamo che il futuro è incerto  ed  il mercato “drogato”. Si dovrebbe puntare a valorizzare il patrimonio esistente anziché continuare a costruire il nuovo e magari periferico, ma il centro storico che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello della città è stato tutelato nella quantità e non nella qualità. Senza il miglioramento del tessuto sociale, che è possibile soltanto col miglioramento dei servizi, non può esserci altro che degrado nella zona. Nessun genovese accetterebbe più di andare a vivere in una zona dove mancano posteggi, spazi esterni vivibili e sicurezza , per questo la maggior parte del nostro centro storico è abitato in prevalenza da extracomunitari e da persone appartenenti a fasce sociali deboli. Bisogna trovare il coraggio di avviare un piano di risanamento serio e non demagogico, con diradamento degli edifici non significativi e l’apertura di spazi che consentano una normale accessibilità e normali condizioni di vita. L’unico parcheggio possibile in zona è quello del porto Antico. Ma, dica lei, chi  ha voglia di attraversare quella casbah per tornare a casa la sera? I giovani, finchè restano tali, forse, ma già quando cominciano ad avere moglie e carrozzino, meno. Certo, operazioni di questo tipo necessitano di notevoli risorse e quindi credo che al momento tutto questo non sia proponibile.</p>
<p>Come è l’economia in Liguria in questo momento?<br />
L’attività portuale dà segni di ripresa, ma anche le grandi aziende che assorbivano tante maestranze si sono fisiologicamente ridotte  sia per la globalizzazione che per carenze strutturali, logistiche e di infrastrutture. C’è bisogno di interventi grandi ed urgenti, ma anche qui la capacità delle risorse è esigua.</p>
<p>Cosa ne pensa dell&#8217;ultima versione della finanziaria?<br />
Mi pare che ci sia grande confusione tanto da sembrare una gara di dilettanti allo sbaraglio con provvedimenti che vengono quotidianamente ritirati e modificati. Dovremmo distinguere tra interventi per tamponare le emergenze e quelli più strutturati per fare ripartire l’economia. Per far affluire soldi nelle casse pubbliche bisogna basarsi ancora una volta sui redditi dei cittadini, il resto è fumo. Ma è anche vero che i sacrifici possono essere accettati se esiste una strategia chiara per dare un futuro, una prospettiva. Solo in questo senso assume significato lo sciopero programmato, che per altro aggiunge tensione e danno ad un economia che lotta per non perdere ulteriori posizioni.</p>
<p>Lei è ottimista sul destino dell’Italia?<br />
Difficile pensare con ottimismo in questo momento. Il Paese si deve assolutamente dare una struttura diversa, una diversa mentalità che superi la logica delle parti, se vuole avere credibilità. Il clima è avvelenato, la gente è stufa se è vero, come è vero, che il primo partito è rappresentato dai non votanti. Si avverte il bisogno di recuperare un dialogo più sereno ed oggettivo a prescindere dalle situazioni dei singoli. Auspichiamo una svolta decisa per un recupero di credibilità della classe politica senza proclamare, per una volta, né vinti né vincitori, dal momento che, a nostro avviso, vincitori non ce ne sono.</p>
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		<title>‘Cameriere? Prego, inventore’: la strana storia di Alessandro Guccini</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:58:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[People]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Guccini]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Rossella Regina Di incontri ai limiti del normale ne possono avvenire veramente diversi, anche all’ombra delle Due Torri! Ma quello di qualche sera fa, dietro ad un tagliere di ottimi insaccati locali, ha davvero dell’insolito e si chiama Alessandro Guccini. Cameriere, almeno di notte, per una nota gastronomia del pieno centro cittadino, Alessandro è a tutti gli effetti un inventore. Originario della provincia bolognese (Porretta Terme), matura il desiderio di rendersi utile all’umanità sin da bambino, quando smontando vari oggetti, si ingegnava ad elaborarne dei nuovi. Smonta e rimonta, gli anni passano ed arriva il primo brevetto, quello della ‘sveglia semovente’, ingegnosa trovata per costringere anche il più incallito dormiglione ad alzarsi dal letto nel tentativo di rinvenire la sveglia suonante e, per l’appunto, semovente. Incoronato, per l’invenzione in questione anche dai media, Alessandro continua a partorire idee che si concretizzano, tra le tante, nel Salvaparabrezza (una pellicola resistente alle intemperie che protegge, all’occorrenza, il parabrezza da gelo e ghiaccio e si ripone, comodamente, in un tubo), nella Flashion Light (una sorta di torcia piatta realizzata in metallo ed agganciabile ovunque) e nell’ultimissima del Sacchetto Salva H2O (un involucro di plastica che, inserito nello sciacquone, aiuta a ridurre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4274" title="sacchetto salva h2o" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/sacchetto-salva-h2o.jpg" alt="" width="466" height="349" /><strong>&gt; di Rossella Regina</strong></p>
<p>Di incontri ai limiti del normale ne possono avvenire veramente diversi, anche all’ombra delle Due Torri! Ma quello di qualche sera fa, dietro ad un tagliere di ottimi insaccati locali, ha davvero dell’insolito e si chiama Alessandro Guccini. Cameriere, almeno di notte, per una nota gastronomia del pieno centro cittadino, Alessandro è a tutti gli effetti un inventore. Originario della provincia bolognese (Porretta Terme), matura il desiderio di rendersi utile all’umanità sin da bambino, quando smontando vari oggetti, si ingegnava ad elaborarne dei nuovi. Smonta e rimonta, gli anni passano ed arriva il primo brevetto, quello della ‘sveglia semovente’, ingegnosa trovata per costringere anche il più incallito dormiglione ad alzarsi dal letto nel tentativo di rinvenire la sveglia suonante e, per l’appunto, semovente.</p>
<p>Incoronato, per l’invenzione in questione anche dai media, Alessandro continua a partorire idee che si concretizzano, tra le tante, nel Salvaparabrezza (una pellicola resistente alle intemperie che protegge, all’occorrenza, il parabrezza da gelo e ghiaccio e si ripone, comodamente, in un tubo), nella Flashion Light (una sorta di torcia piatta realizzata in metallo ed agganciabile ovunque) e nell’ultimissima del Sacchetto Salva H2O (un involucro di plastica che, inserito nello sciacquone, aiuta a ridurre lo spreco di acqua), distribuito sul mercato italiano da Kaleos bio.</p>
<p>Questa professione non si può inventare, ne&#8217;, tantomeno, vi sono scuole che la insegnano – afferma Alessandro alla consueta domanda sul perché abbia intrapreso la strada dell’inventore &#8211; È data da un mix di variabili, che non ti fanno vedere altra strada, professione o stile di vita. E aggiunge: Ciò che è più difficile, nel mio lavoro, è trovare aziende disposte a credere nelle mie invenzioni tanto quanto me, ma ci sto lavorando&#8230;</p>
<p>Poi ci anticipa che, proprio per finanziare le sue invenzioni, aprirà a breve un bar nei paraggi della stazione ferroviaria di Silla, frazione di Gaggio Montano. Si chiamerà Neutrino, il Bar più veloce della luce – commenta – e sarà aperto solo di mattina, per servire le colazioni – conclude.<br />
Un’idea sicuramente originale e che non coglierà impreparato il nostro inventore, viste le sue attuali esperienze nel settore ristorativo.</p>
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		<title>Gli occhiali dei Vip</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 10:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Antonietta Tummolo]]></category>
		<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
		<category><![CDATA[Le conseguenze dell'amore]]></category>
		<category><![CDATA[leggero]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Angela Pino La sua arte le incornicia gli occhi. Dinamica ma razionale, elegante ma sobria. Candidata al quarto premio GammaDonna e consigliere nazionale di Assomoda, Antonietta Tummolo è titolare e disegnatrice di Occhialeria Artigiana, in provincia di Potenza. Attraverso i suoi occhiali hanno scelto di vederci chiaro personaggi del calibro di Tim Burton, Toni Servillo e Sergio Rubini. Nel suo showroom l’imprenditrice ci racconta cosa c’è dietro, dato che «un prodotto senza storia non può essere venduto». Quali sono i punti di forza del suo lavoro? Il recupero della manualità artigiana, il numero dei pezzi (circa cinquemila paia di occhiali l’anno, ndr) e la destinazione del prodotto rendono la mia storia difficile e ambiziosa. Sulla parete del suo ufficio campeggia una scritta: &#8220;Qui come altrove, col tempo le idee diventano&#8230;&#8221; Cosa significa? Tutto quello che arriva sul mercato, dall’ideazione alla consegna, è realizzato qui dentro. A mano. La mia azienda vuole conservare la dimensione per cui si è resa interessante in un mercato di alto target e intende avvicinarsi non solo al consumatore che spende, ma a un consumatore di classe. Da quanto tempo opera nel settore? La mia impresa si è consolidata negli ultimi cinque anni, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Angela Pino</strong><br />
<a rel="attachment wp-att-4111" href="http://www.imprenditori.it/2011/11/05/gli-occhiali-dei-vip/le_conseguenze_dell_am_opt/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4111" title="Le_conseguenze_dell_am_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/10/Le_conseguenze_dell_am_opt-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><br />
La sua arte le incornicia gli occhi. Dinamica ma razionale, elegante ma sobria. Candidata al quarto premio GammaDonna e consigliere nazionale di Assomoda, Antonietta Tummolo è titolare e disegnatrice di Occhialeria Artigiana, in provincia di Potenza. Attraverso i suoi occhiali hanno scelto di vederci chiaro personaggi del calibro di Tim Burton, Toni Servillo e Sergio Rubini. Nel suo showroom l’imprenditrice ci racconta cosa c’è dietro, dato che «un prodotto senza storia non può essere venduto».<br />
<strong>Quali sono i punti di forza del suo lavoro?</strong><br />
Il recupero della manualità artigiana, il numero dei pezzi (circa cinquemila paia di occhiali l’anno, ndr) e la destinazione del prodotto rendono la mia storia difficile e ambiziosa.<br />
<strong>Sulla parete del suo ufficio campeggia una scritta: &#8220;Qui come altrove, col tempo le idee diventano&#8230;&#8221; Cosa significa?</strong><br />
Tutto quello che arriva sul mercato, dall’ideazione alla consegna, è realizzato qui dentro. A mano. La mia azienda vuole conservare la dimensione per cui si è resa interessante in un mercato di alto target e intende avvicinarsi non solo al consumatore che spende, ma a un consumatore di classe.<br />
<strong>Da quanto tempo opera nel settore?</strong><br />
La mia impresa si è consolidata negli ultimi cinque anni, ma mi occupo di occhiali da undici. Ho dato voce al mio prodotto presentandolo, in prima persona, sui mercati più disparati.<br />
<strong>Quali?</strong><br />
Al centro nord, soprattutto in negozi d’ottica della migliore fama. Non ho clienti al sud ma mi ribello all&#8217;idea che qui per le aziende non possa esserci futuro. Così, prendo la mia azienda, me la metto addosso come uno zainetto, e faccio l’emigrante del lusso e dell&#8217;eleganza.<br />
<strong>Il marchio di tutte le sue collezioni è eXtra: cosa significa e cosa accomuna le linee?</strong><br />
Il termine è una fusione delle due preposizioni latine da e a. Ciascuna linea ha la stessa fonte di ispirazione: la mia persona. Perché un’azienda artigiana è legata a chi la anima. Così nascono le collezioni I colori della vista, Tavolozza, quindi Il Sole, fino a D10, modello presentato prima in Basilicata poi al Silmo di Parigi, vetrina mondiale dell’occhialeria. D sta per donna, 10 per il numero delle colorazioni in cui si declina il modello. Tre soluzioni in quattro colori, invece, per Doppio senso, in stile anni ’50, utilizzabile come occhiale da sole e da vista.<br />
<strong>La più grande soddisfazione raggiunta sul lavoro?</strong><br />
Tante. Non ultima la candidatura a GammaDonna 2011 gratificante per la mia persona e per l’idea di impresa che ho messo in piedi. Posso dire che, finalmente, la mia terra si è accorta di me, nel senso che le istituzioni all’unisono mi hanno sostenuta. Poi, il fatto che Toni Servillo abbia indossato un mio modello in Le conseguenze dell’amore mi ha dato una grande emozione soprattutto quando, in occasione di un nostro incontro, mi ha detto di sentire quell’oggetto parte della sua intimità. Indescrivibile, poi, la consegna di un modello a Sergio Rubini, durante l’ultimo Lucania Film Festival, a Pisticci, in provincia di Matera. Gli ho detto: «Ti ho regalato un pezzo della mia storia di vita, ne devi avere rispetto».<br />
<strong>è forte il connubio tra lei e il cinema…</strong><br />
Ho lavorato con le produzioni Magnolia, Fandango, Mikado. Per me il cinema è una somma di espressioni creative, un treno in movimento per salire sul quale è richiesta una scelta, così come si sceglie di vedere un film. Scegliere per me è obbligatorio. Ho scelto di fare questo lavoro, scelgo di produrre un oggetto, scelgo di portarlo nelle ottiche migliori d’Italia.<br />
<strong>Scelto è anche l’ambiente in cui ci troviamo&#8230;</strong><br />
L’ho curato nei minimi dettagli. La panchina su cui ora lei siede, i tavolini su cui con cura sono distribuiti i miei modelli, tutto questo dà il senso di come noi accogliamo chi arriva qui. Nessuno spazio è inaccessibile, come il laboratorio in cui comincia un processo lento e articolato. L’orgoglio artigianale è il buratto, una sorta di urna, in cui si susseguono le fasi di rifinitura (per un totale di 78 ore) della materia prima.<br />
<strong>Quante persone lavorano con lei?</strong><br />
Siamo in cinque, una piccola famiglia, e presto avremo un collaboratore milanese. I miei non sono operai, loro amano il lavoro ma soprattutto la precisione. Anche per questo la mia sfida si sta rivelando vincente e vorrei fosse sposata da professionisti della creatività, non solo come forma artistica pura ma come forma artistica applicata ad un prodotto da rendere unico, bello, di successo.<br />
<strong>È difficile lanciare questa sfida in Basilicata?</strong><br />
La nostra non è una terra di occhialai ma è qui che trovano spazio i valori della mia idea di impresa: pochi modelli fatti bene e in una regione lontana dalle tradizionali vie della moda. Diciamo che ho preso quel famoso treno che mi sta portando con grande fatica, ma tanto accanimento, sui mercati adatti al mio progetto. Per sintetizzare, cito Calvino: ”Se uno vuole capire bene la terra deve guardarla da lontano”.<br />
<strong>Essere donna incide sul successo della sua azienda?</strong><br />
Fa la differenza. Le mie sono creature che vorrei condividere, arricchendo questa realtà &#8211; senza stravolgerla &#8211; di nuove risorse. Il desiderio di trasferire ad altri le mie capacità è molto femminile.<br />
<strong>Cosa spinge un cliente all’acquisto dei suoi occhiali?</strong><br />
L’oggettivo valore della fattura artigianale e la cura maniacale nel realizzare ogni prodotto e i relativi accessori. Tutto questo è racchiuso nella massima riportata sul nostro sito: “Vi aspettiamo per sorprendervi”.</p>
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		<title>Da qui il mondo è migliore</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 11:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Alpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Silvetti]]></category>
		<category><![CDATA[Gasherbrum]]></category>
		<category><![CDATA[leggero]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Ruffini]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Campani]]></category>
		<category><![CDATA[Samuele Sentieri]]></category>
		<category><![CDATA[Spedizione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#62; di Chiara Ferretti L&#8217;entusiasmo nelle loro voci è palpabile: viene davvero voglia di partire subito, mollare il piacevole salotto all&#8217;aperto di Piazza Prampolini, per vedere da vicino le meravigliose montagne che gli alpinisti che ho di fronte descrivono con parole emozionanti, senza mai farsi mancare la battuta che alleggerisce nel ricordo anche i momenti più faticosi. 50 giorni e gli 8000 metri del Gasherbrum per quattro reggiani (di montagna): Nicola Campani, Fabrizio Silvetti, Samuele Sentieri e Massimo Ruffini. Nella vostra spedizione si sono fusi molti aspetti, oltre all&#8217;impresa sportiva, anche la missione di solidarietà e la sperimentazione di nuove attrezzature. Come avete costruito questo progetto? Nicola Campani: «Durante una precedente spedizione nel 2008 abbiamo provato sensazioni così forti che non potevamo non ripartire. Così è iniziata oltre due anni fa la ricerca, non facile, di collaborazioni e sponsor interessati al nostro progetto, nel quale abbiamo investito finanziariamente anche noi, curando in prima persona anche la logistica e la burocrazia. Questo infatti non è il nostro lavoro, ma abbiamo preferito organizzarci attraverso contatti diretti: arrivati sul posto, poi, le nostre preoccupazioni si sono dissolte a contatto con un popolo accogliente e amichevole, e ci è stato assegnato un efficientissimo ufficiale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Chiara Ferretti</strong></p>
<p><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-4180" title="rientro_a_campo_base_opt_1000" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/10/rientro_a_campo_base_opt_1000.jpeg" alt="" width="592" height="332" /><br />
</strong></p>
<p>L&#8217;entusiasmo nelle loro voci è palpabile: viene davvero voglia di partire subito, mollare il piacevole salotto all&#8217;aperto di Piazza Prampolini, per vedere da vicino le meravigliose montagne che gli alpinisti che ho di fronte descrivono con parole emozionanti, senza mai farsi mancare la battuta che alleggerisce nel ricordo anche i momenti più faticosi. 50 giorni e gli 8000 metri del Gasherbrum per quattro reggiani (di montagna): Nicola Campani, Fabrizio Silvetti, Samuele Sentieri e Massimo Ruffini.<br />
Nella vostra spedizione si sono fusi molti aspetti, oltre all&#8217;impresa sportiva, anche la missione di solidarietà e la sperimentazione di nuove attrezzature. Come avete costruito questo progetto?<br />
Nicola Campani: «Durante una precedente spedizione nel 2008 abbiamo provato sensazioni così forti che non potevamo non ripartire. Così è iniziata oltre due anni fa la ricerca, non facile, di collaborazioni e sponsor interessati al nostro progetto, nel quale abbiamo investito finanziariamente anche noi, curando in prima persona anche la logistica e la burocrazia. Questo infatti non è il nostro lavoro, ma abbiamo preferito organizzarci attraverso contatti diretti: arrivati sul posto, poi, le nostre preoccupazioni si sono dissolte a contatto con un popolo accogliente e amichevole, e ci è stato assegnato un efficientissimo ufficiale di collegamento militare, che faceva da interprete, gestiva la logistica e risolveva problemi. Prima di partire, invece, un celebre alpinista pakistano, responsabile dell&#8217;agenzia che ci ha aiutato per la logistica, ci ha segnalato la struttura cui abbiamo portato in prima persona un aiuto economico, raccolto grazie alla notorietà della spedizione».<br />
Fabrizio Silvetti: «Fondamentale è stato il contributo di Koinos Cna e Luxferov, che ci hanno dotato di pannelli fotovoltaici da far invidia alle altre spedizioni che abbiamo incontrato. Gioielli tecnologici in grado di funzionare con ogni condizione climatica, al caldo sole del giorno come con le nuvole e la neve, senza contare la possibilità di trasportarli nello zaino grazie alle contenute dimensioni».<br />
<strong>Come ci si prepara, fisicamente e mentalmente, ad una impresa simile?</strong><br />
FS: «L&#8217;attività fisica per noi è quotidiana: si può raggiungere una preparazione ottimale praticando la corsa in montagna, ciclismo e scialpinismo. Le difficoltà tecniche non sono elevate, ma è necessario avere una forte determinazione a proseguire nonostante gli ostacoli della stanchezza, del freddo, o della propria mente. Bisogna sopportare la sofferenza e concentrarsi sulla giornata affrontando gli imprevisti, senza demoralizzarsi per la strada da percorrere».<br />
NC: «Bisogna conoscere i propri limiti, fare un passo indietro prima di rischiare la propria vita e quella degli altri, ma anche lavorare in squadra e farsi coraggio, senza accampare scuse, per non vanificare il lavoro fatto insieme. In questo modo si condividono le fatiche ma anche le emozioni: in vetta sono saliti solo Fabrizio e Samuele Sentieri, è come se ci fossimo stati anch&#8217;io e Massimo Ruffini».<br />
<strong>Come erano organizzate le vostre giornate durante la spedizione?</strong><br />
NC: «Nei giorni di riposo si inizia alle 6 di mattina ripulendo la tenda dalla neve caduta durante la notte (si arriva anche a -20°), e durante la giornata (che può scaldarsi fino a 30°), si riorganizza l&#8217;attrezzatura. C&#8217;è chi scrive o legge, chi pianifica le attività accordandosi con le altre spedizioni, chi fa escursioni; poi si va a dormire intorno alle 21. Per sentirci un po&#8217; più a casa abbiamo cercato di portare con noi le nostre passioni e anche i nostri sapori intensi: soprattutto il Parmigiano!»<br />
FS: «Nelle giornate di salita alle 4 di mattina si parte e si sale quasi tutto il giorno, ad esempio per montare un campo in quota, e poi o si dorme lì, o si rientra al campo base, e si ripete la procedura salendo ogni volta per abituarsi alla quota. Noi siamo saliti senza portatori e senza ossigeno supplementare, con zaini da oltre 20 chili, fin dove ci consentivano le forze».<br />
<strong>Quali sono i ricordi più belli?</strong><br />
FS: «Tra i tanti, oltre all&#8217;incontro con il responsabile dell&#8217;orfanotrofio, l&#8217;arrivo al Circolo Concordia, uno dei posti più belli del mondo, dove ti ritrovi circondato dalle montagne altissime e splendide del Karakorum, con diversi cime oltre gli 8000; e in mezzo un fiume di acqua verde cristallina. Quando arrivi lì, dopo la fatica del trekking, ti assale un&#8217;emozione incredibile e inaspettata, fino alle lacrime».<br />
NC: «É una natura prepotente che ti ridà la tua dimensione. Ricordo con molto piacere anche il portatore pakistano che abbiamo soccorso e che poi è venuto a ringraziarci, abbracciandoci con le lacrime agli occhi».<br />
<strong>Un aspetto che avete curato molto è stato quello della comunicazione tramite blog e social network.</strong><br />
FS: «Abbiamo tentato di portare con noi virtualmente tutto l&#8217;Appennino reggiano. Non è facile trovare la forza di scrivere alla fine della giornata, distillando le emozioni, ma per noi erano incoraggianti i commenti dei lettori, quindi abbiamo tentato di coinvolgerli il più possibile senza esagerare in tecnicismi e senza far trasparire i momenti di sconforto».<br />
<strong>Quanto è cambiata la vostra vita dopo la spedizione?</strong><br />
NC: «La vita quotidiana non così tanto, anche se è davvero piacevole sentirsi chiedere di condividere le emozioni provate, e raccontare la spedizione. Dal punto di vista psicologico è un&#8217;esperienza che ti forma, alza la tua soglia di tolleranza, migliora il tuo approccio con gli altri e ricalibra i tuoi valori, liberandoti dalla sovrastruttura e dal superfluo che ci impone la vita urbana: una sensazione di alleggerimento e rafforzamento».<br />
FS: «Quello che mi stimola è soprattutto la ricerca del limite, ed il fatto che queste attività portino a guardarsi dentro&#8230;»<br />
NC: «Si, gettare la maschera, essere se stessi e pensare all&#8217;essenziale: cosa che tra l&#8217;altro i locali fanno ogni giorno, col sorriso, in condizioni di vita durissime».<br />
<strong>Lo rifareste? Qualche programma per il futuro?</strong><br />
NC: «Ripartiremmo subito, ancora di più ora che abbiamo già dimenticato la fatica, e resta solo l&#8217;emozione».<br />
FS: «Dobbiamo ancora consultarci con gli altri, ma prepareremo sicuramente qualcosa. E ci auguriamo che questo sport si apra sempre di più ai giovani, grazie anche a sponsor lungimiranti come i nostri».</p>
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