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	<title>ImprenditoriOpinioni | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>Il precario dimezzato</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 10:47:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Ciemme Che il precariato sia una condizione diffusa pare che lo abbiano capito tutti. Lo hanno capito i precari e pare che lo stia capendo anche la generazione che precaria non è mai stata. Ma il precariato non cade dal cielo, è frutto di scelte politiche che hanno colpito tutta una generazione. Tutta una generazione!? Dice l’ottimista: «Quindi siamo tantissimi! Con la nostra massa critica possiamo far cambiare le cose. Possiamo organizzare manifestazioni e cortei, inventare slogan e scrivere articoli, organizzare perfino uno sciopero generale. Possiamo fare sentire la nostra voce. Siamo il 99%». Tutto vero (in parte, è quello che sta accadendo), ma forse non è così semplice. Perché non ci si è mossi prima? Il Pacchetto Treu risale al 1995. Non esattamente l’altro ieri. E in questi anni gli effetti del precariato hanno raggiunto un grado di esasperazione massimo. Come nota la Caritas nel rapporto Poveri di diritti, l’indigenza economica porta a una diminuzione non solo di denaro ma anche di diritti essenziali (casa, lavoro, salute, educazione, alimentazione). Perché abbiamo aspettato che fosse così tardi? Ci sono tante risposte ma una, parziale, potrebbe essere questa: perché il precariato ci scollega gli uni dagli altri. Ci rende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4270" title="precariato1" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/precariato1.jpg" alt="" width="408" height="228" />&gt; di Ciemme</strong></p>
<p>Che il precariato sia una condizione diffusa pare che lo abbiano capito tutti. Lo hanno capito i precari e pare che lo stia capendo anche la generazione che precaria non è mai stata.<br />
Ma il precariato non cade dal cielo, è frutto di scelte politiche che hanno colpito tutta una generazione.<br />
Tutta una generazione!? Dice l’ottimista: «Quindi siamo tantissimi! Con la nostra massa critica possiamo far cambiare le cose. Possiamo organizzare manifestazioni e cortei, inventare slogan e scrivere articoli, organizzare perfino uno sciopero generale. Possiamo fare sentire la nostra voce. Siamo il 99%».<br />
Tutto vero (in parte, è quello che sta accadendo), ma forse non è così semplice. Perché non ci si è mossi prima? Il Pacchetto Treu risale al 1995. Non esattamente l’altro ieri. E in questi anni gli effetti del precariato hanno raggiunto un grado di esasperazione massimo. Come nota la Caritas nel rapporto Poveri di diritti, l’indigenza economica porta a una diminuzione non solo di denaro ma anche di diritti essenziali (casa, lavoro, salute, educazione, alimentazione). Perché abbiamo aspettato che fosse così tardi?<br />
Ci sono tante risposte ma una, parziale, potrebbe essere questa: perché il precariato ci scollega gli uni dagli altri. Ci rende invisibili innanzitutto a noi stessi. Ciascuno si sente nella propria particolarissima situazione individuale, che non condivide con altri e che quindi lo esclude da tutti. Facciamo finta di pensare che il precariato sia una condizione comune, ma poi ci comportiamo come se non lo fosse. Non è una strana scissione? Forse in altri tempi si sarebbe detto che non c’è coscienza di classe. Se oggi si preferisce dire spirito di gruppo la domanda è questa: cari precari, pensateci un attimo su e siate sinceri con voi stessi, vi sentite o no parte di un gruppo? Forse il problema è tutto qui.</p>
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		<title>Dalla culla alla culla</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 10:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Silvia Pergetti Combina funzionalità ed eleganza. Ha storia antica. É presente in mille forme e materiali e non conosce tempo né confini. Soprattutto, è fonte di utilità anche quando non se ne fa l’uso per il quale fu disegnato. Il cavatappi è da secoli vademecum di sommelier e ristoratori, oggetto del desiderio di collezionisti e dello studio di artigiani e disegnatori. Questo elogio al cavatappi apre la riflessione sui concetti di uso, utilità e inutilità, che costituisce il filo conduttore dell’edizione 2011 di EXD, biennale di design, architettura e creatività ospitata per la sesta volta dalla città di Lisbona. Messaggi pubblicitari incalzanti ci assoggettano a nuove, impensate necessità, intrappolando la nostra volontà nell’instancabile macchina del consumo globale. Ci circondiamo di una miriade di oggetti, piccole gioie della nostra vita di consumatori. Una famiglia, del resto, si sa, di questi tempi non tutti possono permettersela; l’esoso mantenimento dei nostri coinquilini inanimati invece sì. E poi, mal che vada, esiste sempre la possibilità di sbarazzarcene. E questa ad esempio la fine dei vecchi cellulari che siamo costretti a eliminare per accogliere nelle nostre case già stipate il miliardo e più di telefonini immessi ogni anno sul mercato. In tempi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4247" title="design_3" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/design_3.jpg" alt="" width="351" height="263" />&gt; di Silvia Pergetti</strong></p>
<p>Combina funzionalità ed eleganza. Ha storia antica. É presente in mille forme e materiali e non conosce tempo né confini. Soprattutto, è fonte di utilità anche quando non se ne fa l’uso per il quale fu disegnato. Il cavatappi è da secoli vademecum di sommelier e ristoratori, oggetto del desiderio di collezionisti e dello studio di artigiani e disegnatori. Questo elogio al cavatappi apre la riflessione sui concetti di uso, utilità e inutilità, che costituisce il filo conduttore dell’edizione 2011 di EXD, biennale di design, architettura e creatività ospitata per la sesta volta dalla città di Lisbona.</p>
<p>Messaggi pubblicitari incalzanti ci assoggettano a nuove, impensate necessità, intrappolando la nostra volontà nell’instancabile macchina del consumo globale. Ci circondiamo di una miriade di oggetti, piccole gioie della nostra vita di consumatori. Una famiglia, del resto, si sa, di questi tempi non tutti possono permettersela; l’esoso mantenimento dei nostri coinquilini inanimati invece sì. E poi, mal che vada, esiste sempre la possibilità di sbarazzarcene. E questa ad esempio la fine dei vecchi cellulari che siamo costretti a eliminare per accogliere nelle nostre case già stipate il miliardo e più di telefonini immessi ogni anno sul mercato.</p>
<p>In tempi di crisi economica, questione energetica e depauperamento ambientale, si impone tuttavia una seria questione: utile o inutile? La risposta non è scontata: il dubbio si annida nei posti più improbabili. Lo spazzolino da denti ad esempio: certamente utile. Lo spazzolino con l’impugnatura di gomma, affinché non scivoli. Lo spazzolino con setole morbide, quello con setole rigide. Lo spazzolino con l’argento vivo. Quello con meccanismo elettrico. Lo spazzolino in tutti i colori dello spettro cromatico, che sia sempre in coordinato con l’asciugamano. Utile o inutile? Il fautore della nostra igiene orale è allo stesso tempo una fonte notevole di inquinamento: 25.000 sono le tonnellate di spazzolini da denti che solo negli Stati Uniti vengono gettate ogni anno.</p>
<p>Sheena Iyengar, studiosa di comportamento del consumatore e autrice del libro The art of choosing, illustra come solo in alcune culture la varietà di scelta rappresenti, di fatto, un fonte di utilità per il consumatore. Nell’ambito di un’indagine condotta in vari paesi dell’ex Urss, la ricercatrice verificò come l’offerta di sette tipi differenti di soda non fosse percepita come ampia, ma come ridondante. I partecipanti non erano deliziati di poter scegliere tra prodotti marcatamente distinti agli occhi di un americano e si rassegnavano a un dispotico ultimatum: o soda o niente. Conclusione: senza un’adeguata educazione al consumo, l’utilità, cioè la soddisfazione del consumatore, non dipende dall’ampiezza del ventaglio opzionale.</p>
<p>Detto questo, la domanda è di natura etica e si rivolge all’industria e ai designer, in grado di manipolare il desiderio di consumo e di definire in maniera più o meno sostenibile la scelta dei materiali, la longevità dei prodotti, le soluzioni di packaging. In altre parole: è dei produttori la responsabilità di trasformare il ciclo di vita dei nostri acquisti. Che da linea con un inizio e una fine potrebbe trasformarsi in un cerchio. Questo è il modello produttivo che il chimico tedesco Michael Braungart promuove sotto il nome di cradle2cradle (dalla culla alla culla, ndr) da più di un decennio.</p>
<p>Ed è anche quello che, in senso lato, nel loro piccolo, gli artigiani già praticavano nei secoli passati quando elaboravano un prodotto bello, di qualità, disegnato per durare nel tempo: il cavatappi, appunto. Che da mero utensile meccanico fu in grado di reinventarsi rinascendo come prezioso pezzo da collezione. E per il quale, se dovessi inventare una pubblicità, direi: un matrimonio no, un diamante forse, ma un cavatappi è per sempre.</p>
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		<title>Piccole rivoluzioni quotidiane</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 09:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Davide Caiti L&#8217;industriale, con la regia di Guliano Montaldo, racconta l&#8217;epopea di un piccolo imprenditore torinese dei nostri tempi che si barcamena tra debiti e crisi economica mondiale. Trovo significativo, prima di tutto, il fatto che il cinema italiano, molto efficace nella rappresentazione del drammatico, si occupi di una storia del genere: la dice lunga sulle condizioni della categoria. Nel film viene enfatizzato il rapporto con le banche e le finanziarie: amiche dell&#8217;impresa quando tutto gira per il verso giusto, aguzzini spietati nel mutato scenario. Parallelamente anche le relazioni sociali e private del protagonista entrano in un vortice autodistruttivo, innescando una serie di azioni e reazioni che non lo aiutano certamente a uscire dal momentaccio. Altro rapporto indagato dal film è quello tra lavoratori e impresa: la situazione è difficile per tutti, ma le distanze fra i ruoli aumentano anzichè diminuire, come il buon senso suggerirebbe. Il regista mette in scena un imprenditore che a un certo punto chiede aiuto ai dipendenti, i quali preferiscono voltargli le spalle e decidono di affidarsi ai sindacati, come nella migliore tradizione operaia degli anni &#8217;70. L&#8217;imprenditore, tenace e orgoglioso, reagisce e salva l&#8217;azienda e quaranta posti di lavoro. Ma c&#8217;è un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4229" title="lindustriale-giuliano-montaldo-pierfrancesco-favino-foto-dal-set-4_mid" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/lindustriale-giuliano-montaldo-pierfrancesco-favino-foto-dal-set-4_mid.jpg" alt="" width="504" height="339" />&gt; di Davide Caiti</strong><br />
L&#8217;industriale, con la regia di Guliano Montaldo, racconta l&#8217;epopea di un piccolo imprenditore torinese dei nostri tempi che si barcamena tra debiti e crisi economica mondiale. Trovo significativo, prima di tutto, il fatto che il cinema italiano, molto efficace nella rappresentazione del drammatico, si occupi di una storia del genere: la dice lunga sulle condizioni della categoria. Nel film viene enfatizzato il rapporto con le banche e le finanziarie: amiche dell&#8217;impresa quando tutto gira per il verso giusto, aguzzini spietati nel mutato scenario. Parallelamente anche le relazioni sociali e private del protagonista entrano in un vortice autodistruttivo, innescando una serie di azioni e reazioni che non lo aiutano certamente a uscire dal momentaccio. Altro rapporto indagato dal film è quello tra lavoratori e impresa: la situazione è difficile per tutti, ma le distanze fra i ruoli aumentano anzichè diminuire, come il buon senso suggerirebbe. Il regista mette in scena un imprenditore che a un certo punto chiede aiuto ai dipendenti, i quali preferiscono voltargli le spalle e decidono di affidarsi ai sindacati, come nella migliore tradizione operaia degli anni &#8217;70. L&#8217;imprenditore, tenace e orgoglioso, reagisce e salva l&#8217;azienda e quaranta posti di lavoro. Ma c&#8217;è un prezzo: il protagonista vende l&#8217;anima al diavolo. Che sia un lieto fine proprio non si direbbe, da qualsiasi punto di vista lo si guardi.</p>
<p>Il fatto è che oggi fare impresa, in questo paese, è un vero e proprio atto di eroismo. Il ruolo che si è deciso di ricoprire aprendo un&#8217;impresa, non è solo quello del capo di un&#8217;attività o responsabile e beneficiario di utili e fallimenti. L&#8217;imprenditore oggi ricopre anche un ruolo sociale di vitale importanza, ma la società civile non riconosce questo ruolo nè all&#8217;impresa nè all&#8217;imprenditore, che inevitabilmente si ritrova sempre più solo a combattere le difficoltà. Mi viene in mente la figura di Don Chisciotte e la sua leggendaria battaglia contro i mulini a vento. Ma chi è responsabile di questa situazione? La responsabilità è multiforme, trasversale, diffusa: la globalizzazione che ci ha messo nelle condizioni di competere con concorrenti sleali; il sistema Italia, che schiaccia con la burocrazia e le tasse chi vuole produrre; i sindacati che sempre più spesso si mettono tra impresa e lavoratore alimentando il conflitto; la politica che non è in grado di riformare il Paese con una parvenza di stato moderno; i giovani italiani che non sanno mettersi in gioco e scommettere su se stessi; una diffusa mentalità italica di scarso senso civico, assistenzialismo e deresponsabilizzazione. Se la responsabilità del declino dell&#8217;economia italiana è in buona sostanza di tutti, allora potremo uscirne solo se tutti decideremo di farlo. A partire dalle piccole abitudini quotidiane, cominciando a fare il nostro dovere da cittadini e lavoratori, ognuno nel proprio ruolo. Non esiste una rivoluzione più efficace di questa.</p>
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		<title>Sergio Marchionne è uscito dal gruppo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 10:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Confindustria]]></category>
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		<category><![CDATA[relazioni industriali]]></category>
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		<description><![CDATA[› di Federico Parmeggiani La notizia ha fatto scalpore, nonostante da tempo ci fossero avvisaglie di questa rottura: dall’anno prossimo la Fiat uscirà da Confindustria. Lo ha fatto sapere Sergio Marchionne a inizio ottobre tramite un comunicato in cui sottolineava come il divorzio si concretizzerà a livello nazionale dal prossimo gennaio, pur riservandosi l’azienda la facoltà di collaborare, a livello locale, con alcune articolazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l’Unione Industriali di Torino. Ufficialmente un&#8217;incertezza insostenibile Alla base di questa separazione, a detta dello stesso manager, ci sarebbero le posizioni opache e poco chiare dell’associazione di categoria degli industriali, in merito all’interpretazione e alla concreta attuazione dell’accordo interconfederale sottoscritto nei mesi scorsi, e all’applicazione dell’articolo 8 della manovra varata ad agosto dal Governo, che prevede un rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale a discapito di quella centrale. Fiat sostiene che, in ragione della sua natura di impresa multinazionale desiderosa di espandersi nel mondo, non può tollerare una simile incertezza su un tema così importante come la contrattazione aziendale, che a suo dire è essenziale per garantire il dinamismo che il mercato richiede per essere competitivi a livello globale. Questo episodio, che sicuramente avrà una portata rilevante nella storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4232" title="marchionne_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/marchionne_opt.jpg" alt="" width="477" height="318" />› di Federico Parmeggiani</strong></p>
<p>La notizia ha fatto scalpore, nonostante da tempo ci fossero avvisaglie di questa rottura: dall’anno prossimo la Fiat uscirà da Confindustria. Lo ha fatto sapere Sergio Marchionne a inizio ottobre tramite un comunicato in cui sottolineava come il divorzio si concretizzerà a livello nazionale dal prossimo gennaio, pur riservandosi l’azienda la facoltà di collaborare, a livello locale, con alcune articolazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l’Unione Industriali di Torino.</p>
<p>Ufficialmente un&#8217;incertezza insostenibile<br />
Alla base di questa separazione, a detta dello stesso manager, ci sarebbero le posizioni opache e poco chiare dell’associazione di categoria degli industriali, in merito all’interpretazione e alla concreta attuazione dell’accordo interconfederale sottoscritto nei mesi scorsi, e all’applicazione dell’articolo 8 della manovra varata ad agosto dal Governo, che prevede un rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale a discapito di quella centrale. Fiat sostiene che, in ragione della sua natura di impresa multinazionale desiderosa di espandersi nel mondo, non può tollerare una simile incertezza su un tema così importante come la contrattazione aziendale, che a suo dire è essenziale per garantire il dinamismo che il mercato richiede per essere competitivi a livello globale.<br />
Questo episodio, che sicuramente avrà una portata rilevante nella storia futura delle relazioni industriali italiane, induce a fare un paio di riflessioni sul ruolo della Fiat in Italia e sulla funzione che oggi può ricoprire un’associazione di categoria come Confindustria.</p>
<p>La FIAT che verrà<br />
E&#8217; evidente che la casa automobilistica torinese sta cercando di smarcarsi dal suo passato di industria con una base marcatamente italiana, per lanciarsi più agevolmente alla conquista dei mercati esteri. Se e come ci riuscirà è questione sulla quale attualmente non ci è dato sapere. Certo è che una tale strategia implica un agire che è ben diverso da quello che ha guidato nei decenni scorsi il colosso di Torino, il quale &#8211; non dimentichiamolo mai &#8211; è stato svariate volte tenuto in vita o fatto prosperare da misure anticoncorrenziali, o da leggi e leggine confezionate su misura e ottenute grazie al peso politico di cui l’azienda disponeva. Ma nell’ultimo decennio tutto è cambiato: le agevolazioni di quel tipo sono state vietate dalla normativa europea (God Save the EU!) e in ogni caso non sarebbero più sostenibili per la nostra indebolita economia e quindi bisogna pensare ad altro. Negli ultimi anni il manager italo-canadese ha apparentemente continuato a fare giocare alla Fiat un ruolo altamente contiguo alla politica, ma con una differenza sostanziale: quello che oggi interessa alla Fiat non è più la politica italiana, intrappolata nelle sabbie mobili in cui tutti noi stiamo sprofondando, ma la politica dei paesi che stanno meglio di noi e possono garantire a Fiat un business più redditizio. In questo quadro si situa la sinergia con Chrysler, che ha beneficiato di un sostanzioso incentivo economico della presidenza USA e, così facendo, ha creato un’integrazione tra colossi storici che altrimenti avrebbe richiesto anni.<br />
Badate bene, questa strategia non è da condannare totalmente: un paese serio, anche quando elargisce un provvedimento che avvantaggia un attore del mercato a scapito degli altri, non lo fa a fondo perduto ed esercita uno stringente monitoraggio sull’utilizzo del vantaggio elargito. Ed è così che Fiat ha ripagato quanto ricevuto dal governo americano. Tutto bene fin qui? Forse, ad eccezione del fatto che &#8211; come è sfuggito a Marchionne in una sua intervista dell’anno scorso da Fazio &#8211; nel quadro di questa strategia l’Italia non solo non è un asset strategico per Fiat, ma rischia addirittura di essere un peso.</p>
<p>Confindustria: che fare?<br />
Ora pensiamo a Confindustria. A ben vedere l&#8217;associazione espleta in gran parte la medesima funzione di un sindacato, ossia si fa portavoce degli interessi dell’industria italiana e li difende facendoli valere nelle sedi opportune, ossia nei confronti della politica italiana e dei sindacati dei lavoratori italiani. Ed evidentemente tutto questo a Fiat non interessa più, risultando forse poco rilevante per i suoi piani futuri.<br />
Perciò, mettiamoci l’anima in pace: quello di Fiat non è un capriccio ma un obiettivo ben preciso, e la sua volontà di smarcarsi dall’industria italiana e di collocarsi altrove era già emersa in modo evidente. Sicuramente Confindustria perderà un componente di peso ma, se nei suoi confronti l’azienda torinese lamentava un deficit di rappresentatività, allora tanto meglio così. Anzi, perché non trarre da questa rottura un auspicio per il futuro prossimo, ossia che, persa una grande azienda, Confindustria si concentri di più sulle piccole, le coltivi e fornisca loro un reale supporto &#8211; in termini di know-how, di networking e di servizi &#8211; per spingerle a diventare grandi? Questo significherebbe davvero perseguire una finalità utile all’economia di questo paese, che è imperniata proprio sulle imprese di medie dimensioni e che avrebbe tutto da guadagnarci nell’aumento della loro dimensione strutturale e del loro peso globale. Inoltre, quella prospettata sarebbe per Confindustria un’eccellente occasione per spogliarsi momentaneamente dei panni di grigio sindacato degli industriali e vestire orgogliosamente la livrea della lobby nel senso anglosassone del termine, ossia di un&#8217;istituzione che mira a promuovere attivamente i propri membri, aiutandoli a perseguire il loro successo individuale, che a livello aggregato è anche il successo dell’economia italiana.</p>
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		<title>Il tempo, intanto, crea eroi</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/11/17/il-tempo-intanto-crea-eroi/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 10:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Che Guevara]]></category>
		<category><![CDATA[eroi]]></category>
		<category><![CDATA[icone]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Jobs]]></category>

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		<description><![CDATA[&#62; di Luca Maramotti Tra i necrologi pubblicati all’inizio di ottobre da un importante quotidiano ne spiccava uno dedicato ad Ernesto “Che” Guevara. Il guerrigliero argentino era ricordato da un breve messaggio anonimo nel giorno dell’anniversario della sua morte. Le prime pagine dello stesso quotidiano erano poi occupate da cronache e commenti riguardanti la morte di Steve Jobs, anima della Apple. Un istantaneo, inevitabile collegamento tra le due morti porta così ad una riflessione. Quarantaquattro anni separano l’esecuzione del Che dalla morte di Jobs e molta acqua è passata sotto i ponti, eppure un filo lunghissimo ed indistruttibile sembra collegare questi due personaggi. Con modalità talmente diverse da non essere apparentemente nemmeno paragonabili, Steve Jobs ed Ernesto Guevara sono entrambi divenuti simboli, leader e rappresentazione di capacità e coraggio. In una parola, sono stati e sono tuttora entrambi considerati eroi. Un geniale profeta della tecnologia ed un guerriero socialista hanno sicuramente ben poco in comune: ciò significa allora che l’epoca vissuta dal Che e la nostra, quella dell’epopea di Jobs, non hanno nulla da spartire? Significa forse che quei quarantaquattro anni hanno cancellato ogni possibilità di dialogo tra due momenti storici ormai lontani?  Il bisogno di eroi è, per l’Uomo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4278" title="Principi_Eroi1" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Principi_Eroi1.jpg" alt="" width="308" height="530" />&gt; di Luca Maramotti</strong><br />
Tra i necrologi pubblicati all’inizio di ottobre da un importante quotidiano ne spiccava uno dedicato ad Ernesto “Che” Guevara. Il guerrigliero argentino era ricordato da un breve messaggio anonimo nel giorno dell’anniversario della sua morte. Le prime pagine dello stesso quotidiano erano poi occupate da cronache e commenti riguardanti la morte di Steve Jobs, anima della Apple. Un istantaneo, inevitabile collegamento tra le due morti porta così ad una riflessione. Quarantaquattro anni separano l’esecuzione del Che dalla morte di Jobs e molta acqua è passata sotto i ponti, eppure un filo lunghissimo ed indistruttibile sembra collegare questi due personaggi. Con modalità talmente diverse da non essere apparentemente nemmeno paragonabili, Steve Jobs ed Ernesto Guevara sono entrambi divenuti simboli, leader e rappresentazione di capacità e coraggio.</p>
<p>In una parola, sono stati e sono tuttora entrambi considerati eroi. Un geniale profeta della tecnologia ed un guerriero socialista hanno sicuramente ben poco in comune: ciò significa allora che l’epoca vissuta dal Che e la nostra, quella dell’epopea di Jobs, non hanno nulla da spartire? Significa forse che quei quarantaquattro anni hanno cancellato ogni possibilità di dialogo tra due momenti storici ormai lontani?  Il bisogno di eroi è, per l’Uomo, quanto di più atavico si possa immaginare. Il filo che lega il Comandante Guevara e Steve Jobs è l’espressione della necessità e della capacità, proprie di chiunque, di intuire la grandezza umana in persone (o meglio in personaggi, ormai proiettati in una dimensione atemporale e leggendaria) fuori dal comune. La Apple e la rivoluzione cubana non sono facilmente assimilabili, è vero, ma se c’è qualcosa che allontana veramente la nostra epoca da quella di Che Guevara è la tragica facilità con cui, ai giorni nostri, si scambia l’eroismo con la tracotanza. Il culto del Capo ha sostituito il bisogno di eroi: dai partiti alle strade, fino alla quotidianità dei luoghi di lavoro il potere si materializza in una miriade di dirigenze inadeguate, di leader incompetenti, di sbruffonaggine ignorante. Ben vengano gli eroi, quindi, se la grandezza delle loro idee (da “hasta la victoria” a “stay foolish, stay hungry”) è in grado di spazzare via la pochezza dei mediocri.</p>
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		<title>«Mi è bastato guardare negli occhi le mie dipendenti»</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 11:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Paola Caiti Sono stata recentemente invitata ai festeggiamenti dei 35 anni di un’azienda di Montecchio Emilia, Serigrafia76. All’evento erano presenti dipendenti, clienti, fornitori e partner. Dopo la visita guidata per scoprire come si svolge il processo produttivo in azienda, si è tenuto un dibattito tra l&#8217;AD Fausto Mazzali, e Carmine Tripodi, Professore di Strategia aziendale all’Università Bocconi. Perché donna ed imprenditrice allo stesso tempo, mi piace soffermarmi su una cosa che mi ha molto colpito e, perché no, anche commossa. Elisa Mammi (figlia dei fondatori e ora titolare dell&#8217;azienda) e Fausto Mazzali hanno recentemente attivato per le loro dipendenti il servizio di babysitting a domicilio a chiamata. Le ragioni di una iniziativa tanto progressista quanto, tutto sommato, semplice sono state illustrate proprio da Mazzali: «Le nostre dipendenti sono 27 donne, la maggioranza giovani, che hanno figli piccoli. Quando c&#8217;erano problemi con i bambini, dovevano per forza restare a casa e questo creava difficoltà nella produzione». Così da ottobre scorso l’azienda ha assunto una giovane laureata con esperienza in asili e centri estivi, mettendola a disposizione delle mamme, che sono state convocate una ad una con i figli per conoscerla. Per i primi tre mesi Sara &#8211; questo il nome della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Paola Caiti</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4125" href="http://www.imprenditori.it/2011/11/08/%c2%abmi-e-bastato-guardare-negli-occhi-le-mie-dipendenti%c2%bb/babysitter/"><img class="alignleft size-medium wp-image-4125" title="babysitter" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/10/babysitter-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Sono stata recentemente invitata ai festeggiamenti dei 35 anni di un’azienda di Montecchio Emilia, Serigrafia76. All’evento erano presenti dipendenti, clienti, fornitori e partner.<br />
Dopo la visita guidata per scoprire come si svolge il processo produttivo in azienda, si è tenuto un dibattito tra l&#8217;AD Fausto Mazzali, e Carmine Tripodi, Professore di Strategia aziendale all’Università Bocconi. Perché donna ed imprenditrice allo stesso tempo, mi piace soffermarmi su una cosa che mi ha molto colpito e, perché no, anche commossa. Elisa Mammi (figlia dei fondatori e ora titolare dell&#8217;azienda) e Fausto Mazzali hanno recentemente attivato per le loro dipendenti il servizio di babysitting a domicilio a chiamata. Le ragioni di una iniziativa tanto progressista quanto, tutto sommato, semplice sono state illustrate proprio da Mazzali: «Le nostre dipendenti sono 27 donne, la maggioranza giovani, che hanno figli piccoli. Quando c&#8217;erano problemi con i bambini, dovevano per forza restare a casa e questo creava difficoltà nella produzione».<br />
Così da ottobre scorso l’azienda ha assunto una giovane laureata con esperienza in asili e centri estivi, mettendola a disposizione delle mamme, che sono state convocate una ad una con i figli per conoscerla. Per i primi tre mesi Sara &#8211; questo il nome della baby sitter &#8211; non ha lavorato molto&#8230; Poi il passaparola aziendale ha cominciato a parlar bene di lei e da febbraio a giugno le richieste sono aumentate.<br />
Naturalmente con questa inziativa l&#8217;azienda ha acquistato parecchi consensi e ha avuto anche parecchio spazio sui giornali. Nei paesi anglosassoni, operazioni di questo tipo si definiscono sotto l&#8217;etichetta work life balance.<br />
Che cosa è? La sfida cui oggi ogni individuo deve far fronte è quella di sentirsi artefice delle proprie scelte in campo professionale e in relazione alla propria vita privata, gestendo al meglio il proprio tempo. Questo, per le aziende, si traduce nella speculare sfida di implementare strumenti e supporti utili (e necessari) a mettere i dipendenti nelle condizioni di conciliare i tempi della vita privata con i tempi richiesti dall’organizzazione.<br />
Servizi di lavanderia, consulenza gratuita su tematiche legali, fiscali e finanziarie, alcuni dei servizi offerti. Ma il work life balance non si limita a questo: investe la dimensione stessa del lavoro, comporta una capacità di suddividere le attività utilizzando i criteri dell’importanza e dell’urgenza.<br />
Considerare per ogni attività qual è il livello di importanza e urgenza rispetto agli obiettivi strategici, agli obiettivi del proprio ruolo e al budget a disposizione aiuta a decidere cosa è necessario fare ed eliminare i fattori di ansia. Un trend in crescita, quello delle politiche di bilanciamento vita-lavoro, che sta provocando una rivoluzione nelle relazioni aziendali: il dipendente non è più visto come un subordinato, ma come un partner da affiancare nei progetti di vita.<br />
Alla domanda della moderatrice del dibattito, se l&#8217;ispirazione per il baby sitting sia giunta da questa filosofia il Dott. Mazzali ha risposto: «No, mi è bastato guardare negli occhi le mie dipendenti ogni volta che venivano per informarmi che il giorno successivo si sarebbero assentate dal lavoro per problemi con i figli. Erano tutte accomunate da un’espressione dispiaciuta, quasi una consapevolezza del disagio e delle problematiche inerenti la produttività».<br />
Sensibilità, buon senso, condivisione, consapevolezza: il clima che ho respirato in questa azienda. Plauso allo staff dirigente e, soprattutto un applauso caloroso alle dipendenti e ai dipendenti che erano presenti e che tifavano per la loro azienda.</p>
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		<title>Il mercato ti frastorna? Ascolta Terry</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 11:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di CIEMME Ci sono outing che, sul momento, vengono sottovalutati. Non solo: addirittura attaccati, criticati, perfino derisi, a testimonianza che mentre si vive il presente non si è ancora in grado di capirlo. Perciò si attacca chi dice le cose come stanno. La Cassandra di cui parliamo, al secolo è Terry De Nicolò, una donna del giro di Gianpi Tarantini, una tra quelle escort che si ipotizza frequentassero la casa di Silvio Berlusconi per fargli passare serate di suo gradimento e guadagnarsi così i suoi favori, cioè appalti milionari. Interrogata, Terry restituisce in pochi minuti una summa del nostro tempo lucida, perfetta, adamantina. «Soprattutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore, se tu sei racchia e fai schifo te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno e viene pagato, come la bravura di un medico. [...] “Ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, e allora stai a casa, ma non mi rompere i coglioni». Vogliamo scandalizzarci? Il valore è tale solo se è economico. Forse non pagate quando ve ne state su una spiaggia a prendere il sole? Non pagate per un buon bicchiere di vino, per la casa, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di CIEMME</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4115" href="http://www.imprenditori.it/2011/11/07/il-mercato-ti-frastorna-ascolta-terry/terry_de_nicolo/"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4115" title="terry_de_nicolò" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/10/terry_de_nicolò-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Ci sono outing che, sul momento, vengono sottovalutati. Non solo: addirittura attaccati, criticati, perfino derisi, a testimonianza che mentre si vive il presente non si è ancora in grado di capirlo. Perciò si attacca chi dice le cose come stanno. La Cassandra di cui parliamo, al secolo è Terry De Nicolò, una donna del giro di Gianpi Tarantini, una tra quelle escort che si ipotizza frequentassero la casa di Silvio Berlusconi per fargli passare serate di suo gradimento e guadagnarsi così i suoi favori, cioè appalti milionari. Interrogata, Terry restituisce in pochi minuti una summa del nostro tempo lucida, perfetta, adamantina.<br />
«Soprattutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore, se tu sei racchia e fai schifo te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno e viene pagato, come la bravura di un medico. [...] “Ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, e allora stai a casa, ma non mi rompere i coglioni».<br />
Vogliamo scandalizzarci? Il valore è tale solo se è economico. Forse non pagate quando ve ne state su una spiaggia a prendere il sole? Non pagate per un buon bicchiere di vino, per la casa, per la macchina? Eccome se pagate, perché tutto è monetizzabile.<br />
Il giornalista la incalza: «Ma se con questo sistema di donne-tangenti si smerciavano appalti, non pensi che sia disonesto da parte degli imprenditori che ne usufruivano?» Terry ha pazienza e spiega l’ovvio: «Quando sei onesto non fai un grande business, rimani nel piccolo. Se vuoi aumentare i numeri devi rischiare il tuo culo. [...] Più in alto vuoi andare e più devi passare sui cadaveri. È così, è così, ed è giusto che sia così. Però qui non viene capito, perché c’è un’idea cattolica e c’è un’idea morale, è quello che mi fa incazzare. [...] Se tu sei pecora rimani a casa con 2000 euro al mese, se tu invece vuoi 20.000 euro al mese ti devi mettere sul campo e ti devi vendere tua madre».<br />
Questa è la grande imprenditoria: vendersi la madre, passare sui cadaveri, negare diritti, affermare la legge del più forte. Che Terry pensi che sia giusto e qualcun altro pensi che sia sbagliato è un’inezia. Sono chiacchiere, opinioni. Altri sono i fatti, è il mondo in cui viviamo. Terry lo sa ma c’è chi non se n’è accorto, che è rimasto indietro. E forse siamo noi.<br />
Per smentirla, dovremmo impegnarci. Vivere in un mondo diverso, trasparente. Pagare le tasse, essere onesti, non badare solo al profitto ma soprattutto alle persone. Ne siamo capaci</p>
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		<title>Be Italian: se non ora, quando?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 10:33:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[bocciatura]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Federico Parmeggiani Recentemente la notizia del downgrade del rating del nostro paese (da A+ ad A) ad opera dell’agenzia Standard &#38; Poor’s, ha scosso le borse, nonostante non sia giunta totalmente inattesa. Il problema è che questa bocciatura è arrivata in uno dei momenti più delicati degli ultimi venti anni: un periodo drammatico non solo per le economie dei singoli paesi europei, ma, in via indiretta, anche per la sopravvivenza dell’Unione Europea stessa come soggetto politico sovranazionale. Quanto evidenziato da Standard &#38; Poor’s nel report che illustra le ragioni alla base del nostro downgrading dovrebbe suonare per tutti noi italiani come un campanello d’allarme e dovrebbe essere preso in assoluta considerazione da coloro che, chiamati a prendere decisioni, hanno di fatto nelle mani il destino dell’economia del nostro paese. Il giudizio dell’agenzia è lapidario e molto semplice nel cogliere punti di forza e debolezze. Tra i primi spiccano l’alto livello di prodotto interno lordo pro capite, un elevato tasso di proprietà della casa di abitazione, i bilanci solidi delle imprese, nonché esposizioni verso l’estero limitate. Tuttavia, questi pregi sono controbilanciati da difetti strutturali che ci portiamo dietro da anni e che paiono particolarmente pericolosi in questo periodo: un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-4082" href="http://www.imprenditori.it/2011/11/03/be-italian-se-non-ora-quando/sp_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-4082" title="SP_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/10/SP_opt-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>&gt; di Federico Parmeggiani</strong></p>
<p>Recentemente la notizia del downgrade del rating del nostro paese (da A+ ad A) ad opera dell’agenzia Standard &amp; Poor’s, ha scosso le borse, nonostante non sia giunta totalmente inattesa. Il problema è che questa bocciatura è arrivata in uno dei momenti più delicati degli ultimi venti anni: un periodo drammatico non solo per le economie dei singoli paesi europei, ma, in via indiretta, anche per la sopravvivenza dell’Unione Europea stessa come soggetto politico sovranazionale. Quanto evidenziato da Standard &amp; Poor’s nel report che illustra le ragioni alla base del nostro downgrading dovrebbe suonare per tutti noi italiani come un campanello d’allarme e dovrebbe essere preso in assoluta considerazione da coloro che, chiamati a prendere decisioni, hanno di fatto nelle mani il destino dell’economia del nostro paese.<br />
Il giudizio dell’agenzia è lapidario e molto semplice nel cogliere punti di forza e debolezze. Tra i primi spiccano l’alto livello di prodotto interno lordo pro capite, un elevato tasso di proprietà della casa di abitazione, i bilanci solidi delle imprese, nonché esposizioni verso l’estero limitate. Tuttavia, questi pregi sono controbilanciati da difetti strutturali che ci portiamo dietro da anni e che paiono particolarmente pericolosi in questo periodo: un elevato debito interno, limitate prospettive di crescita e soprattutto &#8211; queste le stoccate più dure a chi guida il paese &#8211; una significativa incapacità politica di perseguire riforme che stimolano la crescita, e un impegno limitato a tagliare le spese, che si evince dalle politiche fiscali di medio periodo.<br />
Questi ultimi rilievi dovrebbero farci riflettere, e parecchio, perchè a ben vedere non riguardano le nostre storiche debolezze, che sono riflesse dagli indicatori economici, ma qualcosa di ulteriore e più grave. Per comprendere meglio la portata del problema, esaminiamo i singoli punti critici evidenziati.<br />
Che il nostro debito interno sia elefantiaco, purtroppo, è cosa risalente e nota. Tutti ricordiamo gli sciagurati provvedimenti presi dai governi dei decenni passati che, per carpire un po’ di consenso elettorale, si sono profusi in regali previdenziali economicamente non sostenibili (le famigerate baby pensioni, per esempio) e in emissioni di titoli di debito con rendimenti fuori da ogni finanza pubblica sensata, mossi solo dalla volontà miope di fare cassa nel breve periodo. Ciò che però dovrebbe farci ancora più irritare è che, come sottolineato con dati alla mano in maniera pregevole anche da Oscar Giannino, gran parte del debito di cui ora siamo gravati è il frutto dei governi che si sono succeduti in questi ultimi due decenni. In altri termini, coloro che hanno accumulato questa quantità mastodontica di spesa sono gli stessi che abbiamo davanti agli occhi ogni volta che accendiamo la televisione o apriamo un giornale. Forse è davvero ora di evocare un rinnovamento radicale, un ringiovanimento non solo anagrafico ma anche culturale della nostra classe dirigente, perchè se non vale la pena farlo in una situazione così grave, allora forse dobbiamo ammettere a noi stessi che non saremo mai capaci di farlo.<br />
In secondo luogo, affrontiamo il nodo della crescita quasi impercettibile della nostra economia. Un punto cruciale è costituito dalla dimensione delle nostre imprese, magari leader nel loro settore, ma mediamente troppo piccole per fare la differenza a livello globale. Le grandi imprese &#8211; gestite correttamente e non come un ospizio per parcheggiare politici trombati &#8211; sono i pilastri su cui poggia un’economia sana e forte. Sono quelle che, in periodi di burrasca, tengono a galla anche la galassia di piccole imprese del loro indotto. In Italia abbiamo una miriade di imprese che sarebbero facilmente integrabili sia in senso verticale che orizzontale, divise solo da ancestrali rivalità e diffidenze tra i proprietari. Una politica economica responsabile dovrebbe proporre degli ingenti sgravi fiscali per tutte quelle operazioni di fusione, acquisizione e integrazione volte a fare nascere soggetti economici più grandi e più stabili. Altre misure per rilanciare la crescita si basano ovviamente sulla riforma del mercato del lavoro e della fiscalità d’impresa. Sono temi complessi che richiederebbero decine di pagine, qui basti dire che sarebbe sufficiente, in ambo i casi, rimuovere vistose iniquità che vanno a discapito della parte più virtuosa ed efficiente del Paese.<br />
Ma veniamo all’ultimo punto evidenziato da Standard &amp; Poor’s: l&#8217;incapacità della nostra classe politica di fronteggiare un momento delicato come quello presente. L’agenzia di rating in questo caso si pronuncia in modo così cristallino che merita di essere riportato letteralmente, tradotto: grazie alle istituzioni politiche inadatte, ai monopoli protetti dal sistema marcatamente anticoncorrenziale, grazie ad un pubblico impiego e ad un sistema di relazioni sindacali vetusto, l&#8217;Italia non è in grado di rispondere in modo efficace e tempestivo alle sfide cui le sue precarie condizioni economiche la sottopongono.<br />
A mio giudizio è ora di inchiodare il sistema-Italia e la sua classe dirigente alle sue responsabilità. Se vogliamo evitare di infrangerci come il Titanic contro l’iceberg della recessione e della stagnazione, dobbiamo tutti premere per un rinnovamento radicale e immediato. Dobbiamo fare tutta la pressione possibile per ottenere una modernizzazione effettiva delle istituzioni, magari riservando finalmente uno spazio adeguato ai tecnici di spessore e indiscussa preparazione, di cui il nostro paese dispone in gran numero. Dobbiamo scrollarci di dosso, a costo di fare dei sacrifici, tutte quelle scorie di un passato nefasto e non più sostenibile. La sopravvivenza del nostro sistema economico richiede da anni un cambiamento, con la differenza che ora il tempo sta scadendo e mancare a questo appuntamento con la storia economica può costare al nostro paese un prezzo estremamente caro. Così caro che è meglio non mettersi nemmeno a calcolarlo e piuttosto mettersi da subito all’opera per facilitare questo rinnovamento.</p>
<p><em>Mentre andiamo in stampa anche Moody&#8217;s e Fitch ci hanno declassati, ndr.</em></p>
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		<title>Una lotta senza fine</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 13:26:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Fabio Ceppelli Dire di &#8220;combattere per la cultura&#8221;, oggi, è quasi normale. Chiunque operi nel settore culturale, chiunque si interessi di arte, musica, paesaggio è ben consapevole che la lotta per difendere questo patrimonio è quotidiana. Le visioni possono divergere soltanto sull&#8217;esito: è una lotta proficua o destinata alla sconfitta? I pessimisti danno ormai la cultura, e alcuni settori in particolare, per morta. Gli ottimisti ad oltranza vedono invece rinascita, prospettive, nuovi modi di finanziare ecc. Come sempre, in medio stat virtus&#8230; Sicuramente la cultura e tutte le arti che la rappresentano se non son morte, stanno molto molto male. E al loro capezzale non ci sono certo medici premurosi ma piuttosto improvvisati becchini pronti a seppellirla. Ma c&#8217;è anche chi si ostina, con ragione, a proporre il proprio talento in ambito musicale, figurativo, artistico in senso lato. Poi c&#8217;è anche il pubblico dei fruitori che cambia. Oggi chi si avvicina a una mostra, a un&#8217;opera lirica, ad uno spettacolo musicale è diverso dal pubblico di ieri. E&#8217; condizionato da innumerevoli fattori che l&#8217;hanno reso più distaccato, meno passionale, meno partecipe. Di tutto questo si deve tener conto. I soldi per la cultura sono pochi, i finanziatori privati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4017" title="fight_club-6061156" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/fight_club-6061156.jpg" alt="" width="330" height="230" />&gt; di Fabio Ceppelli</strong></p>
<p>Dire di &#8220;combattere per la cultura&#8221;, oggi, è quasi normale. Chiunque operi nel settore culturale, chiunque si interessi di arte, musica, paesaggio è ben consapevole che la lotta per difendere questo patrimonio è quotidiana.<br />
Le visioni possono divergere soltanto sull&#8217;esito: è una lotta proficua o destinata alla sconfitta?<br />
I pessimisti danno ormai la cultura, e alcuni settori in particolare, per morta. Gli ottimisti ad oltranza vedono invece rinascita, prospettive, nuovi modi di finanziare ecc. Come sempre, in medio stat virtus&#8230;</p>
<p>Sicuramente la cultura e tutte le arti che la rappresentano se non son morte, stanno molto molto male. E al loro capezzale non ci sono certo medici premurosi ma piuttosto improvvisati becchini pronti a seppellirla.<br />
Ma c&#8217;è anche chi si ostina, con ragione, a proporre il proprio talento in ambito musicale, figurativo, artistico in senso lato. Poi c&#8217;è anche il pubblico dei fruitori che cambia. Oggi chi si avvicina a una mostra, a un&#8217;opera lirica, ad uno spettacolo musicale è diverso dal pubblico di ieri. E&#8217; condizionato da innumerevoli fattori che l&#8217;hanno reso più distaccato, meno passionale, meno partecipe. Di tutto questo si deve tener conto. I soldi per la cultura sono pochi, i finanziatori privati in Italia si contano sulle dita di una mano, il pubblico non è quello tedesco e nemmeno quello francese.</p>
<p>Allora dobbiamo darci per sconfitti? Certo che no.</p>
<p>Dobbiamo ripartire proprio dai talenti, dai tanti giovani che fanno musica, cantano, dipingono, fanno fotografia, scultura, arti multimediali. Lo fanno con professionalità, studiando ogni giorno per lavorare, possibilmente, ogni giorno.<br />
Sono tanti, tantissimi. Italiani e stranieri che scelgono l&#8217;Italia perchè qui comunque si respira cultura, storia, arte. Ripartendo da questi talenti le istituzioni dovranno preoccuparsi di offrire, anche senza grossi investimenti<br />
(anzi, al contrario,&#8230;) occasioni di farsi conoscere. I finanziatori privati potranno, auspicabilmente, vedere in questi talenti possibilità di abbinare il loro marchio a iniziative di pregio e con un ritorno di immagine. Il pubblico dovrà pian piano riabituarsi ad essere partecipe e non solo spettatore. E forse, vedendo la passione di tanti giovani, anche supportati da Maestri motivati e generosi, la partecipazione di enti pubblici e privati, anche il pubblico si sentirà “in obbligo” di risvegliarsi da quel torpore in cui è precipitato.</p>
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		<title>La foresta va in città</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Oct 2011 13:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Silvia Pergetti</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4014" title="waldspirale_hundertwasser_building" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/waldspirale_hundertwasser_building.jpg" alt="" width="489" height="342" /></p>
<p>“Esistono due valori cruciali senza i quali una vita umana soddisfacente è inconcepibile. Si tratta di libertà e sicurezza. Essi sono entrambi necessari ma difficili da conciliare; si completano ma, allo stesso tempo, si limitano reciprocamente”. Queste parole del sociologo Zygmunt Bauman sembrano cogliere appieno lo smarrimento del cittadino contemporaneo che, di fronte all’impeccabilità della macchina urbana, si ritrova paradossalmente a soffrire la mancanza di uno spazio vitale non codificato. No, non stiamo parlando dei bocconcini di verde ai quali le città concedono un posto nella pianificazione del territorio urbano, ma del primitivo desiderio di evasione in una natura incontaminata. Al quale tuttavia non mancano le prime risposte.<br />
A cominciare da New York, dove la comunità no profit Friends of the High Line è riuscita, con il supporto dell’amministrazione locale, a sottrarre al cemento un’area urbana inutilizzata e a riconvertirla in uno spazio incolto. Il progetto che ha per oggetto due chilometri e mezzo di tratta ferroviaria sopraelevata nel quartiere di Manhattan, è mirato a preservare l’area urbana così come modificata nel tempo dall’uomo e a fare in modo che la natura si riappropri gradualmente della porzione di territorio sottrattole nel lontano 1929. Da giugno i cittadini newyorkesi possono finalmente compiacersi della vista, inconsueta per una metropoli all’avanguardia, di una natura lasciata libera di correre sui binari.</p>
<p>Che la Grande Mela si sia lasciata ispirare dal libro The world without us, in cui il giornalista statunitense Alan Weisman descrive la trasformazione dello spazio civilizzato per opera della natura in assenza dell’uomo? Certo lo ha fatto il regista teatrale Tobias Rausch, di Francoforte sul Meno, che insieme alla compagnia teatrale Schauspiel Hannover ha deciso di portare in scena un progetto artistico inconsueto, in cui la natura assume il ruolo di protagonista: Die Welt ohne uns &#8211; Botanisches Langzeittheather (Il mondo senza di noi) conduce il pubblico, nell’arco del quinquennio 2010-2015, in una rappresentazione visionaria e futuristica della riscossa delle piante dopo la scomparsa del genere umano, invocando una riflessione su vari aspetti della convivenza tra uomo e natura. In quanto all’ambientazione la compagnia non è di certo uscita dal seminato (si fa per dire…): le rovine di una vecchia caserma alla periferia di Hannover.</p>
<p>C’è bisogno che l’uomo scompaia per riportare un po’ di selvaggio nelle nostre città? Berlino ci viene in tranquillizzante soccorso. Nell’ambito dell’iniziativa Holywood, che ha accompagnato l’edizione 2010 della Berlinale, un’imponente installazione luminosa ha richiamato l’attenzione sulla formazione boschiva del Tiergarten, il grande polmone verde della città: nel pieno centro cittadino 210 ettari di boschi e radure costituiscono l’habitat di una settantina di specie di uccelli e una ventina di altri tipi di animali, tra cui scoiattoli, volpi e orsetti lavatori. Il nome Holywood (in inglese &#8216;bosco sacro&#8217;) rievoca una dimensione sacrale e religiosa del bosco, in cui l’uomo può smarrirsi, ma anche ritrovarsi in un contesto più intimo, non civilizzato e quindi incorrotto, incontaminato, estraneo alle convenzioni sociali di cui sono impregnate le nostre città. Chè, come scrisse Michelangelo, &#8220;sol nè boschi è pace&#8221;. Conclusione cui giunse anche il pioniere della bioarchitettura Friedensreich Hundertwasser. Le mirabili soluzioni architettoniche dell’architetto austriaco, che inglobano gli alberi negli edifici e lasciano libero sfogo alle piante sulle superfici esterne e sui tetti, ci rassicurano: non dovremo aspettare la fine dell’umanità per vedere le nostre case ricoperte di vegetazione.</p>
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