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	<title>ImprenditoriEconomia | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>Impara l&#8217;arte e mettila in piazza</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/11/30/impara-larte-e-mettila-in-piazza/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 10:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche per il 2011 Formedil ha scelto di riproporre Ediltrophy, la gara di arte muraria tra squadre di mastri e apprendisti muratori. Una manifestazione unica nel suo genere, con la quale si intende diffondere l’importanza della formazione professionale, valorizzando un patrimonio umano essenziale per la qualità del costruire e promuovendo un’immagine positiva del settore edile, troppo spesso fatto oggetto di attenzione solo in occasione di incidenti sul lavoro o di sfruttamento della manodopera. La competizione si è articolata in due fasi: prima le selezioni regionali si sono svolte in 15 città italiane; poi la finale nazionale, a Bologna, in occasione del SAIE. Alla gara hanno partecipato una o più squadre, ciascuna composta da due muratori, in rappresentanza delle diverse Scuole Edili d’Italia, per la categoria Apprendisti o Mastri, a seconda del grado di esperienza dei suoi membri. La sfida si è basata su un disegno tecnico predisposto dal Formedil, uguale su tutto il territorio nazionale. «Con Ediltrophy &#8211; ha dichiarato Massimo Calzoni, presidente nazionale di Formedil &#8211; intendiamo valorizzare il patrimonio di capacità professionali che esiste oggi nel mondo delle costruzioni e che è a disposizione dell’industria edile in una fase di crisi in cui la qualità costruttiva è destinata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4239" title="DSC01880" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/DSC01880.jpg" alt="" width="455" height="341" />Anche per il 2011 Formedil ha scelto di riproporre Ediltrophy, la gara di arte muraria tra squadre di mastri e apprendisti muratori. Una manifestazione unica nel suo genere, con la quale si intende diffondere l’importanza della formazione professionale, valorizzando un patrimonio umano essenziale per la qualità del costruire e promuovendo un’immagine positiva del settore edile, troppo spesso fatto oggetto di attenzione solo in occasione di incidenti sul lavoro o di sfruttamento della manodopera.<br />
La competizione si è articolata in due fasi: prima le selezioni regionali si sono svolte in 15 città italiane; poi la finale nazionale, a Bologna, in occasione del SAIE.</p>
<p>Alla gara hanno partecipato una o più squadre, ciascuna composta da due muratori, in rappresentanza delle diverse Scuole Edili d’Italia, per la categoria Apprendisti o Mastri, a seconda del grado di esperienza dei suoi membri. La sfida si è basata su un disegno tecnico predisposto dal Formedil, uguale su tutto il territorio nazionale.</p>
<p>«Con Ediltrophy &#8211; ha dichiarato Massimo Calzoni, presidente nazionale di Formedil &#8211; intendiamo valorizzare il patrimonio di capacità professionali che esiste oggi nel mondo delle costruzioni e che è a disposizione dell’industria edile in una fase di crisi in cui la qualità costruttiva è destinata a fare la differenza. Ediltrophy è una competizione che richiama fortemente le nostre radici e tradizioni murarie, ma al tempo stesso è portatrice di quegli elementi di novità necessari perché la qualità del costruire sia oggi competitiva».</p>
<p>Nell&#8217;edizione di quest’anno, per valorizzare il lavoro delle squadre in gara e per intrecciare relazioni ancor più profonde con i Comuni che hanno ospitato le manifestazioni, i manufatti realizzati durante le gare sono diventati panchine che sono state messe a disposizione gratuitamente delle pubbliche amministrazioni come contributo all&#8217;arricchimento degli arredi urbani cittadini.</p>
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		<title>Imprese che hanno fatto la storia</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 09:39:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Non sono solamente le istituzioni ad avere fatto la storia d’Italia, ma anche le persone e le loro attività. Ecco perché, nell’anno in cui si festeggia il 150esimo anniversario dell’Unità nazionale, Unioncamere ha voluto creare il Registro delle Imprese Storiche: oltre 1300 aziende in tutta Italia, con alle spalle oltre un secolo di attività imprenditoriale, sono già state iscritte. Si tratta di realtà che hanno contribuito alla crescita del Paese, trasmettendo nel tempo un patrimonio di esperienze di cui fare tesoro: le loro attività hanno segnato la vita dei luoghi, il loro paesaggio, la storia delle persone che vi hanno lavorato e di quanti hanno goduto dei beni prodotti. Sembra incredibile che un’impresa – qualunque tipo di impresa – sia stata in grado di sopravvivere per oltre cento anni, passando indenne tra gli sconvolgimenti del Secolo Breve e crisi economiche sempre più imprevedibili. E invece, a sorpresa, sono molte le aziende che possono vantare una storia anche più lunga: ben ventidue imprese sono nate addirittura prima del XV° secolo. La palma della ditta più antica d’Italia viene vinta dalla Rolla Traverso &#38; Storace Spa di Genova, un’azienda che si occupa di fornire lamiere, tubi e profilati a cantieri navali, officine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4214" title="cioccolatomajani_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/cioccolatomajani_opt-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Non sono solamente le istituzioni ad avere fatto la storia d’Italia, ma anche le persone e le loro attività. Ecco perché, nell’anno in cui si festeggia il 150esimo anniversario dell’Unità nazionale, Unioncamere ha voluto creare il Registro delle Imprese Storiche: oltre 1300 aziende in tutta Italia, con alle spalle oltre un secolo di attività imprenditoriale, sono già state iscritte. Si tratta di realtà che hanno contribuito alla crescita del Paese, trasmettendo nel tempo un patrimonio di esperienze di cui fare tesoro: le loro attività hanno segnato la vita dei luoghi, il loro paesaggio, la storia delle persone che vi hanno lavorato e di quanti hanno goduto dei beni prodotti.</p>
<p>Sembra incredibile che un’impresa – qualunque tipo di impresa – sia stata in grado di sopravvivere per oltre cento anni, passando indenne tra gli sconvolgimenti del Secolo Breve e crisi economiche sempre più imprevedibili. E invece, a sorpresa, sono molte le aziende che possono vantare una storia anche più lunga: ben ventidue imprese sono nate addirittura prima del XV° secolo.</p>
<p>La palma della ditta più antica d’Italia viene vinta dalla Rolla Traverso &amp; Storace Spa di Genova, un’azienda che si occupa di fornire lamiere, tubi e profilati a cantieri navali, officine e caldarerie: la prima attività documentata risale addirittura all’anno 890.<br />
In Emilia-Romagna le ditte storiche sono 135, concentrate in gran parte nelle attuali province di Bologna, Reggio e Parma. Il più antico sopravvissuto è l’Hotel Posta, da 496 anni nella sua sede di piazza Del Monte a Reggio, ma esistono molte altre imprese che hanno resistito ottimamente agli urti del tempo. Tra queste, vi sono ditte conosciute in tutto il mondo così come piccole aziende agricole; i negozi di famiglia siedono accanto a imprese che esportano in tutto il mondo, le banche accanto a piccoli negozi come La Stellina di Modena (una libreria aperta nel 1790) o a una bottega specializzata in biancheria per la casa, quello di Lorena Balestri, che è diventato una vera e propria istituzione del centro storico di Porretta Terme.</p>
<p>Scorrere i nomi di queste aziende, l’uno dopo l’altro, significa compiere uno strano viaggio tra tradizione e modernità. Certo, nessuna di queste imprese utilizza le stesse tecnologie di quando aprirono i battenti, ma appare comunque difficile accomunare un posto sospeso nel tempo come il negozio di articoli religiosi dei fratelli Bizzocchi di Reggio Emilia &#8211; con il suo immutabile profumo di candele &#8211; alla cartoleria Bettini di Cesena, che sarà sì stata aperta nel 1880, ma vanta un’efficiente negozio online e un sito web talmente curato da far impallidire persino alcune multinazionali.<br />
Dietro ogni impresa, una storia che merita di essere conosciuta, un baule di curiosità che si schiude. Nel 1902 Guido Ghezzi, pasticcere di origini milanesi, avvia a Ferrara un laboratorio di pasticceria, dopo aver appreso in Svizzera l’arte della lavorazione del cioccolato. “Qui – scrive Stefania Benazzi in Quando le fabbriche abitavano in centro &#8211; riprese un’antica ricetta ferrarese del secolo XVI, ne perfezionò la formula e ricoprì questo pane, di cioccolato, prodotto ancora sconosciuto nel 1500. Fu un grande successo. Tutti cercarono di imitarlo: fornai, casalinghi, laboratori dolciari, preparando milioni di questi pani che ne hanno fatto il dolce simbolo della città. Fu così che Guido Ghezzi diventò l’uomo più dolce di Ferrara”. Potrebbe essere la trama di un film, e invece è la storia della Fabbrica Italo Svizzera, che a distanza di oltre un secolo produce ancora il delizioso panpepato.</p>
<p>Alcuni dei prodotti di queste aziende sono entrati a far parte della storia di ognuno: i vasi bianchi e blu dell’amarena Fabbri (nata nel 1905 a Bologna) hanno per noi lo stesso effetto di una madeleine proustiana. Altre volte, ciò che queste imprese realizzano fanno parte della nostra quotidianità, come i contenitori in vetro e plastica della Bormioli Rocco, che opera a Fidenza dal 1854, o i cioccolatini Majani (creati per la prima volta a Bologna nel 1796).<br />
Storie, oggetti, vite: sorprendente, quanto un semplice registro camerale possa contenere.</p>
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		<title>Se sei piccolo ti tagliano il credito?</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[«L’attuale crisi del sistema bancario conduce inevitabilmente a una paralisi delle piccole e medie imprese». A sostenerlo è Stefano Vecchi, direttore commerciale del Credito Cooperativo Reggiano, al quale abbiamo chiesto qualche spiegazione su una recente indagine della CGIA di Mestre, secondo la quale al 31 marzo 2011 il 78,8% del totale dei finanziamenti alle imprese è stato stanziato al primo 10% degli affidatari. In sostanza, sarebbero le grandi imprese a ottenere la maggior parte dei finanziamenti, nonostante queste aziende possano vantare un tasso di insolvenza pari al 78,6%. Come si possono commentare questi dati? La situazione è frutto dell’attuale mancanza di liquidità, che genera una sofferenza nelle Pmi. Ci sono due teorie che spiegano come mai la maggior parte dei finanziamenti finisca alle grandi imprese. Molti dicono che le banche cerchino aziende che abbiano clienti solvibili e che siano in grado di creare utili. Poco importa la questione della scarsa solvibilità: per le grandi banche le garanzie reali non sono più sufficienti per garantire l’accesso al credito. La seconda teoria, che è anche quella di Bortolussi, presidente della Cgia di Mestre, è che le banche siano condizionate dalla presenza degli imprenditori nei Cda. E’ una denuncia che Lei condivide? La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4236" title="credit-crunch" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/credit-crunch.jpg" alt="" width="439" height="330" />«L’attuale crisi del sistema bancario conduce inevitabilmente a una paralisi delle piccole e medie imprese». A sostenerlo è Stefano Vecchi, direttore commerciale del Credito Cooperativo Reggiano, al quale abbiamo chiesto qualche spiegazione su una recente indagine della CGIA di Mestre, secondo la quale al 31 marzo 2011 il 78,8% del totale dei finanziamenti alle imprese è stato stanziato al primo 10% degli affidatari. In sostanza, sarebbero le grandi imprese a ottenere la maggior parte dei finanziamenti, nonostante queste aziende possano vantare un tasso di insolvenza pari al 78,6%.</p>
<p>Come si possono commentare questi dati?<br />
La situazione è frutto dell’attuale mancanza di liquidità, che genera una sofferenza nelle Pmi. Ci sono due teorie che spiegano come mai la maggior parte dei finanziamenti finisca alle grandi imprese. Molti dicono che le banche cerchino aziende che abbiano clienti solvibili e che siano in grado di creare utili. Poco importa la questione della scarsa solvibilità: per le grandi banche le garanzie reali non sono più sufficienti per garantire l’accesso al credito. La seconda teoria, che è anche quella di Bortolussi, presidente della Cgia di Mestre, è che le banche siano condizionate dalla presenza degli imprenditori nei Cda.</p>
<p>E’ una denuncia che Lei condivide?<br />
La condivido in generale, ma nello specifico il quadro è più complesso: le tensioni sono anche create dalle sofferenze che le aziende hanno in pancia. Bisogna considerare che in questo periodo stiamo affrontando problematiche mai viste prima: oggi tutti i settori sono bloccati e, dato che le banche hanno i bilanci minati, sono costrette a guardare ad aziende che hanno utili più forti.</p>
<p>Che possibilità hanno le Pmi per uscire da questa situazione?<br />
Messe a dura prova anche da una pressione fiscale molto forte, le Pmi possono contare sugli aiuti dei comitati cooperativi di garanzia, attraverso i quali riescono a ottenere accesso al credito e tassi agevolati. E certo possono appoggiarsi alle banche che valutano anche il contesto territoriale in cui un’azienda si trova a operare prima di concedere l’accesso al credito, come facciamo noi.</p>
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		<title>Il vino si tinge green</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 11:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Un risparmio energetico pari a 44 tonnellate di petrolio e 131 tonnellate di Co2 in meno immesse nell’atmosfera ogni anno. Sono questi i vantaggi che porterà il nuovo impianto fotovoltaico installato sul tetto della sede di Casali Viticultori, storica cantina di Pratissolo di Scandiano. Il nuovo dispositivo è stato presentato ieri sera dai responsabili dell’azienda nel corso dell’aperitivo che ha preceduto la tradizionale Cena del Vino Novello 2011. La potenza complessiva dell&#8217;impianto, allacciato in tarda estate ed entrato in funzione all’inizio di novembre, è di 193,6 kwp e sarà in grado di produrre attraverso energia rinnovabile i due terzi del fabbisogno totale dell’azienda. La sostituzione della precedente copertura con i pannelli solari garantirà inoltre un maggiore isolamento termico, riducendo ulteriormente i consumi. Ma l’impegno per l’ambiente di Casali va oltre questa importante novità. L’azienda da tempo offre infatti ai propri clienti la possibilità di restituire i vuoti delle bottiglie acquistate, con il rimborso del reso. Le bottiglie riportate in cantina vengono accuratamente rilavate, sottoposte ai necessari controlli di sicurezza e riutilizzate nell’imbottigliamento. Questa iniziativa ha portato nel 2010 al riutilizzo di più di 230mila bottiglie. La Cena del Vino Novello, che si è svolta ieri sera e a cui hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4329" title="Casali_GiovanniSidoli" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Casali_GiovanniSidoli.jpg" alt="" width="637" height="426" /></p>
<p>Un risparmio energetico pari a 44 tonnellate di petrolio e 131 tonnellate di Co2 in meno immesse nell’atmosfera ogni anno. Sono questi i vantaggi che porterà il nuovo impianto fotovoltaico installato sul tetto della sede di Casali Viticultori, storica cantina di Pratissolo di Scandiano. Il nuovo dispositivo è stato presentato ieri sera dai responsabili dell’azienda nel corso dell’aperitivo che ha preceduto la tradizionale Cena del Vino Novello 2011.</p>
<p>La potenza complessiva dell&#8217;impianto, allacciato in tarda estate ed entrato in funzione all’inizio di novembre, è di 193,6 kwp e sarà in grado di produrre attraverso energia rinnovabile i due terzi del fabbisogno totale dell’azienda. La sostituzione della precedente copertura con i pannelli solari garantirà inoltre un maggiore isolamento termico, riducendo ulteriormente i consumi.<br />
Ma l’impegno per l’ambiente di Casali va oltre questa importante novità. L’azienda da tempo offre infatti ai propri clienti la possibilità di restituire i vuoti delle bottiglie acquistate, con il rimborso del reso. Le bottiglie riportate in cantina vengono accuratamente rilavate, sottoposte ai necessari controlli di sicurezza e riutilizzate nell’imbottigliamento. Questa iniziativa ha portato nel 2010 al riutilizzo di più di 230mila bottiglie.</p>
<p>La Cena del Vino Novello, che si è svolta ieri sera e a cui hanno preso parte le autorità del territorio, è stata inoltre l’occasione per tracciare un bilancio delle attività svolte dalla cantina nel corso dell’anno. “Anche in un contesto economico non facile &#8211; ha dichiarato il presidente di Casali Viticultori Camillo Galaverni &#8211; siamo riusciti a superare i risultati economici dello scorso anno. Questo anche grazie all’apertura di nuovi importanti mercati come Bielorussia, Taiwan, Hong Kong, Australia, Canada e Malesia”.</p>
<p>“Se i mercati esteri si sono rivelati particolarmente ricettivi verso i prodotti di Casali Viticultori – ha aggiunto l’ad ed export manager della cantina Giovanni Sidoli – anche in Italia gli operatori del settore hanno riconosciuto l’importante lavoro svolto negli ultimi anni per la crescita e la qualificazione dei nostri vini, come testimoniano i tanti premi ricevuti nel 2011”. Buone anche le prospettive per il 2012, grazie a una vendemmia di qualità, sui cui mosti sta lavorando la squadra composta dal direttore di produzione Iacopo Michele Giannotti e dall’enologo Luca D’Attoma, recentemente assunto come consulente dalla cantina.</p>
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		<title>Sergio Marchionne è uscito dal gruppo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 10:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[› di Federico Parmeggiani La notizia ha fatto scalpore, nonostante da tempo ci fossero avvisaglie di questa rottura: dall’anno prossimo la Fiat uscirà da Confindustria. Lo ha fatto sapere Sergio Marchionne a inizio ottobre tramite un comunicato in cui sottolineava come il divorzio si concretizzerà a livello nazionale dal prossimo gennaio, pur riservandosi l’azienda la facoltà di collaborare, a livello locale, con alcune articolazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l’Unione Industriali di Torino. Ufficialmente un&#8217;incertezza insostenibile Alla base di questa separazione, a detta dello stesso manager, ci sarebbero le posizioni opache e poco chiare dell’associazione di categoria degli industriali, in merito all’interpretazione e alla concreta attuazione dell’accordo interconfederale sottoscritto nei mesi scorsi, e all’applicazione dell’articolo 8 della manovra varata ad agosto dal Governo, che prevede un rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale a discapito di quella centrale. Fiat sostiene che, in ragione della sua natura di impresa multinazionale desiderosa di espandersi nel mondo, non può tollerare una simile incertezza su un tema così importante come la contrattazione aziendale, che a suo dire è essenziale per garantire il dinamismo che il mercato richiede per essere competitivi a livello globale. Questo episodio, che sicuramente avrà una portata rilevante nella storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4232" title="marchionne_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/marchionne_opt.jpg" alt="" width="477" height="318" />› di Federico Parmeggiani</strong></p>
<p>La notizia ha fatto scalpore, nonostante da tempo ci fossero avvisaglie di questa rottura: dall’anno prossimo la Fiat uscirà da Confindustria. Lo ha fatto sapere Sergio Marchionne a inizio ottobre tramite un comunicato in cui sottolineava come il divorzio si concretizzerà a livello nazionale dal prossimo gennaio, pur riservandosi l’azienda la facoltà di collaborare, a livello locale, con alcune articolazioni territoriali di Confindustria e in particolare con l’Unione Industriali di Torino.</p>
<p>Ufficialmente un&#8217;incertezza insostenibile<br />
Alla base di questa separazione, a detta dello stesso manager, ci sarebbero le posizioni opache e poco chiare dell’associazione di categoria degli industriali, in merito all’interpretazione e alla concreta attuazione dell’accordo interconfederale sottoscritto nei mesi scorsi, e all’applicazione dell’articolo 8 della manovra varata ad agosto dal Governo, che prevede un rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale a discapito di quella centrale. Fiat sostiene che, in ragione della sua natura di impresa multinazionale desiderosa di espandersi nel mondo, non può tollerare una simile incertezza su un tema così importante come la contrattazione aziendale, che a suo dire è essenziale per garantire il dinamismo che il mercato richiede per essere competitivi a livello globale.<br />
Questo episodio, che sicuramente avrà una portata rilevante nella storia futura delle relazioni industriali italiane, induce a fare un paio di riflessioni sul ruolo della Fiat in Italia e sulla funzione che oggi può ricoprire un’associazione di categoria come Confindustria.</p>
<p>La FIAT che verrà<br />
E&#8217; evidente che la casa automobilistica torinese sta cercando di smarcarsi dal suo passato di industria con una base marcatamente italiana, per lanciarsi più agevolmente alla conquista dei mercati esteri. Se e come ci riuscirà è questione sulla quale attualmente non ci è dato sapere. Certo è che una tale strategia implica un agire che è ben diverso da quello che ha guidato nei decenni scorsi il colosso di Torino, il quale &#8211; non dimentichiamolo mai &#8211; è stato svariate volte tenuto in vita o fatto prosperare da misure anticoncorrenziali, o da leggi e leggine confezionate su misura e ottenute grazie al peso politico di cui l’azienda disponeva. Ma nell’ultimo decennio tutto è cambiato: le agevolazioni di quel tipo sono state vietate dalla normativa europea (God Save the EU!) e in ogni caso non sarebbero più sostenibili per la nostra indebolita economia e quindi bisogna pensare ad altro. Negli ultimi anni il manager italo-canadese ha apparentemente continuato a fare giocare alla Fiat un ruolo altamente contiguo alla politica, ma con una differenza sostanziale: quello che oggi interessa alla Fiat non è più la politica italiana, intrappolata nelle sabbie mobili in cui tutti noi stiamo sprofondando, ma la politica dei paesi che stanno meglio di noi e possono garantire a Fiat un business più redditizio. In questo quadro si situa la sinergia con Chrysler, che ha beneficiato di un sostanzioso incentivo economico della presidenza USA e, così facendo, ha creato un’integrazione tra colossi storici che altrimenti avrebbe richiesto anni.<br />
Badate bene, questa strategia non è da condannare totalmente: un paese serio, anche quando elargisce un provvedimento che avvantaggia un attore del mercato a scapito degli altri, non lo fa a fondo perduto ed esercita uno stringente monitoraggio sull’utilizzo del vantaggio elargito. Ed è così che Fiat ha ripagato quanto ricevuto dal governo americano. Tutto bene fin qui? Forse, ad eccezione del fatto che &#8211; come è sfuggito a Marchionne in una sua intervista dell’anno scorso da Fazio &#8211; nel quadro di questa strategia l’Italia non solo non è un asset strategico per Fiat, ma rischia addirittura di essere un peso.</p>
<p>Confindustria: che fare?<br />
Ora pensiamo a Confindustria. A ben vedere l&#8217;associazione espleta in gran parte la medesima funzione di un sindacato, ossia si fa portavoce degli interessi dell’industria italiana e li difende facendoli valere nelle sedi opportune, ossia nei confronti della politica italiana e dei sindacati dei lavoratori italiani. Ed evidentemente tutto questo a Fiat non interessa più, risultando forse poco rilevante per i suoi piani futuri.<br />
Perciò, mettiamoci l’anima in pace: quello di Fiat non è un capriccio ma un obiettivo ben preciso, e la sua volontà di smarcarsi dall’industria italiana e di collocarsi altrove era già emersa in modo evidente. Sicuramente Confindustria perderà un componente di peso ma, se nei suoi confronti l’azienda torinese lamentava un deficit di rappresentatività, allora tanto meglio così. Anzi, perché non trarre da questa rottura un auspicio per il futuro prossimo, ossia che, persa una grande azienda, Confindustria si concentri di più sulle piccole, le coltivi e fornisca loro un reale supporto &#8211; in termini di know-how, di networking e di servizi &#8211; per spingerle a diventare grandi? Questo significherebbe davvero perseguire una finalità utile all’economia di questo paese, che è imperniata proprio sulle imprese di medie dimensioni e che avrebbe tutto da guadagnarci nell’aumento della loro dimensione strutturale e del loro peso globale. Inoltre, quella prospettata sarebbe per Confindustria un’eccellente occasione per spogliarsi momentaneamente dei panni di grigio sindacato degli industriali e vestire orgogliosamente la livrea della lobby nel senso anglosassone del termine, ossia di un&#8217;istituzione che mira a promuovere attivamente i propri membri, aiutandoli a perseguire il loro successo individuale, che a livello aggregato è anche il successo dell’economia italiana.</p>
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		<title>Aiutati che il web ti aiuta</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:55:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Tutto ebbe inizio con i Marillion. Fu proprio la storica progressive-rock band inglese, infatti, a scoprire quanto i microfinanziamenti dei loro sostenitori potessero essere importanti per realizzare un progetto: nel 1997 i loro fan americani raccolsero ben 60mila dollari da donare al gruppo tramite una campagna su internet, e questa cifra finanziò il tour della band negli Stati Uniti. Quasi quindici anni dopo, il web è diventata una realtà imprescindibile, e storie di questo tipo accadono quotidianamente. Il fenomeno si chiama crowdfunding, e il termine italiano più adatto per descriverlo sarebbe azionariato popolare: è l’arte di pubblicizzare un progetto ancora nella sua fase iniziale per ottenere finanziamenti via web da anonimi sostenitori, i quali ricevono in cambio diversi benefit a seconda della quota versata. Le piattaforme online, su cui i progetti vengono realizzati e finanziati, esistono dal 2008. Molte sono dedicate espressamente al settore delle arti e della creatività, ma ne esistono altre in cui è possibile chiedere donazioni per qualunque tipo di iniziativa: dalla raccolta fondi in occasione di tragedie umanitarie al giornalismo partecipativo, dalla ricerca scientifica alla green economy. Sta ai portali accettare o meno i progetti che vengono sottoposti: Yancey Strickler, amministratore delegato di Kickstarter.com, spiega che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-4226" title="crowdfunding" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/crowdfunding.jpg" alt="" width="448" height="319" />Tutto  ebbe inizio con i Marillion. Fu proprio la storica progressive-rock  band inglese, infatti, a scoprire quanto i microfinanziamenti dei loro  sostenitori potessero essere importanti per realizzare un progetto: nel  1997 i loro fan americani raccolsero ben 60mila dollari da donare al  gruppo tramite una campagna su internet, e questa cifra finanziò il tour  della band negli Stati Uniti.</p>
<p>Quasi  quindici anni dopo, il web è diventata una realtà imprescindibile, e  storie di questo tipo accadono quotidianamente. Il fenomeno si chiama  crowdfunding, e il termine italiano più adatto per descriverlo sarebbe  azionariato popolare: è l’arte di pubblicizzare un progetto ancora nella  sua fase iniziale per ottenere finanziamenti via web da anonimi  sostenitori, i quali ricevono in cambio diversi benefit a seconda della  quota versata.</p>
<p>Le  piattaforme online, su cui i progetti vengono realizzati e finanziati,  esistono dal 2008. Molte sono dedicate espressamente al settore delle  arti e della creatività, ma ne esistono altre in cui è possibile  chiedere donazioni per qualunque tipo di iniziativa: dalla raccolta  fondi in occasione di tragedie umanitarie al giornalismo partecipativo,  dalla ricerca scientifica alla green economy.</p>
<p>Sta  ai portali accettare o meno i progetti che vengono sottoposti: Yancey  Strickler, amministratore delegato di Kickstarter.com, spiega che  l’azienda accetta di promuovere circa la metà delle idee che arrivano  quotidianamente. «Rifiutiamo progetti che siano semplicemente richieste  di raccolte fondi – ha spiegato in un’intervista all’Economist – Di  quelli che vengono accettati, circa la metà riesce a essere finanziato.  Grazie a noi sono stati raccolti oltre 75 milioni di dollari per ben  10mila progetti, da quando il sito è stato lanciato nell’aprile 2009».</p>
<p>E’  proprio Kickstarter a fare da modello per tutti i siti di crowdfunding.  L’iscrizione al sito è gratuita, e per prima cosa bisogna sottoporre il  proprio progetto per far sì che venga approvato. Una volta superato il  primo ostacolo, il creativo dovrà presentare la propria idea nel modo  più accattivante possibile per attirare i potenziali finanziatori che  navigano nel mare magnum del portale. Inoltre, dovrà fissare una cifra  entro la quale il progetto potrà dirsi finanziato, e un limite di tempo  per raggiungere tale somma con le donazioni degli utenti. Kickstarter si  basa su una formula full or nothing: vale a dire che l’importo totale  delle singole donazioni ricevute sarà erogato solo in caso di  raggiungimento della cifra prestabilita entro il limite di tempo  indicato. In caso contrario, il progetto non sarà finanziato, e i  donatori (detti anche backers) non si vedranno prelevare dalle loro  carte di credito nemmeno un centesimo.</p>
<p>Sini  Anderson è una regista newyorchese, e ha chiesto alla community di  Kickstarter di finanziare The punk singer, il suo documentario sulla  scena delle riot grrrls. Ha raggiunto l’obiettivo di 44.000 dollari in  soli 7 giorni: un risultato sorprendente, ottenuto anche grazie agli  accattivanti benefit preparati per i finanziatori. Chi ha donato da 5 a  25 dollari, ad esempio, si dovrà accontentare della cartolina del film  autografata dalla regista, ma chi ne ha offerti da 25 a 50 avrà accesso  ai primi cinque minuti montati del film, mesi prima dell’uscita della  pellicola nelle sale. Il valore dei benefit aumenta dunque col crescere  della somma donata: Sini è arrivata a coinvolgere la protagonista del  documentario, che ha promesso di riarredare personalmente la stanza di  coloro che hanno donato oltre 10mila dollari. Tanti piccoli mattoni, di  forma e peso diversi, hanno formato un muro solidissimo: The punk singer  si farà, e sarà completato entro il 2012. Alla fine di questo lungo  processo, Kickstarter tratterrà solamente il 5% dei finanziamenti  ottenuti: se il progetto non fosse stato finanziato, però, nemmeno il  portale avrebbe guadagnato nulla. La Anderson manterrà il 100% della  proprietà dell’opera (non condividendola né con i finanziatori né con il  portale), ma sarà legalmente responsabile dell&#8217;erogazione dei benefici  promessi ai backers che ne hanno appoggiato il progetto.</p>
<p>Simili  modi di finanziare la propria attività possono sembrare azzardati, o un  po’ troppo nebulosi, ma sono semplicemente inusuali. Almeno per il  momento: per ora Kickstarter è disponibile solo per cittadini  statunitensi, ma molte altre piattaforme simili stanno nascendo un po’  ovunque, e sono accessibili anche a potenziali project leader italiani.</p>
<p>L’unico  pericolo è quello di esporre il proprio progetto quando è ancora nelle  sue fasi iniziali, rischiando che altri possano rubare l’idea e  realizzarla in tempi più brevi. Un azzardo non di poco conto, che però  nulla toglie alla validità del crowdfunding: un sistema pressoché  perfettamente bilanciato, in cui l’unica sfida è quella di produrre  un’idea talmente buona da interessare non uno sparuto gruppo di  finanziatori, ma una platea potenzialmente infinita di persone che  contribuiscono a realizzarla, ciascuno secondo le proprie possibilità. E  non è affatto detto che l’azionariato popolare permetta solamente di  pensare in piccolo: proprio grazie a Kickstarter, ad esempio, è nato  Diaspora, il social network decentralizzato e open source che sta  facendo tremare i polsi a giganti come Facebook e Google+. Partito con  un obiettivo di appena 10mila dollari, il progetto di 4 studenti della  New York University ne ha raccolti oltre 200mila e, grazie alla comunità  di sviluppatori aggregatasi su Github.com è rapidamente diventato uno  dei social network più diffusi e attenti alla salvaguardia della privacy  degli utenti.</p>
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		<title>Lobbying all’italiana</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Mazzei]]></category>
		<category><![CDATA[gruppi di interesse]]></category>
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		<description><![CDATA[› di Luca Costa Lobbying e lobbismo: termini piuttosto ricorrenti nel linguaggio mediatico, espressioni che ricompaiono ciclicamente nel dibattito culturale del nostro paese ed alle quali si fa spesso riferimento, non sempre con una precisa cognizione di causa. Non vi è dubbio sul fatto che in Italia a questi termini sia spesso associata una connotazione negativa: l’idea di qualcosa di poco chiaro, di oscuro, di faccendieri e cricche che attraverso manovre ambigue, ai limiti della legalità, tentano di influenzare il decisore pubblico, orientando scelte e decisioni che favoriscano i propri interessi particolari (a discapito di quelli di altri, è sottointeso). L’esistenza di gruppi che rappresentano istanze specifiche e agiscono in difesa di esse presso il legislatore è invece perfettamente accettata, socialmente e culturalmente (oltre che prevista e regolamentata da un preciso quadro normativo), in altri paesi: primo tra tutti gli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, Spagna e Canada, tanto per citarne alcuni. Il professor Pier Luigi Petrillo, trentacinque anni, è docente di Teorie e Tecniche del Lobbying presso l’Università Luiss di Roma, e di Diritto pubblico comparato alla Unitelma Sapienza. La diversa percezione che si ha del lobbismo in Italia rispetto ad altri paesi è qualcosa con cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>› di Luca Costa</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-4206" title="Lobby 1_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/Lobby-1_opt-1024x200.jpg" alt="" width="634" height="123" /></p>
<p>Lobbying e lobbismo: termini piuttosto ricorrenti nel linguaggio mediatico, espressioni che ricompaiono ciclicamente nel dibattito culturale del nostro paese ed alle quali si fa spesso riferimento, non sempre con una precisa cognizione di causa. Non vi è dubbio sul fatto che in Italia a questi termini sia spesso associata una connotazione negativa: l’idea di qualcosa di poco chiaro, di oscuro, di faccendieri e cricche che attraverso manovre ambigue, ai limiti della legalità, tentano di influenzare il decisore pubblico, orientando scelte e decisioni che favoriscano i propri interessi particolari (a discapito di quelli di altri, è sottointeso). L’esistenza di gruppi che rappresentano istanze specifiche e agiscono in difesa di esse presso il legislatore è invece perfettamente accettata, socialmente e culturalmente (oltre che prevista e regolamentata da un preciso quadro normativo), in altri paesi: primo tra tutti gli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, Spagna e Canada, tanto per citarne alcuni.</p>
<p><strong>Il professor Pier Luigi Petrillo, trentacinque anni, è docente di Teorie e Tecniche del Lobbying presso l’Università Luiss di Roma, </strong>e di Diritto pubblico comparato alla Unitelma Sapienza. La diversa percezione che si ha del lobbismo in Italia rispetto ad altri paesi è qualcosa con cui è abituato ad avere a che fare: «All’inizio del corso chiedo sempre agli studenti di associare alla parola lobbying un aggettivo, il primo che viene loro in mente: si tratta sempre di correlazioni negative. Ponendo la stessa domanda ad una classe della Columbia University di New York, le risposte sono invece del tutto positive». Secondo il professor Petrillo, le motivazioni di questa ostilità tutta italiana nei confronti dei gruppi di pressione sono di tre ordini: storiche, politiche e socio-culturali». Il ruolo delle lobbies diventa quindi proprio quello di dare voce a tali interessi particolari, in maniera tale da portarli all’attenzione del decisore. Un’altra motivazione è invece intrinseca alla storia politica del nostro paese. «Fino agli inizi degli anni ’90, il sistema politico italiano è stato dominato dai grandi partiti, che erano gli unici organi legittimati a rappresentare interessi di parte e a svolgere quindi il ruolo di mediatori tra la società e le istituzioni: i cosiddetti partiti cerniera &#8211; specifica il professore &#8211; Quello dei partiti era quindi un ruolo egemonico, nessun altro organo poteva prendere parte al processo di mediazione tra società ed istituzioni. Dopo la fine dei grandi partiti, iniziano invece ad emergere in Italia nuovi soggetti, che in un contesto caratterizzato dall’assenza di norme operano inevitabilmente nell’oscurità». «E’ chiaro quindi – così Petrillo ci introduce alle motivazioni socio-culturali – che le modalità operative di tali gruppi non possono che favorire il crearsi di una percezione negativa presso l’opinione pubblica. I giornali ed il sistema mediatico hanno poi contribuito in maniera significativa al radicarsi di essa».<br />
E’ possibile uscire da questo approccio, indubbiamente limitato ma radicato in precise ragioni storiche e politiche? Come riabilitare l’immagine del lobbying nel nostro Paese? Conclude Petrillo: «E’ necessario comprendere che le lobbies non sono soltanto i grandi gruppi farmaceutici o petroliferi. Amnesty International può considerarsi una lobby, così come il Wwf, o Greenpeace. Un gruppo di cittadini che si oppone alla costruzione di una nuova strada è una lobby».</p>
<p>E&#8217; necessaria quindi innanzitutto una sensibilizzazione dell’opinione pubblica. A questo proposito, è attiva in Italia l’associazione Il Chiostro – per la trasparenza delle lobbies che, come si legge sul sito web, si propone di “promuovere la cultura, la pratica, la regolamentazione della trasparenza nella rappresentanza degli interessi”. <strong>Il professor Giuseppe Mazzei, anch’egli un passato da docente alla Luiss e ora titolare del corso di Linguaggio Giornalistico e Relazioni Istituzionali presso la Sapienza Università di Roma,</strong> è il presidente dell&#8217;associazione: secondo il suo parere, proprio la regolamentazione rimane uno dei principali problemi in Italia. Tuttavia, prerequisito fondamentale alla legislazione è sapere esattamente di cosa si sta parlando: «Il lobbismo è una cosa diversa dalle relazioni pubbliche, è una cosa diversa dalla comunicazione, è necessario dargli una precisa identità». Prosegue infatti Mazzei: «Si può regolamentare un’attività di cui si ha consapevolezza: in Italia manca assolutamente tale consapevolezza, si ha una percezione completamente distorta. I lobbisti sono sottoposti come tutti i cittadini alle normali regole dei codici civile e penale, ma questa è un’attività molto delicata, perché mette a contatto gli interessi legittimi che sono diffusi nella società con il decisore politico, e in questa assenza di norme ognuno fa il lobbista come meglio crede, approfitta dei varchi che ci sono, e si creano situazioni che con il lobbismo non hanno nulla a che fare: malaffare, scambi di favori». Una regolamentazione del lobbismo è quindi la premessa per garantirne la trasparenza e, di conseguenza, favorire una maggiore comprensione e una minore diffidenza da parte dell’opinione pubblica. Secondo Mazzei, sono necessarie alcune norme: «Innanzitutto è fondamentale sapere chi è chi. Il lobbista deve dichiarare la propria identità, per chi lavora, chi rappresenta. Ad esempio, non andrebbe bene che un ex parlamentare si mettesse a fare il lobbista. Un’altra questione importante riguarda invece la presentazione di un rapporto annuale sul lavoro che è stato svolto dal lobbista: con chi ha parlato, quante risorse economiche ha impiegato. Tutto ciò attiene alla trasparenza dell’attività di lobbying, ma senz’altro non basta».<br />
L’aspetto morale della professione del lobbista è infatti altrettanto importante, secondo Mazzei: «Dovrebbe essere previsto un codice etico con tutta una serie di principi, come ad esempio non utilizzare informazioni per il proprio vantaggio personale. Bisognerebbe adottare almeno il codice in vigore a Bruxelles per il Parlamento Europeo». L’Unione Europea si è infatti già dotata di un albo professionale nel quale i lobbisti sono tenuti ad iscriversi, e di un codice di condotta al quale chi svolge tale professione dovrebbe attenersi. Al di là dell’opera di sensibilizzazione, l’associazione presieduta da Mazzei si è mossa concretamente in tale direzione: Il Chiostro ha infatti preparato, in collaborazione con l’Isle (Istituto per gli Studi Legislativi), una proposta di legge che è stata presentata alla Camera, il cui scopo è proprio quello di fornire una base di discussione per la regolamentazione dell’attività di lobbying in Italia. Inoltre, lo scorso maggio, in un’iniziativa che non ha precedenti, si sono riunite a Roma tutte le associazioni di lobbisti dei vari paesi europei, ed è stata creata una nuova associazione (Pace, Public Affairs Community of Europe) allo scopo di coordinarne l’operato.</p>
<p>Regole dunque, prima di tutto: è un punto sul quale entrambi i professori sono in perfetta sintonia, specialmente nelle necessità che la regolamentazione sia rivolta ad entrambe le parti in causa: le lobbies, ma anche le istituzioni. «E chiaro che dobbiamo essere corretti noi, ma per esserlo dobbiamo aspettarci che lo siano anche gli interlocutori istituzionali», ricorda Mazzei. «E’ importante ricordare che alcune normative esistono, ma vengono sistematicamente ignorate. Bisogna cominciare facendo rispettare quelle», sostiene Petrillo, insistendo anch&#8217;egli sulla necessità di norme verso l’esterno, dedicate ai lobbisti appunto, e verso l’interno, rivolte cioè alle istituzioni. Come si è visto, il dibattito intorno alla questione è estremamente variegato ed investe punti di vitale importanza per la vita di un paese: il rapporto tra società ed istituzioni, e quindi il funzionamento stesso della democrazia. Il nocciolo della questione è la definizione di quello che è l’interesse generale, della collettività: come si forma, quali parti sono autorizzate a prendere parte alla negoziazione tra società ed istituzioni, con che modalità. «Le lobby vanno ascoltate – tiene a sottolineare Petrillo – Il decisore politico non può altrimenti avere la reale percezione degli interessi. Se devo fare una legge sulla sicurezza sul lavoro, ad esempio, non posso farla senza ascoltare i lavoratori. In Italia invece, un altro problema è che solo le lobbies economicamente rilevanti hanno un certo peso».<br />
Indubbiamente, una maggiore chiarezza intorno alla figura del lobbista e un suo preciso inquadramento professionale sono i primi passi verso quella trasparenza che è indispensabile affinché anche nel nostro paese si sviluppi la consapevolezza e la giusta percezione di quello che rappresenta senza dubbio un fondamentale ingranaggio per il corretto funzionamento del sistema democratico. Specialmente in questi tempi in cui il rapporto tra politica e la società si fa sempre più problematico e distaccato.</p>
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		<title>Mercato immobiliare: tutto il mondo è paese</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[edilizia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Francesca Camponero La Giacomazzi S.p.A. di Genova, specializzata nella gestione dei patrimoni immobiliari, opera sul territorio Nazionale fin dal 1985. Industria immobiliare a tutto tondo, con esclusione del settore delle costruzioni edili, pone specifica attenzione al controllo della &#8220;filiera&#8221; che va dall&#8217;analisi di mercato, alla &#8220;due diligence&#8221;, agli studi di fattibilità, alla gestione integrata dei processi di valorizzazione fino al finanziamento del prodotto e alla vendita immobiliare, con particolare riferimento ai patrimoni pubblici e privati. Un servizio fondato sulla qualità dei processi e confezionato su misura per le diverse esigenze del Committente. Amministratore delegato della società l’ing. Vittorio Piccardo, dal 1991 socio del Gruppo. Ingegnere, quali cambiamenti ci sono stati nel settore in questi ultimi anni? Se parliamo di  Liguria, e di Genova in particolare, non possiamo pensare che qualunque discorso sia adattabile in ambito nazionale. Genova  è una città ”vecchia”, vale a dire abitata da anziani, c’è poca euforia per mancanza di lavoro, si sposano in pochi e in pochi fanno figli. I neo laureati sono spesso costretti ad uscire dalle mura cittadine migrando laddove esiste ancora un’offerta di lavoro qualificata. A Milano, fino ad oggi  punto di riferimento importante per chi lavora nell’industria e nei servizi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4281" title="appartamenti_genova_7" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/appartamenti_genova_7.jpg" alt="" width="470" height="174" /></p>
<p><strong>&gt; di Francesca Camponero</strong></p>
<p>La Giacomazzi S.p.A. di Genova, specializzata nella gestione dei patrimoni immobiliari, opera sul territorio Nazionale fin dal 1985. Industria immobiliare a tutto tondo, con esclusione del settore delle costruzioni edili, pone specifica attenzione al controllo della &#8220;filiera&#8221; che va dall&#8217;analisi di mercato, alla &#8220;due diligence&#8221;, agli studi di fattibilità, alla gestione integrata dei processi di valorizzazione fino al finanziamento del prodotto e alla vendita immobiliare, con particolare riferimento ai patrimoni pubblici e privati. Un servizio fondato sulla qualità dei processi e confezionato su misura per le diverse esigenze del Committente. Amministratore delegato della società l’ing. Vittorio Piccardo, dal 1991 socio del Gruppo.</p>
<p>Ingegnere, quali cambiamenti ci sono stati nel settore in questi ultimi anni?<br />
Se parliamo di  Liguria, e di Genova in particolare, non possiamo pensare che qualunque discorso sia adattabile in ambito nazionale. Genova  è una città ”vecchia”, vale a dire abitata da anziani, c’è poca euforia per mancanza di lavoro, si sposano in pochi e in pochi fanno figli. I neo laureati sono spesso costretti ad uscire dalle mura cittadine migrando laddove esiste ancora un’offerta di lavoro qualificata. A Milano, fino ad oggi  punto di riferimento importante per chi lavora nell’industria e nei servizi, esiste una notevole “colonia genovese” che tende ad aumentare di numero e, salvo imprevedibili inversioni di tendenza, destinate a naturalizzarsi lontano da Genova.<br />
Tutto questo per dire che il patrimonio immobiliare genovese, soprattutto nelle zone tradizionalmente residenziali  di pregio con appartamenti di grande metrature per  nuclei familiari numerosi, ha scarso senso. Da qui il riadeguamento degli appartamenti. I proprietari di grossi immobili stanno trovando più  logico e fruttuoso frazionare le proprietà per vendere o affittare a nuclei familiari ridotti come richiede il mercato. Genova è una delle città dove i nuclei unipersonali sono più numerosi ed è necessario rispondere con un’offerta adeguata. Il mercato soffre della crisi economica generalizzata acuita dalla difficoltà di  erogazione dei mutui da parte del sistema creditizio. Una casa media costa intorno ai 250.000 euro e ad oggi non è facile per una giovane coppia, ma ancor meno per chi è solo e quindi conta su un solo stipendio, potersi imbarcare in un mutuo diciamo” senza fine”.</p>
<p>Qual è il destino dell’edilizia a Genova?<br />
Genova ha sempre investito nel mattone, ma ripeto che oggi è tutto difficile . Anche alloggi centrali di  ottima qualità a Corte Lambruschini hanno subito un ribasso del 20%. I quartieri che certamente tengono sono Albaro e Nervi, il Levante genovese insomma. Diciamo che il futuro è incerto  ed  il mercato “drogato”. Si dovrebbe puntare a valorizzare il patrimonio esistente anziché continuare a costruire il nuovo e magari periferico, ma il centro storico che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello della città è stato tutelato nella quantità e non nella qualità. Senza il miglioramento del tessuto sociale, che è possibile soltanto col miglioramento dei servizi, non può esserci altro che degrado nella zona. Nessun genovese accetterebbe più di andare a vivere in una zona dove mancano posteggi, spazi esterni vivibili e sicurezza , per questo la maggior parte del nostro centro storico è abitato in prevalenza da extracomunitari e da persone appartenenti a fasce sociali deboli. Bisogna trovare il coraggio di avviare un piano di risanamento serio e non demagogico, con diradamento degli edifici non significativi e l’apertura di spazi che consentano una normale accessibilità e normali condizioni di vita. L’unico parcheggio possibile in zona è quello del porto Antico. Ma, dica lei, chi  ha voglia di attraversare quella casbah per tornare a casa la sera? I giovani, finchè restano tali, forse, ma già quando cominciano ad avere moglie e carrozzino, meno. Certo, operazioni di questo tipo necessitano di notevoli risorse e quindi credo che al momento tutto questo non sia proponibile.</p>
<p>Come è l’economia in Liguria in questo momento?<br />
L’attività portuale dà segni di ripresa, ma anche le grandi aziende che assorbivano tante maestranze si sono fisiologicamente ridotte  sia per la globalizzazione che per carenze strutturali, logistiche e di infrastrutture. C’è bisogno di interventi grandi ed urgenti, ma anche qui la capacità delle risorse è esigua.</p>
<p>Cosa ne pensa dell&#8217;ultima versione della finanziaria?<br />
Mi pare che ci sia grande confusione tanto da sembrare una gara di dilettanti allo sbaraglio con provvedimenti che vengono quotidianamente ritirati e modificati. Dovremmo distinguere tra interventi per tamponare le emergenze e quelli più strutturati per fare ripartire l’economia. Per far affluire soldi nelle casse pubbliche bisogna basarsi ancora una volta sui redditi dei cittadini, il resto è fumo. Ma è anche vero che i sacrifici possono essere accettati se esiste una strategia chiara per dare un futuro, una prospettiva. Solo in questo senso assume significato lo sciopero programmato, che per altro aggiunge tensione e danno ad un economia che lotta per non perdere ulteriori posizioni.</p>
<p>Lei è ottimista sul destino dell’Italia?<br />
Difficile pensare con ottimismo in questo momento. Il Paese si deve assolutamente dare una struttura diversa, una diversa mentalità che superi la logica delle parti, se vuole avere credibilità. Il clima è avvelenato, la gente è stufa se è vero, come è vero, che il primo partito è rappresentato dai non votanti. Si avverte il bisogno di recuperare un dialogo più sereno ed oggettivo a prescindere dalle situazioni dei singoli. Auspichiamo una svolta decisa per un recupero di credibilità della classe politica senza proclamare, per una volta, né vinti né vincitori, dal momento che, a nostro avviso, vincitori non ce ne sono.</p>
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		<title>Di Equitalia si muore?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 11:27:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Luca Speroni &#8220;Mi rimangono solo due possibilità: o uccidermi o ammazzare qualcuno. Nel secondo caso il problema è solo da chi cominciare&#8221;. A dircelo è Giorgio Casu, artigiano edile sardo, trapiantato a Bologna, 64 anni. Parole difficili da ascoltare, che raccontano gli effetti perversi di una burocrazia eccessiva e della rigidità di applicazione delle regole in materia di riscossione dei tributi. La storia del Sig. Casu è tragicamente simile a quella delle diciassette signore che da nove giorni stanno facendo lo sciopero della fame contro Equitalia. Ma partiamo dall&#8217;inizio. L&#8217;evasione fiscale è uno dei problemi principali del nostro paese, tanto che la lotta a chi non paga le tasse è ribadita come priorità bipartisan da molte istituzioni. A volte i principi di severità e intransigenza spesso invocati, si scontrano di fronte a generosi condoni e scudi fiscali, istituiti nel tentativo di fare rientrare nelle casse pubbliche una parte del capitale sottratto al fisco. Peccato che di queste misure arrivino a beneficiare solo persone che sarebbero ancora in grado di pagare per intero il loro debito e non rischiano certo l&#8217;emarginazione economica e sociale. E accanto a questi grandi evasori, esistono le storie di piccoli artigiani o imprenditori che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><img class="size-full wp-image-4285 aligncenter" title="iRS-Equitalia" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/iRS-Equitalia.jpg" alt="" width="503" height="332" /></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>&gt; di Luca Speroni</strong></p>
<p>&#8220;Mi rimangono solo due possibilità: o uccidermi o ammazzare qualcuno. Nel secondo caso il problema è solo da chi cominciare&#8221;. A dircelo è Giorgio Casu, artigiano edile sardo, trapiantato a Bologna, 64 anni. Parole difficili da ascoltare, che raccontano gli effetti perversi di una burocrazia eccessiva e della rigidità di applicazione delle regole in materia di riscossione dei tributi. La storia del Sig. Casu è tragicamente simile a quella delle diciassette signore che da nove giorni stanno facendo lo sciopero della fame contro Equitalia.</p>
<p>Ma partiamo dall&#8217;inizio. L&#8217;evasione fiscale è uno dei problemi principali del nostro paese, tanto che la lotta a chi non paga le tasse è ribadita come priorità bipartisan da molte istituzioni. A volte i principi di severità e intransigenza spesso invocati, si scontrano di fronte a generosi condoni e scudi fiscali, istituiti nel tentativo di fare rientrare nelle casse pubbliche una parte del capitale sottratto al fisco. Peccato che di queste misure arrivino a beneficiare solo persone che sarebbero ancora in grado di pagare per intero il loro debito e non rischiano certo l&#8217;emarginazione economica e sociale.</p>
<p>E accanto a questi grandi evasori, esistono le storie di piccoli artigiani o imprenditori che hanno sbagliato in passato e oggi non si trovano, e non vengono messi, nella condizione di ripianare il loro debito. Come Giorgio Casu. Tra chi si occupa di queste situazioni poco note e &#8220;al limite&#8221; c&#8217;è il movimento Anti-Equitalia, un comitato di cittadini con base in Sardegna che, con toni a volte pittoreschi, denuncia situazioni concrete, su cui una riflessione è d&#8217;obbligo.</p>
<p>Come suggerisce il nome, obiettivo principale del movimento è Equitalia, la società pubblica (51% Agenzia delle Entrate e 49% Inps) incaricata, dal Ministero delle Finanze, della riscossione di tasse e tributi. Secondo L&#8217;Associazione dei Vessati Italiani Solidali &#8211; questo il significato dell&#8217;acronimo, il sistema Equitalia da un lato è ingiusto nei confronti del cittadino debitore verso lo Stato, dall&#8217;altro non fa nemmeno gli interessi delle finanze pubbliche.</p>
<p>&#8220;Gli agenti di Equitalia ricevono provvigioni non in base a quanto riescono a recuperare effettivamente dagli evasori &#8211; ci spiega, ad esempio, il presidente Fabrizio Fadda &#8211; ma in base all&#8217;ammontare totale della cifra dovuta&#8221;. Questo sistema sarebbe quindi un incentivo a far alzare il debito del contribuente inadempiente, attraverso l&#8217;applicazione di sanzioni e interessi, indipendentemente dalla possibilità o meno di pagare (e quindi di fare rientrare il denaro dovuto nelle casse dello Stato). La conseguenza è la creazione di debiti inestinguibili, che creano situazioni di disagio ed emarginazione, con esiti talvolta tragici, senza per questo restituire alla collettività quanto dovuto dall&#8217;evasore.<br />
Una storia emblematica è quella che racconta Giorgio Casu: una causa civile, persa, durata per cinque anni, mancati versamenti dell&#8217;Iva e dei contributi Inps e diverse multe arretrate. Non certo un quadro da cittadino modello. Il fatto è che oggi Casu vorrebbe pagare i suoi debiti, ma non può. Casu infatti possiede due immobili, uno a Bologna e uno a Cagliari, entrambi sotto ipoteca. Quello che chiede è poter accordarsi con Equitalia per togliere l&#8217;ipoteca, poter ristrutturare gli immobili grazie alle sue competenze di muratore e rivenderli, a libero mercato, dopo l&#8217;opera di valorizzazione.</p>
<p>A quel punto Equitalia e gli altri creditori potrebbero essere ripagati. Ma questo, in base alle norme vigenti è impossibile. Se i debiti non saranno pagati in altro modo, i due immobili sono destinati all&#8217;asta giudiziaria, dove saranno di fatto svenduti.<br />
&#8220;Mi hanno chiamato a Equitalia e ho proposto questa soluzione &#8211; riferisce Casu &#8211; la funzionaria mi ha detto che era impossibile. Poi mi ha parlato di nuove formule di rateizzazione, ma non ha saputo dirmi neppure qual era la mia posizione! Sono stato mandato a fare la fila agli sportelli, eppure mi avevano fissato loro l&#8217;appuntamento&#8221;.</p>
<p>Al momento, il signor Casu non può lavorare come dovrebbe finché non regolarizza la posizione con l&#8217;Inps e non riesce a pagare tutte le rate derivate dagli arretrati e da debiti suddivisi tra Equitalia Bologna ed Equitalia Cagliari (che pur facendo capo alla stessa società, pare non riescano a mettersi d&#8217;accordo per predisporre una rateizzazione unica). Una situazione che lui paragona a una &#8220;condanna all&#8217;ergastolo&#8221; e che lo tiene ai margini della società, completamente svuotato di ogni speranza di una vita dignitosa.</p>
<p>È difficile quanto le accuse di Anti-Equitalia siano fondate, e probabilmente esistono argomentazioni molto ragionevoli a favore di determinati meccanismi e regolamenti. Ma fa riflettere che uno Stato capace di sostenere indulti e condoni lasci alcuni dei suoi cittadini in condizioni talmente disperate da pensare a come uniche soluzioni il suicidio o l&#8217;omicidio indiscriminato. E in questi casi, la possibilità di sanare un debito verso la collettività, diventa sempre più remota. Non è proprio il contrario di quello che un sistema di riscossione dovrebbe perseguire?</p>
<p>A tutelare chi ha debiti con il fisco, però, un&#8217;istituzione c&#8217;è. È il Garante per il contribuente, previsto dall&#8217;art. 13 della legge 212/2000. L&#8217;ufficio del Garante verifica eventuali irregolarità e scorrettezze compiute durante l&#8217;attività fiscale, ai danni del cittadino.<br />
Pur precisando in modo chiaro di non essere &#8220;gli avvocati del contribuente&#8221;, i responsabili dell&#8217;ufficio del Garante si occupano di controllare ritardi nei rimborsi, tempestività delle comunicazioni, verifiche fiscali discutibili o scorrette, mancate rateizzazioni e altre possibili disfunzioni del sistema tributario, fino ad arrivare al comportamento scorretto del singolo funzionario.</p>
<p>A Bologna, l&#8217;ufficio del Garante si trova in via Larga 35, ed è composto dal presidente Francesco Pintor e dai due componenti Renato Tangari e Laura Zauli. Purtroppo è ancora misconosciuto: dall&#8217;ufficio riferiscono di mandare dai 200 ai 250 esposti all&#8217;anno mentre le istituzioni non sembrano particolarmente motivate a informare il cittadino sull&#8217;esistenza di questa possibilità. Eppure rivolgersi al Garante potrebbe essere un buon primo passo per evitare che la situazione di un contribuente lasciato solo e disorientato precipiti nel baratro.</p>
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		<title>‘Cameriere? Prego, inventore’: la strana storia di Alessandro Guccini</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:58:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[People]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Guccini]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Rossella Regina Di incontri ai limiti del normale ne possono avvenire veramente diversi, anche all’ombra delle Due Torri! Ma quello di qualche sera fa, dietro ad un tagliere di ottimi insaccati locali, ha davvero dell’insolito e si chiama Alessandro Guccini. Cameriere, almeno di notte, per una nota gastronomia del pieno centro cittadino, Alessandro è a tutti gli effetti un inventore. Originario della provincia bolognese (Porretta Terme), matura il desiderio di rendersi utile all’umanità sin da bambino, quando smontando vari oggetti, si ingegnava ad elaborarne dei nuovi. Smonta e rimonta, gli anni passano ed arriva il primo brevetto, quello della ‘sveglia semovente’, ingegnosa trovata per costringere anche il più incallito dormiglione ad alzarsi dal letto nel tentativo di rinvenire la sveglia suonante e, per l’appunto, semovente. Incoronato, per l’invenzione in questione anche dai media, Alessandro continua a partorire idee che si concretizzano, tra le tante, nel Salvaparabrezza (una pellicola resistente alle intemperie che protegge, all’occorrenza, il parabrezza da gelo e ghiaccio e si ripone, comodamente, in un tubo), nella Flashion Light (una sorta di torcia piatta realizzata in metallo ed agganciabile ovunque) e nell’ultimissima del Sacchetto Salva H2O (un involucro di plastica che, inserito nello sciacquone, aiuta a ridurre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4274" title="sacchetto salva h2o" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/sacchetto-salva-h2o.jpg" alt="" width="466" height="349" /><strong>&gt; di Rossella Regina</strong></p>
<p>Di incontri ai limiti del normale ne possono avvenire veramente diversi, anche all’ombra delle Due Torri! Ma quello di qualche sera fa, dietro ad un tagliere di ottimi insaccati locali, ha davvero dell’insolito e si chiama Alessandro Guccini. Cameriere, almeno di notte, per una nota gastronomia del pieno centro cittadino, Alessandro è a tutti gli effetti un inventore. Originario della provincia bolognese (Porretta Terme), matura il desiderio di rendersi utile all’umanità sin da bambino, quando smontando vari oggetti, si ingegnava ad elaborarne dei nuovi. Smonta e rimonta, gli anni passano ed arriva il primo brevetto, quello della ‘sveglia semovente’, ingegnosa trovata per costringere anche il più incallito dormiglione ad alzarsi dal letto nel tentativo di rinvenire la sveglia suonante e, per l’appunto, semovente.</p>
<p>Incoronato, per l’invenzione in questione anche dai media, Alessandro continua a partorire idee che si concretizzano, tra le tante, nel Salvaparabrezza (una pellicola resistente alle intemperie che protegge, all’occorrenza, il parabrezza da gelo e ghiaccio e si ripone, comodamente, in un tubo), nella Flashion Light (una sorta di torcia piatta realizzata in metallo ed agganciabile ovunque) e nell’ultimissima del Sacchetto Salva H2O (un involucro di plastica che, inserito nello sciacquone, aiuta a ridurre lo spreco di acqua), distribuito sul mercato italiano da Kaleos bio.</p>
<p>Questa professione non si può inventare, ne&#8217;, tantomeno, vi sono scuole che la insegnano – afferma Alessandro alla consueta domanda sul perché abbia intrapreso la strada dell’inventore &#8211; È data da un mix di variabili, che non ti fanno vedere altra strada, professione o stile di vita. E aggiunge: Ciò che è più difficile, nel mio lavoro, è trovare aziende disposte a credere nelle mie invenzioni tanto quanto me, ma ci sto lavorando&#8230;</p>
<p>Poi ci anticipa che, proprio per finanziare le sue invenzioni, aprirà a breve un bar nei paraggi della stazione ferroviaria di Silla, frazione di Gaggio Montano. Si chiamerà Neutrino, il Bar più veloce della luce – commenta – e sarà aperto solo di mattina, per servire le colazioni – conclude.<br />
Un’idea sicuramente originale e che non coglierà impreparato il nostro inventore, viste le sue attuali esperienze nel settore ristorativo.</p>
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