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	<title>ImprenditoriAl femminile | Imprenditori</title>
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	<description>uno sguardo ostinato e lucido sul mondo</description>
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		<title>No, non si fa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[› di Daniele Paletta Si nasce, e subito ci si trova all’interno di una famiglia, un gruppo sociale le cui intricate dinamiche di relazione finiranno per ripercuotersi su gran parte della vita adulta di una persona. Di famiglie, Lucia Rizzi ne ha viste tante: dapprima nei suoi oltre trent’anni di esperienza come insegnante e poi, da sette stagioni, nel ruolo di tata Lucia nel programma di culto Sos Tata. In ogni puntata, queste bambinaie moderne (dal look volutamente retrò) raddrizzano dinamiche familiari che si sono ingarbugliate oltre misura: la loro dolce fermezza, e la capacità di stabilire regole precise da seguire, riescono a piegare anche le resistenze dei bambini più capricciosi, e a sottolineare le disattenzioni dei genitori più stanchi. Il loro arrivo fa sembrare tutto facile. Ovviamente, però, non è cosi: «Noi stiamo con le famiglie per una settimana soltanto, e gestiamo indirettamente la relazione tra genitore e figlio – racconta la Rizzi – Una vera terapia comportamentale richiederebbe più tempo: noi possiamo solamente cercare di mettere dei punti fermi, sui quali poi la famiglia dovrà lavorare. I genitori non devono mollare. I piccoli hanno l’arma del capriccio: se si cede, è finita». Raggiungiamo tata Lucia mentre è impegnata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4217" title="TDD_1485_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/11/TDD_1485_opt-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />› di Daniele Paletta</strong></p>
<p>Si nasce, e subito ci si trova all’interno di una famiglia, un gruppo sociale le cui intricate dinamiche di relazione finiranno per ripercuotersi su gran parte della vita adulta di una persona. Di famiglie, Lucia Rizzi ne ha viste tante: dapprima nei suoi oltre trent’anni di esperienza come insegnante e poi, da sette stagioni, nel ruolo di tata Lucia nel programma di culto Sos Tata. In ogni puntata, queste bambinaie moderne (dal look volutamente retrò) raddrizzano dinamiche familiari che si sono ingarbugliate oltre misura: la loro dolce fermezza, e la capacità di stabilire regole precise da seguire, riescono a piegare anche le resistenze dei bambini più capricciosi, e a sottolineare le disattenzioni dei genitori più stanchi. Il loro arrivo fa sembrare tutto facile. Ovviamente, però, non è cosi: «Noi stiamo con le famiglie per una settimana soltanto, e gestiamo indirettamente la relazione tra genitore e figlio – racconta la Rizzi – Una vera terapia comportamentale richiederebbe più tempo: noi possiamo solamente cercare di mettere dei punti fermi, sui quali poi la famiglia dovrà lavorare. I genitori non devono mollare. I piccoli hanno l’arma del capriccio: se si cede, è finita».</p>
<p>Raggiungiamo tata Lucia mentre è impegnata nella registrazione di una puntata della nuova serie del programma, in onda dal 25 novembre su Foxlife. «La settimana nelle case delle persone è sempre molto intensa – ammette – ma ogni volta ci si emoziona. Anche se il mio compito è di essere obiettiva, e di lasciare ai genitori l’esclusiva educativa, ricordo con affetto molte famiglie. Una su tutte, quella che abbiamo mostrato nella scorsa edizione: avevano già nove figli, e ora è nato il decimo. Come può non rimanere nel cuore un’esperienza del genere?».<br />
Quella della Rizzi è l’unica presenza costante da quando l’edizione italiana di Sos Tata ha preso il via, nel 2005. I suoi modi affettuosi ma fermi, al punto da risultare quasi spietati (soprattutto nel far notare ai genitori i propri errori), l’hanno trasformata in un personaggio molto conosciuto. Eppure, quando glielo si fa notare, quasi si irrigidisce. «Certo, capita che ci siano anche ragazzi giovani che mi riconoscono in metropolitana, ma io non sono assolutamente un personaggio televisivo – ribatte – Tutto quello che faccio è molto spontaneo. Per contratto io sono assolutamente libera di dire ciò che ritengo più opportuno, non ho veti». Del resto, nelle poche esperienze televisive fatte al di fuori di Sos Tata, la Rizzi appariva quasi a disagio. «In certi programmi, troppo affollati, si fa fatica ad esprimersi – spiega – Io sono un’autodidatta, non ho mai preso una laurea. La mia professione l’ho costruita da me: ecco perché le sovrastrutture e le prese di posizione rigide mi risultano ostiche. In certi contesti si dà la precedenza alla teoria e non alla pratica, che è poi quella con cui io mi trovo quotidianamente a confrontarmi».<br />
Il passaggio alla tv è avvenuto all’improvviso: «Una mia ex-allieva lavorava in un ufficio casting – racconta – e quando ha saputo che stavano cercando persone per i ruoli delle tate, ha fatto il mio nome, ed eccomi qui».</p>
<p>La Rizzi è dunque arrivata sugli schermi quasi per caso, dopo aver accumulato un’esperienza di insegnamento di oltre trent’anni e un&#8217;importante specializzazione sui deficit d’attenzione, un tema che ha approfondito anche negli Usa, con un’esperienza di tre anni al Child Development Center di Irvine, in California. Spontaneo chiederle come abbia iniziato, e da cosa sia nata questa sua passione. «Fin da piccola sono sempre stata appassionata di persone – racconta – Mia mamma mi diceva sempre che ero una pettegola. L’insegnamento ti porta ad avere a che fare con i bambini (le persone più genuine che ci siano) e allo stesso tempo ti mette in contatto con le famiglie: ed è proprio a quel punto che ci si rende conto di quanto lavoro ci sia da fare».</p>
<p>In più di trent’anni, un nucleo sociale fondamentale come la famiglia è profondamente cambiato, e spesso non in meglio. Cosa è accaduto? «Trovo che nella nostra società ci sia una delega universale – spiega la Rizzi – I genitori delegano alla tv il compito di intrattenere i figli, alla scuola quello di educarli… tutto purché non ci si assumano responsabilità. Ma delegare a questo modo porta solamente a risultati disastrosi».<br />
Tutto il contrario di quello che fanno le tate che, quando arrivano nelle famiglie, sembrano armate soprattutto di tre cose: buonsenso, fermezza e voglia di stimolare i bambini. «Il comportamento parte sempre da un input e finisce con una reazione – spiega tata Lucia – Ecco perché noi proponiamo ai bambini delle attività estremamente pratiche: sia loro che i genitori devono imparare a prendere abitudini sane».</p>
<p>Sos Tata, a volte, sembra semplicemente rispolverare i buoni, vecchi consigli dei nostri nonni. Nonostante questo, però, il programma non è affatto arroccato su posizioni di difesa della famiglia tradizionale: durante le prime sei edizioni, non è stato raro vedere le tate alle prese con figli di coppie multietniche o con nuclei familiari allargati. Ma qual è l’opinione della Rizzi sull’adozione di bambini da parte dei single, o sulle cosiddette famiglie arcobaleno? «Credo che sia un’opera buona che un single adotti un bambino – afferma – anche se quella che andrà a formare non potrà essere chiamata famiglia: manca una figura, è necessario che ci siano due genitori, anche perché ogni sesso dà particolari comunicazioni al bambino. Ecco perché sono abbastanza contraria alle famiglie con genitori gay, nelle quali si va a caricare il bambino di un problema in più. Certo, è un problema che si può affrontare, ma non mi piace che questo debba ricadere sui più piccoli».</p>
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		<title>Sul ponte sventola bandiera Bafa</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 10:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#62; di Francesca Meschieri &#62; foto di Bruno Cattani Le troviamo all’esterno dei palazzi istituzionali, delle sedi delle multinazionali ma anche appese ai balconi di molte case in questo anno di celebrazione patriottica. La maggior parte ha una storia, e ce ne sono alcune entrate letteralmente nella storia, come quella piantata sul suolo lunare da astronauti del secolo scorso, a dire &#8220;USA batte URSS 1 a 0&#8243;. Alcune altre hanno &#8220;solo&#8221; ragioni estetiche e sventolano colorate nelle strade di un paese in festa. Le bandiere sono oggetti che popolano la nostra quotidianità e che per questo diamo quasi per scontate. Ma c&#8217;è qualcuno che con le bandiere si è inventato un business, fino a diventare leader di settore. Si chiama Paola Rossi ed è titolare di Ba.Fa. Bandiere, azienda con sede in provincia di Modena. Premiata nel 2009 come migliore fra le “Donne che lasciano il segno“ di CNA, Paola Rossi si presenta nelle vesti di imprenditrice di successo, determinata e competente (una “problem solving” eccezionale, la definisce il figlio). Noi le abbiamo chiesto di parlare anche della sua vita privata, degli affetti e di quando incontrava Enzo Ferrari. Complimenti per il vostro sito internet: i testi sono molto curati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Francesca Meschieri<br />
&gt; foto di Bruno Cattani</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-3986" title="IMG_1268_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/IMG_1268_opt-1024x682.jpg" alt="" width="522" height="347" /></p>
<p>Le troviamo all’esterno dei palazzi istituzionali, delle sedi delle multinazionali ma anche appese ai balconi di molte case in questo anno di celebrazione patriottica. La maggior parte ha una storia, e ce ne sono alcune entrate letteralmente nella storia, come quella piantata sul suolo lunare da astronauti del secolo scorso, a dire &#8220;USA batte URSS 1 a 0&#8243;. Alcune altre hanno &#8220;solo&#8221; ragioni estetiche e sventolano colorate nelle strade di un paese in festa. Le bandiere sono oggetti che popolano la nostra quotidianità e che per questo diamo quasi per scontate. Ma c&#8217;è qualcuno che con le bandiere si è inventato un business, fino a diventare leader di settore. Si chiama Paola Rossi ed è titolare di Ba.Fa. Bandiere, azienda con sede in provincia di Modena. Premiata nel 2009 come migliore fra le “Donne che lasciano il segno“ di CNA, Paola Rossi si presenta nelle vesti di imprenditrice di successo, determinata e competente (una “problem solving” eccezionale, la definisce il figlio). Noi le abbiamo chiesto di parlare anche della sua vita privata, degli affetti e di quando incontrava Enzo Ferrari.</p>
<p>Complimenti per il vostro sito internet: i testi sono molto curati e la grafica essenziale ma d’impatto. E’ lei a supervisionare i lavori?<br />
Ovviamente sì. Abbiamo iniziato ad investire nel web più di dieci anni fa: questo per noi, è il terzo sito internet. Mi piace cambiare, rinnovare: è importante soprattutto quando si tratta di comunicazione.<br />
Concordiamo, ma si renderà conto di essere un’imprenditrice atipica, in questo senso…<br />
Mi rendo conto e lo dico con rammarico perché se da una parte è vero che un’azienda si basa sulla qualità del prodotto, altrettanto importante è saperlo mettere sul mercato, con un’immagine accattivante e una visibilità adatta al mercato globale. Oggi è impensabile, soprattutto per una Pmi non possedere una vetrina internet a supporto del proprio lavoro. Io quest’intuizione, l’ebbi nel 1998&#8230;</p>
<p>A proposito di precorrere i tempi, lei era giovanissima quando iniziò a fare questo lavoro: perché le bandiere?<br />
è vero, all’epoca avevo 18 anni e un negozio di articoli da campeggio da promuovere e che volevo far conoscere: ho pensato alle bandiere perché danno visibilità, attirano l’attenzione e si possono mettere ovunque. Ebbene, cercai un’azienda che producesse bandiere personalizzate, senza trovarla. L’idea nacque proprio così, dall’intuizione che fosse un mercato con una domanda potenziale forte, ma pochissima offerta.<br />
Oggi, con la globalizzazione dei mercati, le prospettive sono cambiate, non trova?<br />
Ah certo, al tempo si poteva pensare di inventarsi un mestiere e i risultati non tardavano ad arrivare: oggi si dovrebbe puntare maggiormente sulla ricerca, sull’istruzione, sui giovani. Mi accorgo invece che per un giovane la sfida è quella di rimanere in questo Paese: quante menti brillanti stiamo lasciando andare all’estero, mentre dovremmo tenerle qui e dare loro vere opportunità.</p>
<p>Ma torniamo ancora all&#8217;inizio. Era la fine degli anni &#8217;70, nessuno produceva bandiere in Italia, anche perché erano tutte cucite a mano e quindi si doveva conoscere la tecnica: lei come l’ha imparata?<br />
All’inizio mi ha insegnato un’amica poi, quando l’ho perfezionata, ho comprato la mia prima macchina da cucire professionale. Oggi i tessuti vengono quasi sempre stampati, ma una bandiera cucita a mano rimane ancora molto apprezzata da chi cerca un prodotto artigianale e di grande qualità. La tecnologia ha fatto passi da gigante in questo senso, ma non bisogna dimenticare che ad insegnare alla macchina, è sempre la mano dell’uomo.<br />
A proposito di uomini, ho incontrato suo marito prima e sono curiosa: lavorare insieme, croce o delizia?<br />
Direi delizia, almeno nel nostro caso. Vede, mio marito è una di quelle straordinarie eccezioni che confermano una regola sacrosanta: quella cioè che in amore, la competizione e la costrizione &#8211; soprattutto &#8211; distruggono il legame e andrebbero abolite per principio. Detto questo, lui ha sempre desiderato che mi realizzassi e l’ha dimostrato: mi ha sempre spronata a non mollare, a rischiare, a credere in quello che stavo facendo. Questo è un insegnamento prezioso, che abbiamo tramandato anche a nostro figlio.</p>
<p>Thomas, 27 anni: lavora con lei?<br />
Da cinque anni, per la verità: ha lasciato gli studi per seguire l’attività di famiglia in un momento molto delicato per noi. Nonostante la sua giovane età, è stato capace di prendere in mano la situazione con grande senso di responsabilità, dimostrando di essere pronto, senza nemmeno saperlo.<br />
Che tipo di rapporto avete con i vostri dipendenti?<br />
Siamo una famiglia e me l’hanno più volte dimostrato: sacrifici, lavoro duro e condivisione delle soddisfazioni, sono gli ingredienti fondamentali del successo della ricetta.<br />
Cosa la fa arrabbiare di più?<br />
Quando le cose non mi vengono dette direttamente in faccia, ma alle spalle o per interposta persona: mi manda letteralmente in bestia.</p>
<p>Voi siete fornitori ufficiali di Ferrari: che ricordo conserva di Enzo Ferrari?<br />
Una persona squisita che mi ha trattata con grande rispetto fin dal nostro primo incontro, quando nel 1983 mi chiamò per il Primo Ferrari Day: ho un ricordo indelebile e molto bello, di quegli anni.<br />
Ce lo consiglia un libro sul comodino?<br />
Il Dio delle piccole cose dell’indiana Arundhati Roy (una delle figure guida, del movimento mondiale anti-globalizzazione, ndr).</p>
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		<title>Win Win</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 10:34:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#62; di Anna Salami Luisa Brunori, docente di Psicologia dinamica all&#8217;Università di Bologna, è promotrice di molteplici iniziative legate al microcredito. Con lei abbiamo parlato di sviluppo, di capacità, responsabilità e di un&#8217;economia, alternativa e possibile, fatta di soli vincitori. Allo strumento di sviluppo economico ideato dell&#8217;economista e banchiere bengalese Muhammad Yunus, un sistema di piccoli prestiti destinati a persone in condizioni di povertà escluse dai circuiti del credito tradizionale, la Professoressa si è avvicinata attraverso le sue ricerche sulle terapie di gruppo, e a questo dedica il suo impegno ormai da anni. Luisa Brunori, direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca e di Intervento sui Gruppi e fondatrice dell&#8217;Osservatorio Internazionale sulla Microfinanza dell&#8217;ateneo bolognese, ed è referente di nuovo progetto imprenditoriale: WIN WIN. Prendendo ispirazione dall&#8217;esperienza della Grameen Bank di Yunus, questo originale esempio di social business vuole promuovere un modo diverso di fare impresa, un modo capace di garantire benefici a tutti coloro che partecipano al processo economico, Comunità inclusa. L&#8217;abbiamo incontrata nel suo ufficio, un pomeriggio di una caldissima giornata di fine agosto. In giorni affannati dal caldo e assetati di nuove visioni per il futuro, un incontro “rinfrescante”&#8230; Professoressa Brunori, che tipo di business vuole proporre WIN [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&gt; di Anna Salami</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3983" title="Brunori 3_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/Brunori-3_opt.jpg" alt="" width="437" height="315" /></p>
<p>Luisa Brunori, docente di Psicologia dinamica all&#8217;Università di Bologna, è promotrice di molteplici iniziative legate al microcredito. Con lei abbiamo parlato di sviluppo, di capacità, responsabilità e di un&#8217;economia, alternativa e possibile, fatta di soli vincitori. Allo strumento di sviluppo economico ideato dell&#8217;economista e banchiere bengalese Muhammad Yunus, un sistema di piccoli prestiti destinati a persone in condizioni di povertà escluse dai circuiti del credito tradizionale, la Professoressa si è avvicinata attraverso le sue ricerche sulle terapie di gruppo, e a questo dedica il suo impegno ormai da anni.</p>
<p>Luisa Brunori, direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca e di Intervento sui Gruppi e fondatrice dell&#8217;Osservatorio Internazionale sulla Microfinanza dell&#8217;ateneo bolognese, ed è referente di nuovo progetto imprenditoriale: WIN WIN. Prendendo ispirazione dall&#8217;esperienza della Grameen Bank di Yunus, questo originale esempio di social business vuole promuovere un modo diverso di fare impresa, un modo capace di garantire benefici a tutti coloro che partecipano al processo economico, Comunità inclusa. L&#8217;abbiamo incontrata nel suo ufficio, un pomeriggio di una caldissima giornata di fine agosto. In giorni affannati dal caldo e assetati di nuove visioni per il futuro, un incontro “rinfrescante”&#8230;</p>
<p>Professoressa Brunori, che tipo di business vuole proporre WIN WIN, l&#8217;iniziativa imprenditoriale in via di costituzione di cui è referente?<br />
Essenzialmente sono tre le iniziative che svilupperemo attraverso Win win: la realizzazione di progetti nell&#8217;area del microcredito per superare l&#8217;esclusione sociale, la commercializzazione di una linea di abbigliamento realizzata da artigiani del Bangladesh su progetti italiani, e quella di “Micropoli”, un gioco da tavolo attraverso il quale insegnare economia ai bambini suggerendo un approccio opposto a quello di Monopoli. L&#8217;idea è quella di trasmettere il concetto di economia secondo il senso etimologico della parola (dal greco oikos, casa e nomos, norma), ovvero come “regola della casa, della convivenza”, come responsabilizzazione sui desideri altrui, come capacità di tenere conto &#8211; a fronte di un numero limitato di risorse &#8211; anche dei bisogni degli altri. Sono tutti e tre esempi di social business, ovvero, di attività sviluppate per trovare soluzioni ai problemi della Comunità attraverso un modello imprenditoriale, un tipo di business che mette in moto in maniera virtuosa le risorse, creandone di nuove.</p>
<p>Come nasce l&#8217;idea di WIN WIN?<br />
Il progetto parte dalla comprensione di quanto l&#8217;economia sia un fenomeno relazionale. E in particolare da due riflessioni fondamentali: dal pensiero dell&#8217;economista bengalese Amartya Sen, che vede nello sviluppo delle capacità delle persone (capabilities) la ricchezza di un paese, e dal microcredito, secondo il quale fondamentale è il concetto di “gruppo di riferimento”. Nel microcredito, infatti, il denaro è in realtà quasi un pretesto, perché la cosa grande che accade è piuttosto ciò che si crea a livello di relazioni e di sviluppo delle capacità individuali. Io insegno Psicologia dinamica dei gruppi e questo concetto mi è sempre stato chiaro: è dalle relazioni che si riescono a creare all&#8217;interno del gruppo che dipende il rendimento di ciascun individuo. Proprio a tal proposito ho elaborato il concetto di “economicità del gruppo”: si tratta della capacità che il gruppo può avere di sviluppare una quantità di potenzialità e di risorse teoricamente infinita restituendole a ciascun membro. Altro punto di partenza è poi la riflessione sulla &#8220;teoria dei giochi&#8221;. Secondo questa teoria qualunque situazione in cui si sviluppano relazioni tra individui è potenzialmente conflittuale. Il modo in cui il conflitto si può risolvere fa la differenza nelle relazioni sociali, umane e politiche. Sono essenzialmente quattro: tutti perdono (loose &#8211; loose), uno vince e l&#8217;altro perde e viceversa (win &#8211; loose) e, infine, la situazione in cui tutti vincono (win &#8211; win). Quest&#8217;ultimo è il caso in cui ciascuno trae vantaggio dalla convivenza. La mia esperienza di psicologa dei gruppi, applicata alla clinica, vede nel gruppo orientato ad un sistema relazionale win &#8211; win le condizioni per la creazione di un cambiamento degli individui verso soluzioni di maggior benessere psichico per ciascuno. Ho quindi pensato: perché tutto questo non può diventare impresa? Perché non creare un tipo di business in cui nessuno perde, ma tutti possono guadagnare e non solo in termini monetari? Da qui, è nata l&#8217;idea di creare WIN WIN.</p>
<p>Quando si parla di microcredito si pensa solitamente a paesi in via di sviluppo. WIN WIN propone progetti di finanziamento in Emilia Romagna: che tipo di efficacia può avere in questo contesto il microcredito?<br />
Il microcredito in situazioni di indigenza ha mostrato la sua efficacia migliorando situazioni di povertà ed esclusione sociale. I poveri, che solitamente sono persone trasparenti, &#8211; trasparenti perché persone che nessuno vede &#8211; attraverso il microcredito hanno cominciato a diventare visibili. Il microcredito può essere applicato anche nei cosiddetti paesi economicamente più sviluppati per prevenire o ridurre l&#8217;esclusione sociale, promuovendo lo sviluppo del potenziale e dell&#8217;autostima nelle categorie marginali della società, aiutandole così ad emergere, a mostrarsi. Questo va di pari passo con lo sviluppo di un welfare che non “fa la carità”, ovvero, che non investe risorse dissipandole, ma che innesca un processo virtuoso in cui investire risorse per generarne di nuove.</p>
<p>Ci sono già stati progetti di microcredito nella nostra regione?<br />
Sì, abbiamo già sperimentato il microcredito sul territorio regionale all&#8217;interno di un gruppo di persone affette da psicopatologie, in collaborazione con il Centro di salute mentale del Distretto Sanitario di Carpi. L&#8217;idea era quella di coinvolgere nel progetto persone &#8220;in carico&#8221; al servizio di salute mentale utilizzando una metodologia ispirata al modello Grameen, fortemente concentrata sul legame sociale attraverso la valorizzazione dei gruppi solidali e delle comunità. A queste persone, per la loro condizione di &#8220;pazienti psichiatrici&#8221; prive delle garanzie per accedere ai normali canali finanziari, è stata data la possibilità di ricevere piccoli prestiti, rimborsabili in rate settimanali. Il progetto è iniziato con la lettura in gruppo del libro di Yunus Il banchiere dei poveri, il testo nel quale vengono spiegate le basi del funzionamento del microcredito. Sa cosa è successo? Tutti i partecipanti hanno cominciato a lavorare e alcuni di loro hanno fatto richiesta di un prestito. Attraverso le occupazioni rese possibili grazie a questo prestito, che hanno investito queste persone di nuove speranze e responsabilità, una parte di loro ha avuto meno bisogno di ricoveri e psicofarmaci che normalmente assumeva, il che ha significato un &#8220;guadagno&#8221; per loro e un risparmio per la Comunità. Questo è un perfetto esempio di una soluzione “win &#8211; win”. Da questa situazione ci hanno guadagnato le persone, che sono state meglio, e la Comunità che ha dovuto investire meno risorse per la loro salute. La forza del microcredito sta proprio nel permettere di sviluppare le risorse di ciascuno e di dare la possibilità a tutti di emergere e di “essere in grado di”.</p>
<p>Il microcredito e le capabilities sono spesso indicati come alternativa all&#8217;attuale sistema economico-finanziario centrato sul PIL, oramai sempre più in crisi. Lei cosa ne pensa?<br />
Questo sistema economico basato sul PIL è un sistema che produce esclusione sociale e che tende, per estrema ratio, a produrre relazioni guerresche con il rischio che tutto collassi. Una valutazione della ricchezza soltanto in base al PIL è ovviamente riduttiva. Quale indice per valutare il benessere di un paese si sta per questo diffondendo sempre più l&#8217;indice di sviluppo umano (HDI &#8211; Human Developement Index), che tiene conto anche di altri importanti fattori come il livello di istruzione, la qualità dell&#8217;ambiente&#8230; Anche ragionare in termini di “win &#8211; win” significa mettere in conto più variabili, oltre al guadagno economico per sè. Significa tenere conto anche di valori come la sicurezza e pensare, ad esempio, che se qualcuno si fa male al lavoro chi ci perde sono tutti, anche il datore di lavoro. Ha presente il discorso di Robert Kennedy sul PIL? è incredibile pensare che è stato pronunciato nel &#8217;68, quarant&#8217;anni fa e che siamo ancora allo stesso punto. Io, comunque, rimango convinta che un modo diverso di far funzionare le cose sia possibile.<br />
Dobbiamo però lavorare per realizzarlo!</p>
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		<title>Il bello si crea e nulla si distrugge</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 14:51:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Maria Silvia Pazzi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#62; di Luca Speroni Una profonda conoscenza delle strutture aziendali, una passione per l&#8217;architettura e per il design e il desiderio di scommettere su un&#8217;idea di impresa innovativa. Sono questi gli ingredienti che hanno portato Maria Silvia Pazzi a dare vita a Regenesi, azienda bolognese che produce accessori moda, complementi di arredo e gioielli caratterizzati da elevati standard qualitativi e progettati da alcuni dei migliori designer internazionali (tra i quali Matali Crasset e Marco Ferreri, per citarne due). Con una particolarità che rende questi prodotti speciali e decisamente contemporanei: tutti nascono esclusivamente da materia prima di riciclo e post-consumo. Ravennate, trapiantata a Bologna, una decennale esperienza come consulente di piccole e medie imprese e come docente universitaria, Maria Silvia Pazzi ci racconta cosa l&#8217;ha spinta a dare vita, nel 2008, a questa attività: &#8220;Avevo un lato imprenditoriale che aveva bisogno di essere soddisfatto &#8211; racconta &#8211; unito a una passione di lunga data per il design&#8221;. Come ha maturato l&#8217;idea di intraprendere l&#8217;avventura di Regenesi? E&#8217; stato un percorso graduale, fatto di incontri e discussioni sia sui temi del design che dell&#8217;ecosostenibilità. Sicuramente un punto di svolta non decisivo ma emotivamente importante risale a una visita a Napoli. Lì ho [...]]]></description>
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<p>&gt; <strong>di Luca Speroni</strong></p>
<p><strong><img class="size-full wp-image-3903 alignleft" title="Regenesi_Re-fill_creditcardholder_detail_by_RdF" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/09/Regenesi_Re-fill_creditcardholder_detail_by_RdF.png" alt="" width="495" height="317" /></strong>Una  profonda conoscenza delle strutture aziendali, una passione per  l&#8217;architettura e per il design e il desiderio di scommettere su un&#8217;idea  di impresa innovativa. Sono  questi gli ingredienti che hanno portato Maria Silvia Pazzi a dare vita  a Regenesi, azienda bolognese che produce accessori moda, complementi  di arredo e gioielli caratterizzati da elevati standard qualitativi e  progettati da alcuni dei migliori designer internazionali (tra i quali  Matali Crasset e Marco Ferreri, per citarne due). Con una particolarità  che rende questi prodotti speciali e decisamente contemporanei: tutti  nascono esclusivamente da materia prima di riciclo e post-consumo.</p>
<p>Ravennate,  trapiantata a Bologna, una decennale esperienza come consulente di  piccole e medie imprese e come docente universitaria, Maria Silvia Pazzi  ci racconta cosa l&#8217;ha spinta a dare vita, nel 2008, a questa attività:  &#8220;Avevo un lato imprenditoriale che aveva bisogno di essere soddisfatto &#8211;  racconta &#8211; unito a una passione di lunga data per il design&#8221;.</p>
<p>Come ha maturato l&#8217;idea di intraprendere l&#8217;avventura di Regenesi?<br />
E&#8217; stato un percorso graduale, fatto di incontri e discussioni sia sui  temi del design che dell&#8217;ecosostenibilità. Sicuramente un punto di  svolta non decisivo ma emotivamente importante risale a una visita a  Napoli. Lì ho visto monumenti storici accanto a cumuli di rifiuti  abbandonati. Un&#8217;immagine molto forte, che mi ha spinto a voler  utilizzare in qualche modo questi materiali di scarto.</p>
<p>Oggi sono in molti a utilizzare materiali di post-consumo. Cos&#8217;è che vi distingue?<br />
La  cifra caratteristica dei nostri prodotti sta nel fatto che creiamo un  design italiano di classe con il plus dell&#8217;ecoostenibilità, e non il  contrario. La nostra mission, e la nostra sfida, è quella di  &#8220;trasformare rifiuti in bellezza&#8221;. Anche per questo i materiali  subiscono una trasformazione molto forte e il prodotto finale non  comunica l&#8217;uso originale della materia prima utilizzata, come invece  accade a volte in processi di riutilizzo simili.</p>
<p>Come vi procurate il materiale che riutilizzate?<br />
Ci  rivolgiamo a dei fornitori che rivendono materia prima &#8220;seconda&#8221;, cioè  materiale di scarto rigenerato e pronto per essere usato. Scegliamo  fornitori certificati sia dal punto di vista dell&#8217;ecocompatibilità della  materia prima, sia dal punto di vista dell&#8217;impatto ambientale del  processo utilizzato per rigenerare il materiale di scarto. Perchè  ovviamente il riutilizzo deve avere un costo ambientale inferiore  rispetto alla produzione di materiale nuovo. A volte abbiamo dovuto  rivolgerci all&#8217;estero, perchè in Italia non avevamo sufficienti elementi  a garanzia del materiale acquistato. Il caso della pelle, per esempio,  che deve essere conciata al naturale e non al cromo.</p>
<p>Come vengono distribuiti i vostri prodotti?<br />
Dalla  primavera del 2009, quando siamo entrati sul mercato, vendiamo  principalmente online, attraverso l&#8217;e-commerce del nostro sito. Negli  anni i nostri prodotti sono stati presenti all&#8217;interno di diversi eventi  e showroom temporanei, e attualmente si trovano anche in diversi paesi  stranieri, negli shop dei musei, in concept store e negozi di tendenza.</p>
<p>Quindi centralità dell&#8217;e-commerce&#8230; Ma quanto e in che altro modo sono importanti le nuove tecnologie nella vostra attività?<br />
Praticamente  la nostra sede aziendale è il sito web: la rete ci consente di  sfruttare enormi opportunità che fino a qualche anno fa erano  impensabili. Per noi è fondamentale anche l&#8217;aspetto social. Sul nostro  sito abbiamo una community molto forte dove si discute di bellezza e  sostenibilità, con una grande influenza sulle politiche dell&#8217;azienda. In  generale, vendendo i nostri prodotti cerchiamo di proporre anche uno  stile di vita, quindi praticare il mondo dei social network diventa  indispensabile.</p>
<p>Lei è passata dal ruolo di consulente al ruolo di imprenditrice: come è cambiata la sua vita con Regenesi?<br />
Io  ho due figli, ma dico sempre che Regenesi è stato il terzo, il quarto e  il quinto. Essere imprenditore vuol dire vivere la propria vita  totalmente dentro l&#8217;impresa, lavorare 24 ore al giorno e svegliarsi  anche di notte perchè si ha una nuova idea. Non ci si ferma mai, fa  parte del gioco.</p>
</div>
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		<title>Il commercio? È L&#8217;anima della città!</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2011/05/20/il-commercio-e-lanima-della-citta/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 10:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Confcommercio Reggio Emilia]]></category>
		<category><![CDATA[Donatella Prampolini Mazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Vuoto]]></category>

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		<description><![CDATA[› di Caterina Tonon «Noi commercianti siamo la spina dorsale dell’economia, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo». È questa la riflessione da cui è partita Donatella Prampolini Manzini per improntare le linee guida del suo mandato come presidente provinciale di Confcommercio Reggio Emilia. E l’impegno per restituire dignità ai commercianti, troppo spesso considerati «un male della società», e per dimostrare la serietà e la preparazione della categoria, sta dando i suoi frutti. Facciamo un passo indietro. Quali sono state le sue esperienze salienti prima di arrivare alla carica di presidente? Come premessa doverosa, devo ammettere che nel panorama associativo io sono una mosca bianca, in quanto sono arrivata a ricoprire la carica di presidente provinciale dopo soli quattro anni dall&#8217;ingresso nel sistema, avvenuto nel 2005. I primi passi li ho mossi nella Federazione di settore Fida-Confcommercio (Federazione italiana dettaglianti alimentari), riferimento per l&#8217;attività svolta dall’azienda di famiglia che gestisce supermercati di quartiere. Sono arrivata con grande entusiasmo e voglia di imparare, tanto che dopo un anno ricoprivo già la carica di vicepresidente nazionale, riconfermata proprio in questi giorni. Nel frattempo ho iniziato anche il percorso nell&#8217;associazione provinciale, anche se è proprio con la federazione nazionale che ho avuto dapprima modo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3707" href="http://www.imprenditori.it/2011/05/20/il-commercio-e-lanima-della-citta/donatella-prampolini_opt-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-3707" title="Donatella Prampolini_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/05/Donatella-Prampolini_opt1.jpg" alt="" width="1276" height="726" /></a>› di <strong>Caterina Tonon</strong></p>
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<p>«Noi  commercianti siamo la spina dorsale dell’economia, ma troppo spesso ce  ne dimentichiamo». È questa la riflessione da cui è partita Donatella  Prampolini Manzini per improntare le linee guida del suo mandato come  presidente provinciale di Confcommercio Reggio Emilia. E l’impegno per  restituire dignità ai commercianti, troppo spesso considerati «un male  della società», e per dimostrare la serietà e la preparazione della  categoria, sta dando i suoi frutti.</p>
<p><strong>Facciamo un passo indietro. Quali sono state le sue esperienze salienti prima di arrivare alla carica di presidente?</strong><br />
Come  premessa doverosa, devo ammettere che nel panorama associativo io sono  una mosca bianca, in quanto sono arrivata a ricoprire la carica di  presidente provinciale dopo soli quattro anni dall&#8217;ingresso nel sistema,  avvenuto nel 2005. I primi passi li ho mossi nella Federazione di  settore Fida-Confcommercio (Federazione italiana dettaglianti  alimentari), riferimento per l&#8217;attività svolta dall’azienda di famiglia  che gestisce supermercati di quartiere. Sono arrivata con grande  entusiasmo e voglia di imparare, tanto che dopo un anno ricoprivo già la  carica di vicepresidente nazionale, riconfermata proprio in questi  giorni. Nel frattempo ho iniziato anche il percorso nell&#8217;associazione  provinciale, anche se è proprio con la federazione nazionale che ho  avuto dapprima modo di confrontarmi su tavoli importanti, come quelli  ministeriali e sindacali.</p>
<p><strong>Viviamo una crisi economica. Quali proposte ha Confcommercio al fine di favorire la ripresa dei consumi?</strong><br />
La  ripresa dei consumi arriverà quando il mercato del lavoro riprenderà,  per cui a livello nazionale ci battiamo per cercare di ridurre la  pressione fiscale che oggi disincentiva gli investimenti e quindi la  ripresa. È ovvio che per portare avanti una seria politica di riduzione  della pressione fiscale, non ci si può esimere dalla riduzione della  spesa pubblica e dal rigore nei conti pubblici, che non vuol dire tagli  trasversali su tutto, ma ricerca delle reali inefficienze. A livello  locale, oltre alle strategie condivise sugli ammortizzatori sociali e le  moratorie, stiamo lavorando molto sul finanziamento alle imprese, sulla  formazione e la ricerca di innovazione del terziario e sul marketing  territoriale attraverso la costituzione di consorzi tra commercianti.</p>
<p><strong>Il rapporto fra il commercio tradizionale o specializzato e la grande distribuzione è ancora conflittuale?</strong><br />
Confcommercio  nazionale ha fatto la scelta di accogliere tra i propri associati sia  la grande distribuzione che il piccolo dettaglio, dimostrando innate  doti di equilibrismo. È ovvio che questa forzata convivenza a volte è  molto difficile da accettare e crea fibrillazioni. È sbagliato ritenere  che noi siamo a priori contrari alla grande distribuzione, ma riteniamo  strategico trovare e difendere a tutti costi un equilibrio tra i vari  format di vendita. Il mondo è andato avanti e ne prendiamo atto, ma  sarebbe sbagliato delegare al solo mercato le scelte strategiche. I  negozi di vicinato hanno una valenza sociale che va al di là della  semplice vendita di beni. L’equilibrio che consenta la sopravvivenza di  negozi che coprono bisogni diversi dei consumatori dovrebbe essere la  priorità della politica. Quando non è così, possono nascere conflitti.</p>
<p><strong>Come si possono tutelare i piccoli negozi di quartiere rispetto all’emergere dei centri commerciali?</strong><br />
Da  anni ribadiamo la necessità di specializzare la nostra funzione e  muoverci in gruppo come fossimo dei centri commerciali naturali.  Specializzare la funzione non significa esclusivamente fare delle  boutique, ma capire che la nostra vocazione di piccoli negozi è dare un  servizio quotidiano e personalizzato ai consumatori. Questo passa  attraverso la formazione, l’innovazione, l’aggiornamento, il ricambio  generazionale, le nuove tecnologie. Soprattutto passa attraverso la  professionalizzazione, perché per stare sul mercato occorre essere  imprenditori.</p>
<p><strong>Il centro sta subendo un’emorragia di negozi e locali. Come si può far fronte al fenomeno?</strong><br />
I  problemi del centro storico, da cui derivano le chiusure delle attività  commerciali, sono molteplici e solo con un approccio complesso si  possono risolvere. Commercio, residenza e amministrazioni devono  affrontare in maniera sinergica i temi che hanno portato allo stato  attuale la città, senza autoassolversi. Le responsabilità sono da  dividere in maniera equa, a partire dalla programmazione commerciale che  ha fatto nascere troppo centri commerciali, dalla residenza che ha  lasciato la città e dai commercianti che non hanno investito fino in  fondo sulle attività, preferendo talvolta vendere.</p>
<p><strong>In città si possono conciliare le esigenze di divertimento e quelle di riposo?</strong><br />
Mai  come in questo caso, volere è potere. I residenti e i commercianti  hanno lo stesso obiettivo, cioè quello di riportare la città a essere un  luogo sicuro, vissuto e amato. A volte si perseguono strade diverse, ma  basterebbe un po’ di tolleranza da parte dei residenti e maggior  rispetto da parte degli avventori. Una città mortorio è una iattura per  il commercio, ma anche per i proprietari degli immobili che vedono il  proprio bene svalutarsi. Il cerchiobottismo usato fino ad oggi non ha  fatto altro che scontentare tutti ed esasperare i toni. Se  l’amministrazione ritiene strategico far vivere la città, deve  permettere le aperture serali, pretendendo però il rispetto delle norme.</p>
<p><strong>Com’è la condizione femminile nel mondo del commercio?</strong><br />
Il  mondo del commercio è fatto in maggioranza da donne. Nelle imprese  familiari sono spesso le donne a essere l’asse portante, sono donne la  maggioranza delle commesse, così come le consumatrici. Spesso i  dirigenti di categoria sono uomini perché le donne preferiscono rimanere  in azienda. Detto questo, sono un po’ allergica alle questioni delle  quote rosa. Se le persone sono capaci e hanno spirito di sacrificio, non  ci sono barriere che possono fermare i successi professionali.</p>
</div>
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		<title>Sogni e passione per un evento di successo</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 14:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Mirandola, nella Bassa modenese, Elisa Roversi (a sinistra) ed Elena Calzolari (a destra nella foto) hanno recentemente dato vita a Voilà Eventi, impresa di catering e organizzazione eventi. Per scoprire la ricetta che ha spinto due ragazze giovani, entrambe di 28 anni, ed intraprendenti ad aprire un’attività in proprio l’abbiamo chiesto direttamente a loro. Vi conoscevate già prima di avviare l’attività? Elena: Certo, ci conosciamo praticamente dalle scuole superiori, dove al liceo eravamo non solo compagne di classe ma addirittura di banco Elisa: Soltanto all’università le nostre strade si sono separate, scolasticamente parlando. Cosa avete studiato? Elisa: Io ho studiato per 5 anni Comunicazione e Marketing a Reggio Emilia. Elena: La mia scelta è invece caduta su Giurisprudenza, a Bologna. Due studi accademici molto diversi tra loro e per giunta molto lontani dal mondo del catering: com’è poi nata l’idea di aprire un’impresa nel settore? Elena: È iniziato tutto un po’ per scherzo. Una sera, era la primavera scorsa, ci siamo viste, e tra una chiacchiera e un’altra siamo finite a parlare dei nostri lavori passati e delle nostre speranze per il futuro. Entrambe cercavamo qualcosa che potesse appassionarci profondamente per realizzare qualcosa che sentissimo come curato integralmente da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3516" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-3516" href="http://www.imprenditori.it/2011/03/10/sogni-e-passione-per-un-evento-di-successo/ok1_opt/"><img class="size-medium wp-image-3516" title="ok1_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/03/ok1_opt-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Articolo: Andrea Minghelli - Foto: Massimo Dallaglio</p></div>
<p><em><em><em><em><em> </em></em></em></em><em> </em></em></p>
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<p><em><em> </em></em></p>
<p><em><em> </em></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A Mirandola, nella Bassa modenese, Elisa Roversi (a sinistra) ed Elena Calzolari (a destra nella foto) hanno recentemente dato vita a Voilà Eventi, impresa di catering e organizzazione eventi. Per scoprire la ricetta che ha spinto due ragazze giovani, entrambe di 28 anni, ed intraprendenti ad aprire un’attività in proprio l’abbiamo chiesto direttamente a loro.</em></p>
<p><strong>Vi conoscevate già prima di avviare l’attività?<br />
Elena</strong>: Certo, ci conosciamo praticamente dalle scuole  superiori, dove al liceo eravamo non solo compagne di classe ma  addirittura di banco<br />
<strong>Elisa</strong>: Soltanto all’università le nostre strade si sono separate, scolasticamente parlando.<br />
<strong>Cosa avete studiato?</strong><br />
<strong>Elisa</strong>: Io ho studiato per 5 anni Comunicazione e Marketing a Reggio Emilia.<br />
<strong>Elena:</strong> La mia scelta è invece caduta su Giurisprudenza, a Bologna.<br />
<strong>Due studi accademici molto diversi tra loro e per giunta molto  lontani dal mondo del catering: com’è poi nata l’idea di aprire  un’impresa nel settore?</strong><br />
<strong>Elena:</strong> È iniziato tutto un po’ per scherzo. Una sera,  era la primavera scorsa, ci siamo viste, e tra una chiacchiera e  un’altra siamo finite a parlare dei nostri lavori passati e delle nostre  speranze per il futuro. Entrambe cercavamo qualcosa che potesse  appassionarci profondamente per realizzare qualcosa che sentissimo come  curato integralmente da noi.<br />
<strong>Avete parlato di lavori passati: di cosa si è trattato?</strong><br />
<strong>Elisa:</strong> Entrambe abbiamo una discreta esperienza  nell’organizzazione eventi, io vengo infatti dall’organizzazione di  diversi happening sportivi. Mentre Elena ha collaborato per anni con una  ditta di catering di Modena, oltre ad essere una sommelier  professionista.<br />
Da quel primo incontro della scorsa primavera come sono poi evolute le cose?<br />
<strong>Elena</strong>: Sono seguiti numerosi sms e tantissime  telefonate, poi, piano piano, il nostro progetto ha visto la luce e dopo  circa 8 mesi è nato Voilà Eventi. Abbiamo inaugurato ufficialmente tra  lo scorso dicembre e gennaio.<br />
Non è cosa da tutti i giorni vedere due ventottenni che aprono una propria attività, non sarà stato facile.<br />
<strong>Elena</strong>: Tra permessi e autorizzazioni abbiamo incontrato  numerosi ostacoli, soprattutto burocratici; ostacoli che una volta  aperti continuano a non abbandonarci.<br />
<strong>Elisa:</strong> È vero, oggigiorno è molto difficile partire con  un’attività economica, a maggior ragione se condotta da giovani: devi  sostanzialmente partire contando sulle tue sole forze e il sostegno  morale di parenti e amici.<br />
Nonostante queste difficoltà l’attività è comunque partita e so pure che  recentemente avete curato un importante lavoro a Bologna.<br />
<strong>Elisa: </strong>Abbiamo collaborato alla realizzazione del  concerto di capodanno in Piazza Maggiore, organizzando il buffet  dell’evento per lo staff e i cantanti, Francesco Facchinetti e i  partecipanti della scorsa edizione di X-Factor, in totale stiamo  parlando di oltre 50 ospiti. Ora invece seguiamo soprattutto matrimoni,  feste private e mostre.<br />
<strong>Ragioniamo così, per assurdo. Immaginate che arrivi un cliente  che vi chiede di organizzare un evento, e che per farlo vi lasci  completamente carta bianca. Partiamo dalla musica</strong><br />
<strong>Elisa</strong>: Partiremmo con un lounge particolare, suonato  dal vivo, che coinvolga i partecipanti, per poi concludere con una  musica un po’ più ricercata, magari un sax che accompagni un dj per dare  il via alle danze.<br />
<strong>Elena:</strong> Sì, oppure si potrebbero rivisitare in chiave strumentale pezzi italiani degli anni ’60.<br />
Essendo un’impresa di catering la domanda è d’obbligo: e la cucina?<br />
<strong>Elisa: </strong>Si sperimenta, con una rivisitazione della  cucina tradizionale, curandone l’estetica e abbinando sapori e colori,  attraverso delle isole a tema dove si possa gustare del finger food,  usando per mangiare con le dita piuttosto che con le classiche posate.<br />
<strong>E la location? Dove fareste questo vostro evento dei sogni?</strong><br />
<strong>Elena:</strong> Nulla di tradizionale, un ambiente moderno come  una vecchia fabbrica industriale allestita apposta per l’occasione. Per  creare un ambiente caldo ed elegante si potrebbero utilizzare anche  elementi di design, magari in plexiglass, qualcosa capace di mischiare i  toni del bianco con quelli del verde.</p>
<p><strong>VOILà EVENTI INAUGURA SABATO 12 MARZO 2011 ALLE ORE 18<br />
</strong><strong>in via Francesco Montanari 36 a Mirandola</strong></p>
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		<title>Prendiamola con filosofia</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 10:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Al femminile]]></category>
		<category><![CDATA[facoltà di Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Bondi]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[tagli]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Di Francesca Meschieri Docente di Inglese ed ex Direttore del Dipartimento di Studi Linguistici, Marina Bondi è la nuova Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università di Modena: una conferma &#8211; se ancora ci fossero dubbi &#8211; che anche la scuola punta tutto sulle donne Eletta in un momento storico molto delicato per il sistema universitario nazionale, la Prof.ssa Bondi ci accoglie nello studio di Presidenza della facoltà di Filosofia, anch’essa scossa dalla bufera che vede al centro precari e ordinari, ricercatori e cattedratici della scuola italiana, diventata strumento di infinite e nebulose controversie, tra errori del passato e incertezza sul futuro. Prof.ssa Bondi, questo per lei è un secondo mandato, dopo quello che l’ha vista ricoprire lo stesso ruolo anche dal 2001 al 2007: come giudica questa scelta? L’esperienza avrà giocato un ruolo fondamentale per il collegio che l’ha voluta di nuovo alla Presidenza. Credo che il mio percorso professionale e l’esperienza maturata all’interno dell’Università abbiano avuto il loro peso, ma è anche vero che non basta conoscere il sistema universitario per dipanare le incertezze e risolvere problematiche che vanno ben oltre il mio stesso ruolo. Mi riferisco ovviamente alla riforma universitaria appena varata che ha tolto ancora più certezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3522" href="http://www.imprenditori.it/2011/01/31/prendiamola-con-filosofia/immagine-036_opt-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3522" title="Immagine 036_opt" src="http://www.imprenditori.it/files/2011/01/Immagine-036_opt1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Di Francesca Meschieri </strong></p>
<p><em>Docente di Inglese ed ex Direttore del Dipartimento di Studi Linguistici, Marina Bondi è la nuova Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università di Modena: una conferma &#8211; se ancora ci fossero dubbi &#8211; che anche la scuola punta tutto sulle donne</em></p>
</div>
<div>
<p>Eletta in un momento storico molto delicato per il sistema universitario nazionale, la Prof.ssa Bondi ci accoglie nello studio di Presidenza della facoltà di Filosofia, anch’essa scossa dalla bufera che vede al centro precari e ordinari, ricercatori e cattedratici della scuola italiana, diventata strumento di infinite e nebulose controversie, tra errori del passato e incertezza sul futuro.</p>
<p><strong>Prof.ssa Bondi, questo per lei è un secondo mandato, dopo quello che l’ha vista ricoprire lo stesso ruolo anche dal 2001 al 2007: come giudica questa scelta? L’esperienza avrà giocato un ruolo fondamentale per il collegio che l’ha voluta di nuovo alla Presidenza.<br />
</strong>Credo che il mio percorso professionale e l’esperienza maturata all’interno dell’Università abbiano avuto il loro peso, ma è anche vero che non basta conoscere il sistema universitario per dipanare le incertezze e risolvere problematiche che vanno ben oltre il mio stesso ruolo. Mi riferisco ovviamente alla riforma universitaria appena varata che ha tolto ancora più certezza al sistema scuola nel suo complesso, oltre che sollevare un polverone di critiche e incongruenze sul ruolo di precari e ricercatori: questa riforma ha messo in evidenza alcuni paradossi, primo fra tutti la situazione dei ricercatori che, ci tengo a sottolinearlo, non sono precari ma contrattualizzati a tempo indeterminato. Il problema risiede piuttosto nel ruolo che questi insegnanti di “terza fascia” &#8211; come andrebbero considerati a mio avviso &#8211; hanno ricoperto fino ad oggi, che nei fatti esula dalla semplice didattica integrativa ed è diventata vera e propria formazione di base. Astenendosi dalla didattica, hanno dimostrato che l’università procede più lentamente e questo si avverte soprattutto negli atenei di stampo umanistico, proprio come il nostro.<br />
<strong>Quindi lei è d’accordo con questi scioperi&#8230;<br />
</strong>In un certo senso capisco il loro bisogno di certezza professionale, dopotutto queste figure non hanno possibilità di carriera all’interno del sistema, ma non esistono solo i ricercatori: ci sono moltissimi professori che hanno contratti annuali e che iniziano un percorso formativo che magari debbono interrompere dopo pochi mesi perché vengono trasferiti altrove; anche questo fa parte delle incongruenze di cui parlavo prima e che andrebbero risolte al più presto, per cercare di dare risposte immediate al futuro della nostra scuola.<br />
<strong>Futuro peraltro sempre più incerto…<br />
</strong>Certamente, prima di tutto a causa dei tagli che questa riforma ha previsto prima ancora della necessità di risolvere i problemi attuali. Pensi che in alcuni settori, ci troviamo di fronte a decurtazioni che vanno oltre il 50%, con la conseguenza di vedere ridotte la scelta formativa e la possibilità di investire nella ricerca: il tentativo è chiaro, ed è quello che si basa sul risparmio ad ogni costo, ma qui c’è in ballo il futuro dei professionisti di domani, non dobbiamo dimenticarlo. Senza investimenti nella scuola, l’Italia non saprà dare un futuro ai nostri studenti mentre invece la priorità di chi governa dovrebbe essere quella di fornirci direttive chiare e limiti entro cui muoverci.<br />
<strong>La sua elezione, l’abbiamo detto, sottolinea ancora una volta la massiccia presenza femminile sia nei direttivi scolastici che nelle percentuali studentesche: come valuta il dato?<br />
</strong>Diciamo che l’ambiente universitario è largamente rappresentato dalle donne e anche le studentesse manifestano un rendimento più costante: credo che questo derivi dalla loro indole, forse più propensa a raggiungere risultati d’eccellenza che altrimenti farebbero fatica a vedersi riconosciute. Credo tuttavia che in generale nell’ultimo periodo sia stata data un’immagine sbagliata del sistema universitario, almeno nel suo complesso: in realtà nei nostri atenei si lavora quotidianamente pensando ad una ripresa (anche economica) e a un futuro per quanto possibile propositivo. Rammarica vedere che si ha poca fiducia nelle risorse umane, così come non si guarda quasi mai al rapporto di grande stima che lega insegnanti e studenti: mi creda, la maggior parte di noi non difende interessi particolari, ma lavora con coraggio per garantire un futuro a questa scuola.<br />
<strong>Lei è una donna molto determinata che riesce a parlare della sua professione come una “missione possibile”, anche in un momento così difficile: qual è stato il prezzo da pagare per farsi ascoltare?<br />
</strong>I fatti parlano per me e sono sempre quelli che mettono a tacere i detrattori. Le faccio un esempio: come in tutte le facoltà anche noi abbiamo studenti fuori sede. Ce ne sono 4 in particolare che stanno seguendo qui da noi la laurea Magistrale (quindi un livello altamente professionalizzante). Cosa c’è di strano? Che una studentessa viene addirittura da Roma, quindi avrebbe avuto infinite possibilità a due passi da casa, mentre ha scelto la nostra facoltà come trampolino per il suo futuro professionale. Queste sono cose che ci riempiono d’orgoglio.<br />
<strong>Quali risorse deve avere una donna che lavora nella sua posizione: la determinazione è certamente importante, ma ci vogliono tante altre qualità…<br />
</strong>Prima di tutte la capacità di ascolto e poi passione e competenza, perché se non metti “l’anima” in quello che fai, se non ci si mette in gioco per primi nessuno ti segue. Bisogna lavorare sodo, soprattutto oggi che vediamo delegittimati i vertici del potere e messi da parte valori fondamentali, come la responsabilità e la partecipazione.<br />
<strong>E una volta “deposte le armi” come passa il suo tempo libero?<br />
</strong>Ascoltando musica, andando a teatro e facendo lunghe passeggiate in montagna: tutte cose molto rilassanti, una sorta di quiete prima della tempesta!</p>
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		<title>La ragazza d&#8217;oro del nuoto</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2011 10:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Paola Torelli Diciotto anni, modenese, un record del mondo nei 100 stile libero e parecchie medaglie d’oro e d’argento nei campionati paraolimpici. La storia di Cecilia Camellini, grande promessa del nuoto italiano&#8230; A soli diciotto anni, la modenese Cecilia Camellini è già una delle promesse del nuoto mondiale. Non vedente, Cecilia gareggia nella categoria S-11 (cieco assoluto) e il suo palmarès è impressionante. Due medaglie d&#8217;argento alle Paralimpiadi di Pechino 2008 nei 100 e nei 50 stile libero. Ad agosto ai campionati mondiali ha ottenuto il record del mondo e la medaglia d&#8217;oro nei 100 stile libero (tempo di 1&#8242; 08&#8243; 56) e nei 100 dorso (1&#8242; 19&#8243; 78) e la medaglia d&#8217;argento nei 200 misti e nei 50 stile libero. Altra medaglia d&#8217;oro agli Europei del 2009 nei 100 stile libero e argento nei 50 stile libero. Un successo in ascesa il suo, come dimostra anche la sua partecipazione a settembre a Roma al 90° anniversario dell&#8217;Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, dove è stata scelta come unica rappresentante femminile del mondo sportivo. Per conoscere meglio questa giovane campionessa e capire come riesce a destreggiarsi tra scuola e impegni sportivi le abbiamo posto qualche domanda. Come ti presenteresti a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-3179" href="http://imprenditori.it/2011/01/14/la-ragazza-doro-del-nuoto/sdc12937_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3179" title="SDC12937_opt" src="http://imprenditori.it/files/2011/01/SDC12937_opt-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di Paola Torelli</strong></p>
<p><em>Diciotto anni, modenese, un record del mondo nei 100 stile libero e parecchie medaglie d’oro e d’argento nei campionati paraolimpici. La storia di Cecilia Camellini, grande promessa del nuoto italiano&#8230;</em></p>
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<p>A soli diciotto anni, la modenese Cecilia Camellini è già una delle promesse del nuoto mondiale. Non vedente, Cecilia gareggia nella categoria S-11 (cieco assoluto) e il suo palmarès è impressionante. Due medaglie d&#8217;argento alle Paralimpiadi di Pechino 2008 nei 100 e nei 50 stile libero. Ad agosto ai campionati mondiali ha ottenuto il record del mondo e la medaglia d&#8217;oro nei 100 stile libero (tempo di 1&#8242; 08&#8243; 56) e nei 100 dorso (1&#8242; 19&#8243; 78) e la medaglia d&#8217;argento nei 200 misti e nei 50 stile libero. Altra medaglia d&#8217;oro agli Europei del 2009 nei 100 stile libero e argento nei 50 stile libero. Un successo in ascesa il suo, come dimostra anche la sua partecipazione a settembre a Roma al 90° anniversario dell&#8217;Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, dove è stata scelta come unica rappresentante femminile del mondo sportivo. Per conoscere meglio questa giovane campionessa e capire come riesce a destreggiarsi tra scuola e impegni sportivi le abbiamo posto qualche domanda.<br />
<strong>Come ti presenteresti a chi ancora non ti conosce?<br />
</strong>Cecilia, 18 anni, molti dei quali passati dentro una piscina. Al momento sono in quinta liceo e quel poco tempo libero che mi rimane lo dedico alla lettura o alle amiche.<br />
<strong>Quindi l&#8217;anno prossimo avrai la maturità?<br />
</strong>Sì. Speriamo che vada bene, anche perché ci sono gli Europei a luglio: prima faccio la maturità poi vado alle gare. Dopo di sicuro farò l&#8217;Università. Pensavo a Lettere, ma sono indecisa.<br />
<strong>Studi e ti alleni. Come fai a conciliare queste due aspetti della tua vita?<br />
</strong>La mattina sono a scuola e al pomeriggio nuoto per due ore. Torno a casa verso le 17 e fino alle 20 mi dedico allo studio. Durante la settimana mi rimane davvero poco tempo, però è un sacrificio che faccio volentieri: finché arrivano i risultati, uno è motivato a sacrificarsi.<br />
<strong>Come ti sei avvicinata al nuoto?<br />
</strong>Ho cominciato a fare i primi giochi in acqua verso i tre anni, perchè mio fratello già nuotava e anch’io volevo provare. Da lì ho cominciato ad imparare le prime cose e poi a 11 anni sono passata alla società Tricolore di Reggio, per cui nuoto tuttora, e insieme ad Ettore Pacini, il mio primo allenatore, abbiamo deciso di fare diventare questa attività sempre più importante.<br />
<strong>Dove ti alleni? Cosa ne pensi degli impianti sportivi di Modena e Reggio?<br />
</strong>Ultimamente faccio meno allenamenti a Reggio: la mia società ha trovato una piscina a Modena e mi alleno lì, così sono più vicina a casa. Comunque bisogna considerare che io occupo da sola una corsia e una piscina fa fatica a concedere una corsia ad una sola persona. Devo dire comunque che dopo gli impegni di Pechino mi vengono più incontro, ma si fa sempre un po&#8217; fatica.<br />
<strong>Ci puoi descrivere i tuoi allenamenti?<br />
</strong>Il mio allenatore è sul bordo della piscina e ha in mano un bastone per non vedenti con in cima una pallina di gommapiuma. Quello che deve fare è darmi un colpetto sulla testa prima del muretto: lui mi segnala il muro e io faccio la virata. Dopo le Paralimpiadi di Pechino ho cambiato allenatore e adesso è Alessandro Cocchi.<br />
<strong>Tra tutti i premi che hai vinto, ce n&#8217;è uno a cui sei particolarmente legata?<br />
</strong>Le medaglie paralimpiche di Pechino sono qualcosa di speciale perchè le Paralimpiadi sono, già di per sé, una gara tutta particolare. Sono però particolarmente fiera del record del mondo nei 100 stile libero.<br />
<strong>Quali sono i tuoi prossimi obiettivi</strong>?<br />
Gli Europei 2011 sono un punto di passaggio, perché quest&#8217;anno non riesco ad allenarmi bene a causa della maturità. Obiettivo principale comunque è Londra 2012.<br />
<strong>Che consigli daresti a chi si vuole avvicinare al nuoto o allo sport in generale?<br />
</strong>Lo sport è importante perchè aiuta a rafforzare il carattere, ad acquistare autostima e a comprendere cosa vuol dire gioco di squadra. Anche se fatto a livello non agonistico, può aiutare a vivere meglio. Nel mio caso lo sport fa parte da troppo tempo della mia vita: non riuscirei più a farne senza.</p>
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		<title>Combattere la leucemia: work in progress</title>
		<link>http://www.imprenditori.it/2010/12/26/combattere-la-leucemia-work-in-progress/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 09:46:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agnese</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Ilaria Jacobucci fa parte dell&#8217;équipe di ricerca che ha recentemente identificato le mutazioni genetiche dei pazienti affetti da leucemia. In un momento storico in cui la ricerca italiana e la sperimentazione scientifica affrontano grandi difficoltà, al punto che l’espressione “fuga dei cervelli” è diventata all’ordine del giorno, è un conforto incontrare anche giovani talenti che hanno deciso di restare a lavorare nei laboratori delle nostre Università e di convogliare le proprie energie e la propria professionalità in progetti di respiro internazionale, che spesso portano a risultati di comprovata eccellenza e di fondamentale rilevanza per il vivere umano. È il caso di Ilaria Iacobucci, trent’anni, una laurea in biotecnologie a indirizzo medico e un dottorato in ematologia clinica e sperimentale. Attualmente assegnista presso l&#8217;Istituto di ematologia e oncologia Seragnoli del policlinico Sant&#8217;Orsola di Bologna, la dottoressa Iacobucci è una dei sei membri dell&#8217;équipe di ricerca, coordinata dal professor Giovanni Martinelli, che è riuscita nella straordinaria impresa di identificare le mutazioni nel corredo genetico di pazienti affetti da leucemia. L’importante scoperta, che permette di tracciare una sorta di “carta di identità” del tumore del sangue, è stata conseguita adattando le procedure già utilizzate da un’azienda spin-off dell’università di Udine per sequenziare il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3039" href="http://imprenditori.it/2010/12/26/combattere-la-leucemia-work-in-progress/dsc02408_opt/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3039" title="DSC02408_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/12/DSC02408_opt-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Ilaria Jacobucci fa parte dell&#8217;équipe di ricerca che ha recentemente identificato le mutazioni genetiche dei pazienti affetti da leucemia.<br />
In un momento storico in cui la ricerca italiana e la sperimentazione scientifica affrontano grandi difficoltà, al punto che l’espressione “fuga dei cervelli” è diventata all’ordine del giorno, è un conforto incontrare anche giovani talenti che hanno deciso di restare a lavorare nei laboratori delle nostre Università e di convogliare le proprie energie e la propria professionalità in progetti di respiro internazionale, che spesso portano a risultati di comprovata eccellenza e di fondamentale rilevanza per il vivere umano. È il caso di Ilaria Iacobucci, trent’anni, una laurea in biotecnologie a indirizzo medico e un dottorato in ematologia clinica e sperimentale. Attualmente assegnista presso l&#8217;Istituto di ematologia e oncologia Seragnoli del policlinico Sant&#8217;Orsola di Bologna, la dottoressa Iacobucci è una dei sei membri dell&#8217;équipe di ricerca, coordinata dal professor Giovanni Martinelli, che è riuscita nella straordinaria impresa di identificare le mutazioni nel corredo genetico di pazienti affetti da leucemia. L’importante scoperta, che permette di tracciare una sorta di “carta di identità” del tumore del sangue, è stata conseguita adattando le procedure già utilizzate da un’azienda spin-off dell’università di Udine per sequenziare il genoma dell’uva, attraverso la tecnologia ad altissima sensibilità di Solexa, un congegno sofisticatissimo, il cui valore si aggira intorno al mezzo milione di euro.<br />
<strong>Dottoressa, può spiegarci come funziona Solexa?</strong><br />
Si tratta di un sequenziatore di seconda generazione, che consente di individuare eventuali alterazioni presenti nei campioni di microsequenze genetiche provenienti da pazienti affetti da leucemia acuta linfoblastica. Siamo stati i primi a livello internazionale – la ricerca è stata presentata a giugno nel corso del congresso mondiale di oncologia medica organizzato a Chicago dall’Asco, la Società americana di oncologia clinica – a servirci di questo tipo di tecnologia per identificare tutte le possibili sostituzioni presenti nel genoma di un individuo. Per comprendere l&#8217;entità di un simile risultato, basti pensare che il primo sequenziamento del genoma umano risale al 2003, ed è stato il frutto di un progetto, nato con lo scopo di determinare la sequenza di basi che formano il DNA, che è costato dieci miliardi di dollari e oltre dieci anni di lavoro. Noi con i sequenziatori di seconda generazione otteniamo lo stesso risultato con un costo di poche migliaia di euro e in una sola settimana.<br />
<strong>Quali conseguenze avrà l&#8217;identificazione delle mutazioni nel corredo genetico dei pazienti affetti da leucemia?</strong><br />
La leucemia acuta linfoblastica, campo di indagine su cui abbiamo condotto il nostro studio, è una neoplasia maligna che colpisce soprattutto gli adulti e ha la caratteristica di avere una prognosi generalmente sfavorevole. Pazienti colpiti apparentemente dallo stesso tipo di leucemia, in realtà presentano alterazioni del genoma differenti.<br />
Riuscire a individuare nuovi geni &#8211; una delle particolarità della leucemia è la combinazione di uno stesso gene in modi diversi &#8211; e &#8220;targhettare&#8221; delle alterazioni specifiche che consentano una classificazione dei pazienti in categorie di rischio ben definito, consente di individuare sottogruppi a migliore o peggiore prognosi e di identificare, già al momento della diagnosi, nuovi bersagli per una terapia più mirata attraverso farmaci più efficaci.<br />
<strong>Esiste già una terapia sperimentale che si basa sulle vostre scoperte?</strong><br />
È in corso un progetto di ricerca che ha l&#8217;obiettivo di testare un nuovo farmaco in grado di agire e contrastare l&#8217;alterazione. Siamo partiti da un solo caso e oggi siamo arrivati a sequenziarne sei. La ricerca è in progress, perché il &#8220;grosso&#8221; del lavoro è rappresentato dall&#8217;analisi informatica delle sequenze.<br />
<strong>Quali sono state le principali difficoltà riscontrate durante la ricerca?</strong><br />
Sicuramente il fatto di avere tantissimi dati a disposizione, e la conseguente difficoltà di interpretarli da un punto di vista informatico. I dati forniti dallo strumento vanno trasformati in risultati comprensibili, per capire quali sono le alterazioni significative, i cosiddetti &#8220;driver&#8221;, rispetto ai &#8220;passenger&#8221; che si verificano casualmente e non incidono sulla patologia.<br />
La cossidetta “deep or next generation sequencing&#8221;, ossia il sequenziamento in profondità, apre nuove strade alla sperimentazione.<br />
Il Seragnoli, con il contributo di Ail, l’Associazione italiana contro le leucemie, e di Airc, l&#8217;Associazione per la ricerca sul cancro, ha attivato una terapia sperimentale su alcuni pazienti di età superiore ai settant’anni, che sta dando risultati incoraggianti a livello di efficacia dei farmaci utilizzati e di sopravvivenza dei pazienti.<br />
<strong>C&#8217;è la speranza che un giorno, proseguendo sulla via della sperimentazione, la ricerca possa arrivare a prevenire l’insorgere delle leucemie?</strong><br />
Parlare di prevenzione è difficile: le cause delle leucemie sono molteplici e tante sono le alterazioni. Ma riuscire a identificarle permetterà di individuare sempre più tempestivamente il danno genetico e di prescrivere trattamenti ad personam, aggiustando i dosaggi in modo da riuscire ad abbattere i livelli di tossicità e alzare la soglia di efficacia dei farmaci.</p>
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		<title>La chimica? E&#8217; vivente</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 15:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando si parla di ricerca scientifica e innovazione tecnologica, l&#8217;Italia risulta sempre essere un passo indietro rispetto alla media europea sia per mole di investimenti destinati sia per risorse (soprattutto umane) impiegate. Se è vero che l&#8217;eccezione conferma la regola, quella di Catia Bastioli può dirsi a pieno titolo un esempio virtuoso da seguire con entusiasmo e speranza per il futuro: l&#8217;a.d. Di Novamont spa ha infatti un curriculum di tutto rispetto e una quantità incredibile di riconoscimenti meritatamente ottenuti, non solo per il suo impegno nel campo della sostenibilità delle risorse ambientali ma anche per la continua ricerca di nuove strade per la produzione di materie bioplastiche. Utilizzando materie prime vegetali e fonti rinnovabili a basso impatto ambientale, la Novamont spa ha sviluppato nel tempo il suo principale core business, diventando un&#8217;azienda leader in tutto il mondo nel campo dei prodotti biodegradabili e aggiudicandosi un portfolio brevettuale che oggi ammonta a 800 casi (l&#8217;ultimo dei quali è il sistema mater-bi@, una speciale plastica disintegrabile in natura con la quale si possono fabbricare shopper, sacchi per la spazzatura e persino pannolini per neonati). Non solo produzione quindi, ma soprattutto ricerca scientifica che per la dottoressa Bastioli si traduce anche in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2889" class="wp-caption alignleft" style="width: 217px"><img class="size-medium wp-image-2889" title="Catia Bastioli 03_opt" src="http://imprenditori.it/files/2010/11/Catia-Bastioli-03_opt-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" /><p class="wp-caption-text">Mozziconi di sigaretta come arma contro la ruggine. Succede in Cina, dove uno studio ha provato che le sostanze chimiche estratte dalle cicche - così tossiche da uccidere i pesci - possono essere usate per proteggere i tubi d’acciaio dalla ruggine</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di ricerca scientifica e innovazione tecnologica, l&#8217;Italia risulta sempre essere un passo indietro rispetto alla media europea sia per mole di investimenti destinati sia per risorse (soprattutto umane) impiegate. Se è vero che l&#8217;eccezione conferma la regola, quella di Catia Bastioli può dirsi a pieno titolo un esempio virtuoso da seguire con entusiasmo e speranza per il futuro: l&#8217;a.d. Di Novamont spa ha infatti un curriculum di tutto rispetto e una quantità incredibile di riconoscimenti meritatamente ottenuti, non solo per il suo impegno nel campo della sostenibilità delle risorse ambientali ma anche per la continua ricerca di nuove strade per la produzione di materie bioplastiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Utilizzando materie prime vegetali e fonti rinnovabili a basso impatto ambientale, la Novamont spa ha sviluppato nel tempo il suo principale core business, diventando un&#8217;azienda leader in tutto il mondo nel campo dei prodotti biodegradabili e aggiudicandosi un portfolio brevettuale che oggi ammonta a 800 casi (l&#8217;ultimo dei quali è il sistema mater-bi@, una speciale plastica disintegrabile in natura con la quale si possono fabbricare shopper, sacchi per la spazzatura e persino pannolini per neonati). Non solo produzione quindi, ma soprattutto ricerca scientifica che per la dottoressa Bastioli si traduce anche in una riconsiderazione radicale dei modelli produttivi, che mirano a trasformare il sistema dissipativo in uno stile (anche di vita) che preservi le risorse ed aumenti notevolmente la qualità del nostro vivere quotidiano. Una sfida prioritaria per questa ricercatrice italiana, vincitrice tra l&#8217;altro del premio “inventore dell&#8217;anno” nel 2007 e che vede nella green economy il futuro, se non addirittura il presente, della nostra economia globale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Bastioli, quando si parla di ricerca e innovazione tecnologica in Italia il primo pensiero va ai finanziamenti quasi inesistenti e alle risorse umane, i famosi &#8220;cervelli&#8221;, costretti ad emigrare all&#8217;estero, dove le politiche in questo senso sono decisamente propositive: il suo parrebbe un caso classico, in cui l&#8217;eccezione conferma la regola&#8230; Come immagina il futuro della ricerca nel nostro Paese?<br />
Novamont è nata appunto come centro di ricerca che consentì di salvaguardare un grande patrimonio di eccellenza del Paese riuscendo a trasformare i risultati della ricerca in prodotti e applicazioni concrete, mantenendo aperto un orizzonte di ambiziosi progetti a lungo termine. Le scelte strategiche effettuate al momento della nascita di Novamont si sono basate non solo sulla pura ricerca ma anche sulla capitalizzazione di un solido portafoglio brevetti. Si tratta di un caso esemplare in grado di indicare un importante modello di sviluppo per un Paese spesso troppo rassegnato come il nostro: il declino si può evitare agendo da innovatori e tutelando il valore rappresentato dalla proprietà intellettuale. La ricerca scientifica e l&#8217;innovazione, volte a ottenere prodotti e processi produttivi indirizzati ad un sistema di sviluppo più consapevole e meno dissipativo, sono quindi i drivers che consentiranno una crescita reale e di lungo periodo del nostro mondo e che ci permetteranno di evolvere in modo competitivo e sostenibile dal punto di vista ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sviluppo e sostenibilità sembrano concetti davvero agli antipodi, eppure l&#8217;esigenza primaria del pianeta è proprio quella di coniugare il più possibile questi due aspetti: com&#8217;è nata in lei questa necessità e com&#8217;è possibile passare realmente da un&#8217;economia di prodotto ad una di sistema, in cui la qualità di vita sia davvero al centro?<br />
Novamont è un modello sperimentale che continua ad evolversi nel campo della ricerca. Lo studio dei modelli di innovazione riguarda il ridisegno di un sistema con attraverso la formazione di uomini, la gestione di progetti di ricerca complessi, lo sviluppo di partnership, la partecipazione attiva alla definizione di standard di qualità, la gestione strategica della proprietà intellettuale, l&#8217;attività culturale, le filiere integrate, i casi studio. Si tratta di un vero laboratorio a tutto campo in cui ho avuto modo di ampliare le mie conoscenze, di vedere crescere le persone intorno a me e che ha permesso di creare un&#8217;esperienza unica a servizio di chi voglia partecipare a questo esperimento di economia di sistema. Oggi la sfida per Novamont è quella di riuscire a diventare un catalizzatore dello sviluppo del Paese in questo settore realizzando completamente il modello di &#8220;Bioraffineria integrata nel Territorio&#8221;, in partnership con il mondo agricolo, industriale, istituzionale ed accademico. La speranza è che la nostra esperienza sia di supporto anche alla definizione di strategie di sviluppo del Paese nel settore delle materie prime rinnovabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo, immaginiamo risicato, tempo libero, a che cosa ama dedicarsi?<br />
Tra i miei hobby ci sono la musica lirica, la lettura e le passeggiate&#8230;<br />
Come si descriverebbe professionalmente e qual è, secondo lei, l&#8217;atteggiamento che deve assumere un &#8220;leader&#8221; per essere un vero punto di riferimento?<br />
Ascolto, analisi, decisione. Un leader deve essere sempre in ascolto, deve analizzare gli input che riceve e saper decidere individuando azioni ispirate ad una visione.<br />
Qual è stata la sua più grande soddisfazione?<br />
Quella di veder realizzato il sogno di un rilancio della chimica italiana a partire dal concetto della Bioraffineria integrata nel Territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia si parla tanto di donne e carriera (oggi anche politica) ma sempre dal punto di vista maschile, quello che, nella maggior parte dei casi, tiene le redini del comando in diversi settori: lei come giudica l&#8217;operato delle donne che fanno impresa nel nostro Paese e che popolano (a volte nostro malgrado) la scena politica?<br />
Le donne oggi sono effettivamente chiamate ad una grandissima responsabilità. La crisi economica, amplificata dall&#8217;irresponsabilità della finanza &#8220;alterata&#8221;, chiama il genere ad uno scatto di innovazione in nome di valori etici che nel corso degli ultimi decenni si sono affermati in diverse esperienze che hanno avuto come protagonista il mondo femminile. Forse più nelle donne che negli uomini c&#8217;è un maggiore livello di idealità e di volontà di costruire, piuttosto che di riempire caselle e fare vuote carriere. Il motivo sta nel fatto che le donne portano energie nuove e ancora poco sfruttate a tutti i livelli, compreso il mondo dell&#8217;imprenditoria.</p>
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