Bivalenti dimensioni dell’arte

Nel 2016 il mondo dell’arte contemporanea ha visto intrecciarsi, come raramente era successo in passato, la dimensione escatologica e quella scatologica, andando ben oltre la celebre Merda d’artista di manzoniana memoria.
Prima ha iniziato l’americano Matthew Barney a ArteFiera 2016, quando la grande kermesse bolognese, senza dubbio uno degli eventi più importanti dell’anno per l’arte contemporanea in Europa, ha aperto i battenti con la proiezione del suo monumentale River of Fundament, un film di sei ore ispirato a un romanzo di Norman Mailer. I protagonisti sono faraoni catapultati nel XX secolo che, per reincarnarsi in esseri umani e automobili, sguazzano in fiumi di sterco, oltre che immergersi, in un evidente tributo a Hermann Nitsch, nel sangue e nelle carcasse di animali appena passati a miglior vita.
Il clou però è arrivato a Monumenta, la manifestazione itinerante che, per l’edizione 2016, anche per rendere onore al centenario della nascita del dadaismo, ha fatto sosta a Zurigo, dove nel 1916 Tristan Tzara diede vita, con il Cabaret Voltaire, al movimento che avrebbe sconvolto l’arte fin dalle fondamenta.
L’opera più sensazionale di Monumenta 2016 è stata The Load (“Il Carico”), un’installazione dell’americano Mike Bouchet formata da 80 tonnellate di escrementi umani, suddivisi in grandi blocchi corrispondenti alla produzione giornaliera degli abitanti dell’intera città di Zurigo. Benchè trattati con speciali procedimenti chimici di disidratazione ed essicazione, ai quali hanno collaborato sia la società pubblica zurighese incaricata dello smaltimento dei reflui che la locale università, lo scrivente garantisce i suoi 25 lettori che le emissioni odorose dell’opera sono rimaste intense e acri anche negli ultimi giorni della mostra. Per alcuni studiosi The Load, che Mike Bouchet ha intepretato come una gigantesca opera d’arte collettiva, è un lavoro destinato a rimanere nella storia dell’arte contemporanea per molti anni a venire. Secondo altri, queste opere segnano invece il passaggio “dalla merda d’artista agli artisti di merda”.
La dimensione scatologica dell’arte non è certo una novità: anzi, si può dire che l’arte concettuale nasca agli inizi del ‘900 proprio con questa caratterizzazione originale, grazie al celebre orinatoio di Marcel Duchamp. “L’arte non esiste in natura ma è una creazione della nostra mente”, teorizzò il dadaista-surrealista Marcel Duchamp, quindi anche un cesso può essere un’opera d’arte.
Certo, essere disgustosi e provocatori non è sufficiente. Però la grande arte spesso deve disturbare, inquietare, mettere a disagio, costringere l’osservatore a porsi interrogativi. Sorprende che a Reggio Emilia da tempo immemore l’arte che viene prodotta od esibita, sia negli spazi pubblici che in quelli privati, non abbia questa connotazione, e anzi sia sempre edulcorata e soft. Forse perchè la sua dimensione escatologica è quella di celebrare il migliore dei mondi possibili, o, più semplicemente, di aiutare il visitatore a trascorrere un fine settimana di sano relax.

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