Vanni Cuoghi

Il nostro tema del mese è Rumore. Quale significato assume il suono all’interno della tua ricerca?
Se si escludono le copertine dei dischi, non ho mai lavorato con il suono. Nel 2011, tuttavia, ho conosciuto il pianista Matteo Ramon Arevalos, che ha fatto a Vittorio Sgarbi il mio nome per la Biennale di Venezia. Con Matteo è nata una bella amicizia, accompagnata dal desiderio di lavorare insieme. Colpito da uno dei miei Teatrini, ha composto un brano, intitolato La folia in omaggio a un antico tema musicale portoghese. Dal suono allo sguardo il passo è stato breve e, visto che per me la follia è soprattutto guerra e battaglia, un esercito di cavalieri è stato installato all’interno della cassa armonica del pianoforte. Il rumore e le vibrazioni danno senso e movimento all’intero lavoro. A volte fai certe cose perché senti che suonano in maniera giusta, che si tratta di un lavoro accordato.

La performance sarà presentata il 28 settembre a Crema, nell’ambito della mostra Aion: di giochi, giardini e altre delizie. Qualche anticipazione?
Aion, antitesi di Kronos, è il tempo circolare, generalmente rappresentato da un bambino che gioca. La mostra, che sarà inaugurata il 14 settembre alla Pinacoteca di Crema, vuole essere un repertorio di leggerezze e svaghi rinascimentali. All’interno del pianoforte saranno collocate una cinquantina di sagome dipinte all’acquerello, che si muoveranno al vibrare delle corde. Siccome la musica prevede un crescendo, alcune figure cadranno, come del resto accade in guerra. Alla fine del concerto, i cavalieri saranno venduti all’asta e il ricavato andrà in beneficenza. In mostra ci saranno, oltre ad alcune sagome, cinque opere su tela e nove Teatrini, con i quali sono tornato all’uso della carta.

A cosa si deve questo ritorno?
La scelta era nell’aria: con la tela avevo perso l’idea di leggerezza. I Teatrini sono piccoli diorama con effetti pop-up. Si tratta di un unico foglio, dipinto fronte retro, piegato e inserito in una teca di plexiglass. I Giardini del benessere sono, invece, quinte teatrali senza figure. Paesaggi idilliaci, ville e giardini che nascono da scatole di medicinali. Sono tutti monocromi, nei colori della cartamoneta dell’euro, perché il benessere si paga, e anche caro.

Qualche novità nelle tue ultime tele?
L’uso dei fondi colorati: prima le mie figure galleggiavano come illustrazioni sulle pagine di un libro. L’ispirazione mi è venuta dalle opere di Sekka Kamisaka, artista giapponese che ho avuto modo di conoscere attraverso le opere di una collezione privata. Dopo questo incontro, ho iniziato a pensare di combinare cromaticamente i fondi e di inserire alcuni eventi decorativi.

Un segreto?
Adoro disseminare nelle opere elementi del mio vissuto. Gli amici a volte li riconoscono, come nel caso dei due gatti neri su una delle ultime tele. Sono esperienze personali, ma si finisce per parlare del mondo…

I tuoi principali riferimenti?
Austin Kleon, nel libro Ruba come un artista, ci invita a non cercare di creare qualcosa di nuovo a tutti i costi, ma a nutrirci, piuttosto, alla fonte di chi ci ha preceduto. Sono innamorato di tutto il Rinascimento Italiano, in particolare Raffaello, il Murakami del ‘500, capace di rubare prima al Perugino e poi a Michelangelo. Nella mia ricerca rientrano il fumetto, la grafica e l’illustrazione, il cinema – una delle mie ultime opere è ispirata a Kill Bill – e quanto sottraggo agli artisti che mi stanno intorno. La parola chiave è connessione: siamo tutti parte di quella che Luca Beatrice chiama Google generation. Credo che ogni vera rivoluzione nasca dall’interno, lentamente.

Spesso le tue opere si prestano a diversi livelli di lettura…
Metto in tavola delle carte, ma il gioco lo fanno gli spettatori. È come se preparassi un dolce: buono nella bocca di un bambino, con sfumature particolari e spezie nella bocca di un intenditore.

Come nasce una tua opera?
Da piccoli schizzi. Se un’idea stagiona per un po’ sulla carta e continua a suscitare il mio interesse, passa sulla tela.

Gli artisti che ti stanno intorno sono soprattutto quelli di Italian Newbrow
Gli artisti che fanno parte di questo scenario mettono insieme tutto ciò che è a latere della Pittura – fumetto, illustrazione, grafica – trasformandolo in linfa vitale per la pittura stessa. È come se fossimo tutti in una grande villa, ognuno con la sua stanzetta. Il lavoro di sartoria spetta a Ivan Quaroni che, con la truppa, condivide il rancio.

La tua formazione?
Decorazione all’Istituto d’Arte e poi Scenografia, qualche mese all’Accademia Disney, trompe-l’œil e facciate dipinte. Nella pittura mi sono trovato a condensare tutte le esperienze legate all’immagine che avevo maturato negli anni.

Condivisione e collaborazione?
Italian Newbrow nasce da una costante frequentazione, con mostre, cene e vacanze. Gli artisti in fondo si mettono d’accordo con poco e va tutto a finire a tarallucci e vino. Perché non gioirne?

Progetti in cantiere?
È al momento in corso la mostra P2P/Proud to present #01, organizzata dall’Associazione Circoloquadro alla Fonderia Napoleonica Eugenia a Milano, insieme a Isabella Nazzarri e Viviana Valla. In settembre ci sarà la personale a Crema e, contemporaneamente, Art Platform a Los Angeles. In ottobre sarò ospitato nel Little Circus di Antonio Colombo a Milano e a dicembre esporrò a Tirana, in uno spazio istituzionale.

E quando non dipingi?
Amo i viaggi e la buona cucina: tengo un’agenda con i migliori ristoranti al di sotto dei 35 euro. Poi faccio le cose che fanno tutti gli altri esseri umani. Se non gusti, non ascolti… rischi di fare una pittura sterile. L’entusiasmo della vita ti fa lavorare meglio!

Ti diverti?
Mi diverto moltissimo, e il fatto che ci campi è ancora più divertente.

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