di Chiara Melloni

“Il problema di questa età dell’oro dell’informazione è che non c’è mai modo di sapere cosa succede”. Così il vignettista di El Pais sintetizza il paradosso dell’informazione. Che nel nostro Paese è ancora più acuto che altrove. Lo sanno tutti, che in Italia l’informazione non funziona come dovrebbe: lo sanno tutti eppure uscire dal tunnel della (dis)informazione è difficile. I problemi sono tanti, proviamo a procedere con ordine.

La televisione

L’Italia è quella che si direbbe una fan obbligata del piccolo schermo. Fan perché 3 italiani su 4 si informano solo ed esclusivamente attraverso la televisione la quale, conseguentemente, crea la realtà per la maggior parte di noi. Non a caso Berlusconi – che di tv, si sa, se ne intende – nel 2002 suggerì la cacciata dei personaggi televisivi non allineati alla sua visione dei fatti (tra cui Enzo Biagi). La frammentazione del digitale terrestre avrà probabilmente un effetto positivo, ma non cambia un dato di fatto: l’Italia è obbligata a vedere la tv per informarsi. Una recente indagine di Tullio De Mauro – uno dei più autorevoli linguisti nostrani – mostra che sommando le varie categorie di analfabeti (totali, funzionali, eccetera) si arriva allo sconcertante risultato che l’80% – l’ottanta per cento – degli adulti italiani non è in grado di informarsi leggendo un testo.

La stampa

Il giornalismo è stato definito Quarto Potere perché per la democrazia l’informazione è vitale: grazie ad essa, i potenti sanno di dover rendere conto delle proprie scelte. Peccato che i giornali oggi siano in crisi di credibilità, e di copie. Il giornalismo si è sciolto nel web, in cui ognuno può accedere a tutte le notizie che vuole, in tempo reale e gratuitamente. Al contrario, i giornali costano, anche a chi non li legge: i contributi pubblici all’editoria ammontano a più di 600 milioni di euro. Beppe Grillo l’ha definita informazione assistita ma la cifra equivale a meno della metà di quella devoluta alle missioni di pace all’estero. La spesa per l’editoria potrebbe essere giustificata se servisse a dotare il Paese di una delle infrastrutture più vitali, il pluralismo dell’informazione. Ma è davvero così?

Il precariato

Il problema è che anche il giornalismo è stato investito dalla precarietà, che in questo ambito è particolarmente dannosa in quanto colpisce non solo chi scrive, ma anche chi legge. L’indipendenza di giudizio è fondamentale per un giornalista, ma quanta indipendenza può permettersi un dipendente che ha bisogno di vedersi rinnovato il contratto? Perciò non solo la censura, anche l’autocensura è un rischio reale. Di recente Paola Caruso, da 7 anni giornalista precaria del Corriere della Sera, ha fatto uno sciopero della fame. Scrive sul suo Tumblr: “Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso”. Alla fine, Caruso è stata assunta. Buon per lei, ma nel settore dell’informazione sono ancora in tanti a trovarsi nella sua condizione. Un sintomo significativo è che la sua protesta, ignorata dai mezzi di comunicazione ufficiali, abbia preso piede online. Dobbiamo considerarlo un segnale? Sarà Internet a prendere il posto della carta stampata?

Internet

Anche a questo proposito, i problemi non mancano. Alessandro Gilioli, giornalista dell’Espresso, sintetizza così la questione del web in Italia: “Abbiamo una delle reti più vecchie e malandate d’Europa: la difficoltà ad avere connessione veloce è un limite”. Quindi se in Italia avessimo tutti una connessione veloce, avremmo anche un’informazione più libera? “Il problema è anche un’arretratezza culturale che influenza le parti meno avvertite di popolazione: in tv, ad esempio, si parla di web solo per demonizzarne i pericoli”. Guarda caso. E la politica come si pone nei confronti del web? “C’è una crescente burocratizzazione della rete che va nella direzione contraria a quella della facilitazione alla connessione e allo scambio libero di contenuti”.

L’uovo e la gallina

L’imbarazzo sta nel capire se lo Stato non è libero perché l’informazione è schiacciata da questi problemi o viceversa, se l’informazione è malandata perché è lo Stato ad essere autoritario. Che sia venuto prima l’uovo o la gallina, la frittata è un dato di fatto.