© ph. Massimo Dallagliodi Maria Chiara Marchi

La prima volta che ho incontrato Roberto Barbanti è stato per acquistare le fedi. Era davanti al suo negozio di via Sant’Eufemia, su uno sgabello, fumando e chiacchierando con la gente che passava di lì. Aveva un strana catena al collo, era un po’ scapigliato e la sua vetrina non era asettica come quella di molti gioiellieri, che per l’occasione di cui sopra ho frequentato parecchio di recente. Era semplice, senza pretese, come a dire “io faccio gioielli, mi piace farli, ma se badate al contorno…non avete capito cosa posso darvi”. Da lì ho capito che faceva al caso nostro.

Viene da una famiglia di orafi?
Mio padre aveva un negozio qui in centro a Modena (e ce l’ha ancora) e dato che dopo le medie non avevo molta voglia di studiare sono andato a lavorare da lui imparando questa straordinaria arte. Poi nel ’91 ho deciso di mettermi in proprio, aprendo questo negozio. Dovevo fare qualcosa di mio perchè quando si fa una cosa da soli ci si impegna di più e si è molto più stimolati a dare il meglio di sé.

Nel suo lavoro è difficile rispondere alle esigenze della gente?
Sì, abbastanza, ma perchè non hanno tempo e vogliono tutto in tempi record.
Bisognerebbe tornare alla calma del passato per non rischiare l’esaurimento.

La cosa più strana che ha prodotto.
Una spilla che rappresentava un fumetto in cui c’era scritto “Europa unita? No grazie!”. Oppure falli, anelli con Mussolini, con la quercia dei DS.

Il gioiello che invecchia?
E’ difficile che un gioiello invecchi una persona.
Quello che ringiovanisce?
Un gioiello con una bella pietra dal colore forte, il topazio citronio o un’acqua marina.

Com’è Roberto Barbanti?
Un fantasioso, sufficientemente allegro, un po’ malinconico, con qualche rimpianto ripensando ai 30 anni quando sfrecciavo sulla mia kawasaki 750 ed ero pieno di voglia di “fare baracca”… Adesso che ho 41 anni mi sento di aver altrettanto cose belle rispetto alla mia giovinezza: la gioia di un figlio, l’amore di una donna… E’ bellissimo.

Che libro sta leggendo?
La strage di Macchiavelli.

Qual è il complimento che riceve più spesso?
“Si vede che ci metti dell’amore a far le cose”.

Come si diventa un bravo orafo?
Ci vuole tanto tempo e amore. Io ho avuto la fortuna di avere il passaggio di nozioni da mio padre ma esistono anche corsi di formazione davvero belli.

Il materiale più facile a lavorare?
L’oro puro perchè è tenerissimo.

Quello più difficile?
L’oro bianco è quello più duro.

La musica che ti aiuta a creare?
Guccini, Nomadi, Capossela, De Gregori, Pink Floyd, Led Zeppelin.

Hobby?
Il mio lavoro è già un hobby! Mi piace andare in canoa, girare in camper, stare all’aria aperta, andare al mare e fare immersioni,”stravaccarmi” al sole a leggere un libro.

La cosa più bella dell’ultimo mese?
Il compleanno di mia figlia (si illumina… cuore di papà ndr).

Il viaggio della vita?
Un mese in Brasile con i miei amici. Avevamo poco più di vent’anni…’na gran festa!

Se fosse un animale…
Un bel cagnone dallo sguardo saggio.

L’insegnamento da non dimenticare.
Me l’ha dato mio padre che mi ha sempre detto di non approffittarmi della gente e di essere sempre onesto e corretto.

Un grosso difetto?
Ne ho tantissimi. E’ difficile scegliere.. Diciamo che mi è sempre piaciuto esagerare in generale…

E il pregio?
Sono buono e divertente.

Qual è la cosa più bella di questo lavoro?
Stare tra la gente e creare qualcosa dalle tue mani.

Un progetto all’orizzonte.
Io e mio papà abbiamo deciso di fare un negozio insieme così stiamo più larghi… Tornare con mio padre mi emoziona. Lui è più bravo e preciso, io sono quello fantasioso che fa cose strane.