Quando arrivo negli uffici di Politecnica, un caldo giorno di fine estate, è l’ora di pranzo. L’atmosfera distesa, l’arredamento essenziale e curato. Nell’atrio si muovono disegnando traiettorie precise e silenziose alcuni dei collaboratori diretti alla meritata pausa di metà giornata. “Questo è proprio quel tipo ordine rassicurante che nel mio immaginario dovrebbe avere uno studio che progetta le strade e gli edifici tra i quali anch’io mi muovo ogni giorno”, penso. Pochi minuti persa in queste riflessioni, ed ecco che arriva la mia intervistata. Francesca Federzoni, 42 anni, lunghi capelli lisci e un bel paio di occhi svegli sul viso, mi accoglie con un sorriso e una stretta di mano. L’abbigliamento elegante, ma non troppo formale (sotto il tavolo fanno capolino un paio di Converse), Francesca mi comunica da subito un senso di equilibrio, chiarezza e assieme di dinamismo. A Politecnica, società nata a Modena nel 1972 come cooperativa di professionisti ingegneri e architetti, è arrivata con uno stage nel 1995 subito dopo la laurea in ingegneria elettrotecnica e, proprio come la realtà che l’ha accolta, qui è cresciuta molto e in breve tempo. Comincia a parlare del suo lavoro, dei progetti di cui si è occupata, e la prima cosa che attira la mia attenzione è il ricorrere dell’aggettivo “divertente”. Glielo faccio notare e lei, dopo averci pensato su un attimo, mi spiega “effettivamente sì, mi piace molto quello che faccio. Mi piace in particolare il fatto di potermi confrontare e relazionare con altre persone – i miei soci, gli interlocutori esterni – mi piace lo spirito del lavoro di gruppo, insomma, che qui da noi si fa davvero. Sembra uno slogan, ma è così. Noi facciamo da sempre progettazione integrata, un tipo di lavoro interdisciplinare che vede coinvolte diverse figure professionali e che è un po’ la bandiera della nostra società. Oggi questo è un concetto quasi scontato, ma non lo era quarant’anni fa quando Politecnica ha iniziato a proporlo. Poi, devo dire che i lavori di cui ci occupiamo sono progetti davvero belli e interessanti, di ampio respiro, ai quali ovviamente si partecipa volentieri e con entusiasmo. Già appena arrivata ho iniziato ad occuparmi di grandi progetti e in questo senso posso dire di essere stata molto fortunata. Certo non mi sono mai annoiata…”.
Quali sono i progetti che più l’hanno più entusiasmata?
Sicuramente mi è piaciuto l’ultimo al quale ho partecipato come responsabile di progetto, il Museo Enzo Ferrari che è ora in corso di realizzazione qui a Modena. Questo Museo, che comprende anche il recupero della casa natale di Ferrari, non è stato pensato come un edificio, ma piuttosto come un prototipo, ed è stato quindi una bella sfida dal punto di vista progettuale. Per la realizzazione abbiamo collaborato con Future Systems, uno studio di architetti di Londra che fa lavori davvero originali, io poi ho lavorato a stretto contatto anche con Adriana Zini della fondazione Ferrari. Anche per questi aspetti è stato avvincente. Pensando ai lavori che ho seguito invece da progettista, ho un bellissimo ricordo del progetto a Palazzo Re Enzo a Bologna, assieme a quello del Bab Africa hotel a Tripoli realizzato a fine anni Novanta. E’ stata la prima esperienza di progettazione nei paesi arabi, una bella sfida anche sul piano della gestione dei rapporti con i committenti locali.
Come può descrivere la sensazione che si prova a veder realizzato un proprio progetto?
Un progetto è a tutti gli effetti un figlio, quindi, anche se il paragone magari può sembrare banale, la sensazione che si prova è paragonabile a quella di una parto, di una nascita. A differenza di un figlio però – che è più indipendente – un progetto lo riesci a plasmare un po’ di più …! E poi un progetto è un figlio con tante madri e tanti padri, un figlio condiviso. Vedere completato il progetto di un edificio o di un’infrastruttura è sicuramente una parte molto emozionante del lavoro. Essendo un’opera corale, è sempre un’emozione che si vive assieme ai colleghi, per questo si spersonalizza e forse con il tempo va anche un po’ a perdersi…
La progettazione di strade ed edifici pubblici pone anche la questione del rapporto con le tante persone che utilizzeranno e vivranno quegli spazi. In che modo viene vissuta questa “responsabilità” da parte di chi progetta nei confronti degli utenti finali?
L’utente finale è sempre stato tra i primi pensieri di chi progetta, perché è per lui che viene realizzata l’opera, e la questione oggi è ancora più attuale. Sempre più in voga ultimamente è il tema della “progettazione partecipata”, un approccio che vuole anche l’utente protagonista del processo di progettazione assieme alle altre figure professionali e che prevede l’organizzazione di incontri e interviste con i fruitori per capire meglio di cosa hanno bisogno, cosa si aspettano, cosa invece non vorrebbero, fino ad arrivare a raccogliere feedback a lavori ultimati, per capire se l’obiettivo è stato raggiunto. Anche noi ci stiamo muovendo in questa direzione.
Continuando a parlare di progetti spostandoci ora su quelli personali, quali ha in cantiere per il futuro?
Dal punto di vista professionale, credo che quello che io e gli altri colleghi della mia generazione dovremmo fare a Politecnica è il salto dalla dimensione nazionale a quella internazionale, diventare forti anche all’estero, quindi. Dal punto di vista personale, la sfida è fare tutto questo… lavorando di meno! Meno e meglio, io e tutti gli altri miei colleghi, finendo di lavorare presto per poter andare a casa dai nostri bambini, andare in palestra… Personalmente per dedicarmi a mia figlia di sette anni – che ha l’assoluta priorità – e poi a tutti gli altri interessi, primo fra tutti la musica. In questo, nell’esigenza di riuscire a mettere in fila una serie di cose che non sono solo il lavoro, riconosco di essere una donna. Per alcuni, il lavoro diventa alle volte un alibi per sfuggire ad altri aspetti della vita, a quello degli affetti e della famiglia magari, e secondo me è sbagliato. Il mio obiettivo è quello di andare avanti con progetti sempre più belli, dando però al lavoro la giusta dimensione e trovando quindi un giusto equilibrio con tutto il resto.










