di Marco Bagni (9^ puntata)
All’ombra di un bonsai ripercorro mentalmente l’avventura giapponese e mi strofino gli occhi per capire se sogno o son desto. Esperienza onirica, fabula metropolitana. Dovevano essere due settimane veloci e indolori e invece ho speso un mese e mezzo in questo mondo incantato, terra di samurai, geishe, ninja, lottatori di sumo, buddismo zen, yakuza e videogames. Del Giappone, va detto, mi sono innamorato: ho riscoperto il valore dell’ amicizia e della fratellanza e invertito notte e giorno perdendomi in una Tokio mirabolante, che alla fine ho abbandonato senza nemmeno capire il perchè. Della serie ‘ti lascio perche ti amo troppo…’?
Le aspettative che avevo sul Giappone erano alte e sono state ampiamente colmate. Se dell’Asia, la cosa che finora mi aveva colpito maggiormente, era il contrasto tra ricco e povero, in Giappone l’asse si è spostato sulla dicotomia nuovo-vecchio, mantenendo in qualche modo stabile il delicato equilibrio tra spirito e materia. In Giappone sembra sempre che tutto sia troppo calmo e che qualcosa stia per succedere; le vecchiette passeggiano col proprio cane con struggente calma e la gentilezza che regna sovrana suona di trappola per lo straniero. Sembra di stare in un gigantesco Truman Show. Ma ipertecnologico… Il rapporto uomo-robot ha portato i giapponesi ad essere un popolo davvero strano, impossibile da decifrare. Wc parlanti con tazza riscaldata e bidet incorporato a cinque velocità, autobus e distributori automatici dotati di anima, macchine che fanno di tutto.
Raccontare il Giappone è molto difficile perchè si finisce per notare i soliti stereotipi (tutti veri), imparati guardando i cartoni nipponici coi quali siamo cresciuti (Holly e Bengji, il vecchio Marrabbio e Daitan 3), anche se a differenza che in tv i campi da calcio prima o poi finiscono, le polpette di riso sono buonissime e la fine del mondo è vicina sì, ma non è ancora arrivata.
Per raccontare qualcosa di diverso quindi apro la porta di carta scorrevole, entro scalzo nel ristorantino in legno, scosto le tendine ad altezza occhi, mi siedo di fronte allo chef che con un asciugamano legato in fronte e gli occhi chiusi prepara a velocità supersonica sushi, sashimi, tempura e teppanyaki, ripongo una sbadilata di wasabi a bordo piatto e brindo a sakè e birra Suntori alla storia del Giappone. “Ai confini del mondo c’è un’isola, l’isola dove il sole sorge, Nippon”.
Quest’isola remota non è stata toccata per secoli e le tradizioni sono qui cosi radicate che quando il futuro targato Ovest ha raggiunto le coste con la potenza di un’onda anomala nessuno può immaginare cosa sia successo nella testa di questa gente. Ma il risultato è che i giapponesi, capaci di prendere il meglio dalle influenze incombenti, sono stati in grado di metabolizzare il futuro da fuori e renderlo giapponese. In quest’isola il futuro parla giapponese, la musica parla giapponese. La tecnologia era aliena, loro l’hanno presa e fatta propria.
Non è strano imbattersi a Tokyo, la città più trafficata del mondo, in una bella giapponese che cammina tra la gente immersa nel kimono tradizionale con il viso da bambola, i capelli raccolti sulla testa, qualche ciuffo che scende sinuoso sul collo ed enormi cuffie sulle orecchie che sparano musica elettronica. Non è ostentazione, non è nemmeno moda: la musica è parte integrante della giapponesità, e la tecnologia è il mezzo col quale si riempie lo spirito della metropoli.
L’avventura giapponese è iniziata ad Osaka, dove insieme ad amici locali io e l’amico Devid (conosciuto a Shangai) ci siamo infilitrati nella night life nipponica e poi in un festival di musica elettronica tradizionale nel mezzo di una foresta dispersa tra i monti, tra mangiafuoco e sintetizzatori, danzatrici sinuose e chitarroni elettrici. Poi sono andato a Tokio: l’apoteosi. Un immenso villaggio: prendi i grattacieli di Hong Kong e Shanghai insieme e spalmali sull’asfalto, sdraiali in orizzontale ed ottieni Tokyo, dove ogni giorno dura 48 ore. Puoi trovare la calma di Rubiera in una minuscola viuzza, girare l’angolo ed essere al centro del Mondo. L’epicentro, per l’esattezza.
Siamo stati fotografi, modelli, scrittori, giornalisti, cazzeggiatori e filosofi; la mondanità di Tokyo racchiusa nel mio palmo e qualche kimono di seta mi hanno fatto girar la testa, mi hanno fatto quasi piantar radici, tanto che tutt’ora non so che diavolo ci faccio in Korea… Quando mi accorgo che ho compiuto 27 anni e che da più di un mese sono un giapponese mi rendo conto che devo andarmene. Un lunedi mattina mentre gli amici dormono ancora scappiamo dal centro del mondo, timorosi di esserne inghiottiti e partiamo verso sud, autostoppando in autostrada.
Arriviamo ai piedi del nobile Monte Fuji un tiepido pomeriggio e come due deficienti inziamo a scalarlo come se fosse una passeggiata al parco. Ci troveremo alle dieci della sera ad arrancare come elefanti cercando di raggiungere la stazione a quota 3000 metri. Sembra impossibile, i polmoni chiedono il cambio dopo la selvaggia urbanità e le gambe tremano: siamo due idioti senza acqua a scalare un vulcano! Sto per svenire ma non cedo: la giusta musica in cuffia mi dà la carica finale e spossato e col cuore in gola raggiungo il top della vetta, dove scopro che se non ce l’avessi fatta sarei stato il decimo turista dell’anno a perire sul Fuji! L’indomani mi godo la splendida alba e la discesa è facile e divertente, là dove poche ore prima a momenti ci lasciavo la pellaccia.
Poi a Kyoto ho fatto l’uomo del protocollo e due foto ai templi della vecchia capitale nipponica, a Hiroshima ho reso omaggio ai disastri della bomba atomica, ho realizzato che la fine del mondo non è poi così lontana e comunque la mia parte io l’ho fatta; alla fine siamo parte di questo pianeta e le nostre ceneri saranno le basi per una nuova forma di vita, questo ci meritiamo, la vita è fatta di cicli.
Un sospiro e un ultimo autostop che ci porta a Fukuoka lungo l’autostrada videogame che serpeggia come un drago allucinato. La madre del nostro ‘autista’ è lieta di farci spendere la notte nella loro umile dimora e ci prepara la miglior colazione della storia con riso, pesce, uova, verdure, alghe, salsicce, pane, burro, marmellata e frutta… ci mancava solo il giornale, mannaggia!
Neanche il tempo di ringraziare e ci troviamo come per magia su una nave: direzione South Korea. Livello successivo. Quando vorresti che qualcuno fermasse il tempo, quando ti illudi di averlo in pugno poi ti volti e scopri che se n’è andato. Ah con qual solerzia e parsimonia lo tempo giuoca col destino e lo soggiuoca. E codesto seppur fugace animale bistratta lo pusillanime uomo che incurante della consecuenzia si impegna a vincerlo, ah lo tempo che giammai si fermerà!




