di Marco Bagni (8^ puntata)
Hong Kong è stata un vera vacanza di otto settimane. Ma essendo ultimamente la mia vita al contrario, in queste otto settimane ho, in verità, lavorato! Hong Kong è stata colonia Britannica a tutti gli effetti in seguito alle guerre per l’oppio del secolo scorso, e dal 1997, alla scadenza del contratto di affitto agli spacciatori inglesi, è ritornata all’abbraccio della madrepatria Cina. Ora è un città-stato con un rapporto particolare col governo cinese, il quale ufficialmente regna ma che di fatto esercita poca influenza sulla gente e soprattutto si ferma davanti all’unica cosa che davvero interessa: i soldi. E di soldi ce ne sono a palate.
Qui c’è libertà di pensiero, parola ed espressione; la gente manifesta ed esercita i propri diritti, anche se tutto sembra solo una scusa per uscir a fare acquisti e consumare. Appena giunto nella “Asia’s World City” come amano definirla i locali, sono stato raggiunto per una settimana da una spedizione italiana capitanata dal mio mitico nipote Chicco con al seguito sua mamma (cioè mia sorella) e sua nonna (cioè mia mamma). La Happy Family si è adattata benone allo step asiatico apprezzando – in maniera inquietante – fin troppo la cultura locale e le bizzarrie dei cinesi, oltre alla pensione di dubbio gusto nella quale li ho alloggiati. Ho potuto così dare sfoggio di tutte le mie conoscenze sull’ Asia e l’Impero di Mezzo riassumendo 4000 anni di cultura orientale davanti ad una scodella di riso e tofu, insegnando l’uso delle bacchette ai miei commensali. Sono stato viziato da qualche pizza, spaghetti e colazioni al bar gentilmente offerte dalla famiglia, e ammetto che non ho opposto molta resistenza!
Una volta dipartita la banda italica mi sono rimboccato le maniche: servono soldi… che fare? Barista, lavapiatti, cameriere, grafico… mhmh, che noia. Così ho optato per un lavoro meno convenzionale e certamente più divertente. Ed eccomi, in Times Square, nel cuore di Hong Kong, a fare il giocoliere! Intrattenendo la folla che si affretta tra un negozio e l’altro ho dato sfogo alle mie, pur modeste, capacità di giocoliere ed animatore, culminando le street performances facendo la statua, il mimo, o più in generale, il deficiente. Anzichè prendermi a calci, come avrebbero fatto in qualsiasi altra parte del globo, i cinesi hanno apprezzato le mie abilità facendomi foto e gettando monetine su monetine nel mio cappellino maoista.
Mi sono divertito ma l’ho presa seriamente: lavorando sodo ogni giorno per 6 settimane, sudando come un dannato, ho risparmiato qualche danaro, utile per il futuro prossimo. E mentre di notte la folla in strada impazziva per le mie gesta, di giorno meditavo sul futuro, chiuso nella mini stanza di 2 metri quadrati presa in affitto. Ho avuto così modo di riallacciare contatti lontani e studiare geopolitica mondiale, storia e filosofia, pensando a come proseguire l’avventura. Tante parole hanno rimbalzato per le mura di quella stanza: passato, futuro, lavoro, vacanza, vacanza-lavoro, India, Japan, Marte, Universo…
Alla fine mi sono fatto la consapevolezza che tutto accade solo nella nostra mente, in un immenso gioco di parallelismi universali nei quali conta solo il presente; dove il passato non ritorna e del futuro nulla si sa. Tenendo a mente i ricordi di ieri e sapendo che domani potrebbe essere troppo tardi la scelta è venuta da sola: dopo aver festeggiato il 15 luglio, il mio primo anniversario di viaggio con fuochi d’artificio sul Victoria Harbour e parate militari in mio onore, ho salutato la ex colonia britannica e mi sono rimesso in cammino, rientrando in Cina. Ancora. Il gap che separa Hong Kong e Cina è molto ampio, nella gente, nella mente e nell’atmosfera. E quando ho rivisto la gente ammassata sul treno che mangiava, dormiva, si scaccolava, si faceva la barba, sputava gusci di noccioline, urlava e trafficava ho realizzato di essere ritornato in una terra che ho amato. Ora sono a Shangai, la perla d’Oriente…




