di Marco Bagni (7^ puntata)
Nel luglio 2008, quando sono partito, ho detto a mio padre: “Vai tranquillo babbo, in questo viaggio seguirò sempre itinerari turistici, non andrò certo a infilarmi in posti pericolosi, chennesò, la Birmania!”. Ed eccomi, spavaldo, e col nonno Willy che mi sostiene a distanza, al check in per Yangon, ex capitale della Birmania. Dopo essere stata una provincia dell’impero coloniale britannico insieme all’India, dal 1962 è governata da un regime militare dittatoriale: legge marziale, quella vera. Nell’89 il nome è stato cambiato in Myanmar.
Qualsiasi voce di opposizione democratica qui viene puntualmente ammutolita e le grandi manifestazioni pacifiche svolte nell’88, ‘97 e 2007 sono culminate in bagni di sangue degni di Tien An Men, con i giovani militari di Yangon e Mandalay costretti a sparare sulla folla di monaci, studenti e famiglie. Chi tentennava mostrando umanità veniva a sua volta arrestato e sostituito da altri giovani poverissimi ed ignoranti provenienti dalle isolate campagne, che felici di avere un M-16 o AK-47 tra le mani giocavano alla guerra ottenendo cosi una grottesca rivincita contro i ricchi e acculturati studenti universitari… Questo scempio accade oggi, nel presente, non è storia; e tuttora il regime del terrore fa si che qualsiasi gesto o parola sbagliata crei il sospetto di cospirazione e, nel migliore dei casi, l’imprigionamento. Mi chiedo cosa c’e’ dietro a questa lucida follia orwelliana (che fu profeta scrivendo Burmese Days, Animal Farm e 1984 negli anni ’40). Soldi. Droga. La Birmania è infatti il secondo produttore di oppio al mondo.
Io come turista ho portato in Birmania un po’ di male e un po’ di bene: una cinquantina dei miei dollari è finita nelle tasche governative sotto forma di tasse per la sicurezza degli stranieri, in compenso ho prestato entrambe le orecchie alle tante voci bisognose di ascolto che ho incontrato. Yangon è meravigliosa: bianchi, neri, gialli e rossi, burmesi, cinesi, indiani, bengali, cingalesi, pakistani, nepali, buddisti, animisti, hinduisti, mussulmani, ebrei e cattolici, tutti in un metro quadrato!
“Hey Brother! Change money! Taxi! My friend! Drink tea! Want girl?”. Una passeggiata per le vie di Yangon è un trip di odori, puzze, polvere, sporcizia, colori, suoni, casini, urla, tuniche e turbanti… la città che aspettavo! Dopo questa esperienza polisensoriale si parte: primo obiettivo la nuova capitale costruita 3 anni fa nel mezzo del nulla a 6 ore da Yangon. NayPyiTaw (pronuncia “NiPiDo”) è al riparo da tutto e tutti, inattaccabile. Qui vivono solo militari e governativi, la corrente funziona 24 ore al giorno e proprio in questo punto gli astrologi hanno stabilito che c’è il centro perfetto sul quale far nascere la capitale “di una nuova società perfetta, di una nuova razza…”. Nessun autobus ci arriva, e nessuna guida turistica ne parla, nessuno ci vuole andare. Vengo fermato da tre posti di blocco durante il tragitto. Inizio a sentirmi un latitante. La prima cosa che vedo è il nuovo palazzo governativo (ancora in costruzione), un immenso palazzo in cemento che spicca sul nulla, sovrastando le capanne di palma in cui vivono gli operai, raggiungibile da un ponte. Insieme alla paura si fa strada in me anche l’adrenalina e faccio più foto possibili, prima che arrivi un ceffo in motorino che mi intima di piantarla.
Nascondo tutto prima di arrivare allla città vera e propria: un groviglio di tangenziali a quattro corsie, colate chilometriche d’asfalto che separano il nulla dal nulla, mentre il sole sembra sciogliere il panorama. Nessuno che cammina, nessuno che vive. In qualità di primo turista del 2009 decido di regalarmi la t-shirt Rememberance of NayPyiTaw ma scappo subito dopo, salendo sul primo treno verso Nord. Tiro un sospiro di sollievo. Arrivo allo splendido Inle Lake, un lago ad alta quota circondato da montagne dove vedo finalmente i burmesi, nella loro semplice vita di pesca, remare con un piede mentre con le mani tirano la rete, in bilico sull’altro piede. Veri funamboli!
Il panorama è pieno zeppo di pagode, soprattutto sulle cime delle montagne, torri dorate. I birmani sono devoti buddisti fino all’estremo, puntano tutto il fato sulla prossima vita… li capisco! Monywa mi regala la vista di due Buddha enormi: il primo sdraiato e il secondo in piedi, alto piu di 130 metri! Molto più maestoso di quello di Leshan in Cina nasconde nei 25 piani interni scene dell’inferno buddista: gente tritata, lacerata, fatta a pezzi, sbudellata.
A Bagan finisco invece al NAT worshipping festival: venerazione e offerte ai Nat, gli spiriti che, secondo le antiche credenze burmesi prebuddiste, animano tutto quel che ci circonda. Un po’ come gli sciamani e gli animisti venerano gli spiriti assicurandosi la loro protezione e la loro fortuna. Mi trovo così, alle quattro del mattino, ad imbarcarmi insieme ad ottanta burmesi, uomini, donne, giovani, vecchi e bambini verso il piccolo villaggio dove si svolgerà il vero festival. Sulla oscillante barca tutti sono bellissimi: gli uomini indossano camicia a maniche corte e longji, il tradizionale mantello che copre le gambe annodato sulla vita che tutti i burmesi portano quotidianamente. Le loro bocche hanno macchie rosso scuro e dai loro sorrisi sdentati si potrebbe supporre siano cannibali. Invece è colpa del betel, la liquirizia locale, una sostanza amara rossastra che tutti masticano e sputano a catena come i giocatori di baseball.
Io sono di gran lunga il piu’ sporco a bordo e con un po’ di compassione il mio amico MaoMao (fratello della bella MiMi) mi dà una camicia e un longji puliti: sono un Burmese! Sono pulito! Dalle 8 alle 11 del mattino una donna sui trent’anni inizia i veneramenti sulla barca, offrendo cibo, bevendo, fumando, ballando e cantando sotto la musica furente proveniente dai rozzi megafoni in dotazione. Dopo tre ore la donna avrà, senza esagerare, bevuto una bottiglia di rhum e fumato almeno 60 sigarette (rigorosamente 2 alla volta), e donato tutto il cibo ai commensali. Tra la musica caotica, il rumore del motore della barca e il suo oscillio, i canti, i balli e il rhum sono completamente stordito e in trance spiritica. Ma il bello deve ancora venire: la sera, dopo 12 ore di barca controcorrente, finalmente il villaggio dove flotte di barche arrivano in continuazione, per tutta la notte e da ogni dove, stracolme di burmesi festanti, traballanti e pieni di rhum. Tutti ballano sotto la luna piena in un’atmosfera che non riesco a definire. Folle? Magica? Stregata? Se solo capissi mezza parola di quello che dicono…
La notte dormo, o meglio ci provo, sul tetto della barca, con l’eco delle musiche che mi fischia nelle orecchie e che continua fino al mattino. Non distinguo più sogno e realtà. Chiudo l’esperienza birmana con un po’ di mare, sulla baia del Bengali. I Burmesi in vacanza fanno il bagno completamente vestiti per via del conservatismo estremo, e io passo le ultime serate con brillanti simposi in francese in compagnia di una simpatica coppia di sessantenni parigini in pensione. Questa è la mia Birmania, dove lontano dallo schifo che la politica ha creato, ho fatto un’esperienza enorme, anche se la paura rimane. Spesso mi sono sentito fuorilegge. Dopo aver visto NayPyiTaw mi sembra addirittura che il peggio debba ancora venire, ma spero di sbagliarmi. Spero inoltre, nel mio piccolo, che con quanto scritto il ricordo degli amici conosciuti in Yangon, Bago, Inle, Mandalay, Monywa, Bagan e ChaungTa rimanga vivo, e che quelli così coraggiosi che, sfidando le spie, mi hanno parlato abbiano tanta fortuna quanto coraggio.




