di Marco Bagni (6^ puntata)
Come sempre una breve digressione storica per ambientarci un pò. Sono in Cambogia (in lingua locale: Preah Réachéanachâkr Kâmpuchea), terra abitata dal popolo Khmer, che ha alternato nella sua storia due momenti salienti: il primo mille anni fa, quando l’imperio Khmer conquistò gran parte di Indocina e Thailandia, ponendo basi comuni per la cultura e la religione di questi paesi; il secondo invece dopo il colonialismo francese e le due guerre mondiali. Da lì in poi il caos totale, prima con le battaglie per cacciare i ‘francesini mangiabaguette’, poi con l’involontario coinvolgimento nella guerra in Vietnam che ha portato a una serie di guerre civili culminate con il genocidio attuato da Pol Pot. Per farla breve tra il ’75 e il ’79 più di 2 milioni di Khmer sono stati sterminati dai Khmer rossi (cioè loro stessi!): una lucida follia ben sponsorizzata da Usa, Russia e Cina. Essendo passato così poco tempo dalla tragedia è molto facile incontrarne i superstiti (tutti gli over 40, in pratica), i quali ti raccontano apertamente i singoli drammi, la situazione da ‘tutti contro tutti’, la lotta per la sopravvivenza. Uccidere o morire…
Dopo tanto dramma i cambogiani hanno deciso di smettere di uccidersi inutilmente e ora sorridono alla vita. Certo non navigano nell’oro ma si accontentano decisamente di essere vivi e se la vivono, un pò sgangherati e trasandati, ma sempre e comunque felici e sinceri. Giunto in Cambogia faccio uno degli incontri chiave di questo lungo viaggio che ormai coincide con la mia vita: un finlandese forse più pazzo di me con il quale compro una barca a remi. Dopo un’estenuante trattativa (siamo arrivati a pagarla 85 dollari) e il varo della Queen of Mekong passiamo sei giorni scendendo il Mekong in barca! Prima dell’avventura mi sono tagliato barba e capelli: nuova avventura, nuova fisionomia (vedi foto in apertura).
La discesa del fiume mi ha abituato a ritmi serrati: sveglia prima dell’alba, quattro ore di remata sotto un sole ammorbante interrotte da qualche tuffo nel fiume, pranzi in capanne lungo le coste, pomeriggi d’ammirazione per la natura splendida e rigogliosa. Qualcuno, alla partenza, ci aveva messo in allerta per la presenza di guerriglieri ancora attivi lungo le coste, ma l’unico problema incontrato è stato di carattere ben diverso. Dopo esser stati invitati ad un matrimonio khmer della durata di due giorni comprensivo di laute mangiate e bevute avremmo voluto congedarci per riprendere il cammino ma questi non ne volevano sapere e ci siamo trovati costretti a ballare musiche tribali khmer per ore insieme agli indigeni! Rollin’ on the river! Il sesto giorno arriviamo a Kratie e decidiamo di rivendere la barca. Pochi minuti e tutto il villaggio era informato dell’arrivo di due stranieri (barang, in lingua locale) intenzionati a vendere una barchetta malconcia.
Alla fine l’ha acquistata per 35 dollari un albergatore che ora espone la mia ex Queen of Mekong nella hall dell’albergo… Un cimelio storico! Abbandonate le vie fluviali mi accingo a entrare nella capitale cambogiana, Phnom Penh (ancora non ho capito come si pronuncia): vivace e polverosa, piena di gente e cose che poco hanno a che vedere l’una con l’altra, molto amichevole e divertente. Per le strade elefanti, scimmie e cani gialli tra i palazzi. E soprattutto… l’Oceano! Potrei fare il poetico ma preferisco dire che mi sono fatto tre giorni di immersioni subacquee su un’isola, con pinne ai piedi e bombola d’ossigeno alla mano, nella stupefacenza dei fondali marini: se in viaggio ho scoperto che dove c’è acqua c’è vita, stando sott’acqua ho scoperto che dove c’è tanta acqua c’è tanta vita!
Dopo Sihanoukville arrivo a Siem Reap, alla scoperta delle rovine di Angkor Wat: la Machu Picchu asiatica. Città-tempio millenaria che sottolinea la maestosità dell’impero Khmer, ma che ora la foresta si sta lentamente prendendo indietro, con alberi che crescono imponenti e radici che come serpenti attanagliano le rovine buddhiste-induiste. Una pagina del libro della giungla… Oltre a tante interviste con sopravvissuti al genocidio, qualche amicizia con simpatici personaggi e bellezze locali, colazioni a base di riso dolce, latte di cocco e frutti esotici, tanta polvere, biciclettate chilometriche aggrappato a tuk-tuk scassati eccomi sul confine della Thailandia, dove ho rifiutato 1 dollaro a un americano che la notte prima ha perso tutto al casinò. Con tutta la povertà che c’è qui, caro yankee, il mio dollaro non è certo per te! Tra le mani ho già un visto per la Birmania e un biglietto aereo per una meta da tempo inseguita, che presto diventerà realtà!
Assieme ad un ragazzo finlandese compro una barca a remi, con la quale, per sei giorni, scendiamo il mekong. oggi la barca fa bella mostra di sè nella hall di un albergo di kratie.




