Laos? Cos’è? Dov’è? E soprattutto… Perche’? Queste le domande, piu’ che legittime, che mi accompagnano alla frontiera, mentre malinconicamente do l’addio alla Cina e mi appresto a mettere piede nel Sud Est Asiatico (altrimenti detto Indocina). Dopo la Siberia, i deserti e le praterie mongole e la funanbolica Cina ripongo con cura in fondo allo zaino le scarpacce bucate e, sfoderando due infradito già malconce, entro in Indocina dall’uscita di emergenza: il Laos, il paese che nessuno si aspetta, che nessuno sa dov’è e che viene sempre tagliato fuori dagli itinerari mordi e fuggi. Innanzitutto il Laos ha un’altro tempo: rilassatezza, calma, caldo ma non troppo. Una bolla di pace che ti assorbe ed assopisce, facendoti dimenticare perchè sei lì.
La storia del Laos è presto detta: uno stato cuscinetto, cornuto e mazziato nei secoli e attaccato e colonizzato da chiunque: Cambogia, Cina, Thailandia, Vietnam, Francia e Usa. Oggi qui vige una sorta di comunismo importato dal Vietnam: bevendo BeerLao, la birra di partito, e guardando la tv spazzatura thailandese, il Paese va incontro al futuro speranzioso che i turisti si stanchino della Thailandia e del Vietnam e inizino seriamente a portare dollari nelle loro caneste in foglia di palma. L’atmosfera è un vero mix di stili esotici e la cosa più bella è che tutto sembra ancora puro e vero, non inflazionato dalla modernità e dal turismo estremo che sta spolpando i paesi vicini: il Laos è orgoglioso della sua pace, delle sue pessime strade, della vita semplice e anche della povertà tranquilla che contraddistingue le sue genti. A Luang Prabang, bellissima cittadella coloniale nel nord, punteggiata di innumerevoli templi buddisti, edifici francesi e il Mekong in sottofondo, dopo la tipica colazione a base di banana pancake e caffè penso che il viaggio sta prendendo una piega troppo facile: in Laos esiste il caffè, tutti parlano inglese, trovi tutti disponibili ad aiutare un europeo senza casa come me, c’è cibo occidentale. Così per movimentare la permanenza deciso di viaggiare su skateboard.
Lo skate, comprato ad un mercato cinese, mi accompagna nei saliscendi della lunga strada verso sud e tra un autostop e l’altro entro perentorio e trionfale nei minuscoli villaggi (5 km all’ora su questo trabiccolo!) scatenando l’ilarità degli abitanti, attoniti davanti ad un idiota bianco in bilico su un precario aggeggio di plastica! Abbandono lo skate quando, preso da troppa sicumera, mi faccio trainare da un motorino, con il risultato di rischiare la pelle e fondere una ruota del suddetto. Game over! A Phongsavan noleggio una motocicletta e in sella alla mia Fekon rossa coreana vado alla ricerca dei crateri lasciati dai milioni di bombe sganciate dagli americani al tempo della guerra in Vietnam. Molte sono inesplose e tuttora lasciano una pesante eredità di mine antiuomo sparse per il Paese. Non c’è tanto da ridere ma i laotiani sono buddisti e hanno preso tutto con la giusta filosofia, quindi niente rancore, tanto che usano i resti di bombe e missili come suppellettili nelle loro case-capanne o per raccogliere l’acqua: di necessità virtù!
Vientiane, la capitale, è poco più grande di Reggio Emilia, e lo stile di vita non si discosta molto da quello del resto del Paese. Sveglia con i galletti che cantano stonati, tanti motorini che con calma si dirigono verso il proprio destino, nightlife quasi inesistente (anche perchè la musica lao, devo dirlo, è veramente terribile!). Passo un capodanno molto tranquillo su un’isola sul Mekong bella, quieta e silenziosa, scalzo in compagnia di un gruppo di ragazzi e di una disegnatrice cinquantenne che avevo conosciuto in Cina 3 mesi prima. Piccolo il mondo… Ma si sa, le belle coincidenze aumentano sempre l’entusiasmo, così tutte le sere, nei mille tramonti sul Mekong, penso all’arte del viaggio, e mi compiaccio: penso al passato, al presente e al futuro che si incrociano e tra domande e risposte che mi faccio e alle quali rispondo il senso di pienezza interiore mi accompagna fedele in questo trionfale egoismo tra le mie tempie, reso vivo quotidianamente sia dalle avventure che dai momenti di calma e pace. Libertà… che ebbrezza!
Ho lasciato il Laos una mattina di inizio gennaio e sudando mi sono voltato indietro vedendo quattro settimane che sono volate in un sospiro, e penso che non so più che metro di paragone tenere: minuti, giorni o mesi? Chilometri o centimetri? Cos’è che continua a darmi la carica? Cosa sto cercando? La risposta… ve la scrivo dalla Cambogia!





