cocchidi Elisa Predieri

In una giornata infuocata di luglio i portici di Bologna sono una trappola che scatta subdola: dopo i primi istanti, l’ombra refrigerante si rivela una melassa umidiccia. Ma a salvarmi dalla liquefazione c’è lo studio di Michela Cocchi, incastonato in un palazzo del centro storico. Fresco e schietto come il sorriso con il quale mi accoglie, e come il “tu” che mi chiede di scambiarci fin dal primo minuto.

Sono qui perchè Michela è un avvocato che si occupa di diritto d’impresa e ha assunto un ruolo di primo piano nell’UIA (Union Internationale des Avocats) con il suo impegno nella commissione Business e diritti umani. Stiamo parlando della più antica associazione forense internazionale: nata nel 1927 a Parigi, oggi rappresenta circa due milioni di avvocati in tutto il mondo. “Non è una corporazione – tiene a precisare Michela -. Non difende gli avvocati, semmai difende il diritto di difesa, la libertà e l’indipendenza con cui possono svolgere la professione. Ci occupiamo di tutela dei diritti umani ed è evidente che fare l’avvocato in Cina non è come fare l’avvocato in Italia”.

Lei è membro dell’UIA dal 1992. Nel 2002 è entrata nel Consiglio di Presidenza ed è divenuta Presidente della Commissione per i Diritti dell’Informazione, carica che ha ricoperto fino al 2007, quando si è fatta promotrice della Commissione su business e diritti umani. Di cosa si tratta?
“E’ una materia che in un certo senso hanno scoperto le grandi multinazionali negli anni ’90. In un certo senso, perchè nella nostra Costituzione si parla già esplicitamente di funzione sociale dell’impresa…”. In ogni caso le scelte delle multinazionali hanno portato alla ribalta il concetto di responsabilità sociale, al punto che oggi nessuno può più negarlo… “Queste grandi corporation dopo aver compreso, loro malgrado, che assecondare e sfruttare condizioni disumane di lavoro per ridurre i costi di produzione e dunque i prezzi, alienava le simpatie dei consumatori, hanno avviato programmi ad hoc per conciliare i vantaggi del basso costo della manodopera con la promozione dei diritti umani”.

L’impegno della commissione presieduta da Michela è volto proprio a elaborare strategie e strumenti per stimolare “l’integrazione dei diritti umani, che sono quelli della Dichiarazione del 1948, nel core business delle aziende”. Intendiamoci, non si tratta di una crociata contro il profitto che, precisa Michela, “può e deve esserci, anche perchè altrimenti non c’è ricchezza da distribuire”. Ma è comunque in qualche modo una rivoluzione “se spesso i diritti umani sono stati considerati un fardello, mentre possono essere occasione per ‘fare utile’”.

Michela parte da una considerazione semplice: “il modello di concorrenza fino ad ora è stato improntato sul prezzo, o meglio sul ribasso del prezzo. Ma chi dice che debba essere così per sempre? Non è certo un assoluto”. Per questo propone alle aziende cui fa consulenza “una nuova cultura imprenditoriale in grado di fare del rispetto dei diritti umani una leva per incrementare l’utile sul mercato”. Una nuova cultura che di fronte alla crisi del modello capitalistico così come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, può essere un’occasione per ricostruire il sistema economico su basi diverse e (magari) più solide. Questo programma ha anche un nome: BeVHAG. “Be Visionary, Hairy, Ambitious, Goal” ovvero “Sii, visionario, audace, ambizioso, determinato”.

Un acronimo che si ispira alla teoria dell’impresa visionaria elaborata nel decennio scorso da due economisti americani per spiegare il successo duraturo di alcune aziende. Ma cosa significa tutto questo per una piccola e media impresa del nostro paese? “Le nostre imprese sono un modello per il rispetto dei diritti umani. Non potranno certo fare la politica delle multinazionali, ma senza dubbio possono avvantaggiarsi sul mercato proprio in nome della loro responsabilità sociale”. Quindi, in pratica: se io abbraccio la strategia della riduzione dei prezzi, posso trasferire la mia azienda in un paese straniero dove abbattere i costi di produzione; se invece voglio accogliere la sfida e l’opportunità rappresentate da questa crisi posso decidere di partecipare al mercato giocando con le mie regole, che non necessariamente saranno perdenti…

“Esattamente. Il modello del Made in Italy – e nel dirlo penso a un ponte romano – produce eccellenza, funzionalità ed estetica nel rispetto dei diritti umani. E’ basato sulla creatività e sull’immaginazione. E certamente tutto questo ha un costo. Ma, di nuovo, chi ha stabilito che il prezzo debba essere per sempre il valore vincente sul mercato?”. Insomma, una chiamata alla consapevolezza di essere VHAG.

Trattenendo il respiro, di nuovo mi sono immersa nella melassa dei portici della dotta Bologna. E ho pensato che sotto quegli stessi portici, secoli fa, passeggiava quel famoso giurista Irnerio, tra i fondatori dell’Alma mater, che fece parte della corte di quella celeberrima Matilde, che assistette all’umiliazione a Canossa di quel ben noto imperatore Enrico IV… E via dicendo, fino a Michela. Che issata con naturalezza sulle loro spalle di giganti parla di diritto, potere e coraggio. Parla di cose alte, senza vertigini.