In Cina è esplosa la primavera. Non parliamo di fioriture stagionali, né tanto meno di involtini, ma del Green New Deal cinese. Sull’onda delle riforme ecologiste annunciate da Obama, Zhang Guobao, direttore generale del Ministero dell’Energia a Pechino, ha varato una manovra da seicento milioni di dollari per rilanciare la crescita della Repubblica Popolare, con forti investimenti in campo ecologico.
La Cina, leader nell’inquinamento globale con il cento per cento delle proprie industrie alimentate a carbone, investirà 580 miliardi di yuan (quasi sessanta miliardi di euro) per potenziare la sua produzione di energia nel corso del 2009, con importanti aumenti di capacità nelle energie rinnovabili, eolica e solare, e nel nucleare.
I danni provocati dal carbone impiegato per produrre elettricità sono di duplice natura: da un lato il forte impatto sull’ambiente, dall’altro l’altissimo tasso di vittime di incidenti sul lavoro e di malattie respiratorie. La rivoluzione in salsa verde prevede un’accelerazione della chiusura progressiva da qui al 2011 di molte centrali, in particolare quelle più piccole e più inquinanti, che verranno sostituite con impianti a “carbone pulito” di ultima generazione, che dovrebbero garantire una sensibile riduzione dei consumi e dell’inquinamento.
Finora una simile scelta era stata scoraggiata dai costi elevati di queste tecnologie, ma il governo cinese sembra essere estremamente consapevole delle potenzialità di sviluppo connaturate alla crisi globale, che nella Repubblica Popolare lo scorso anno ha provocato un sensibile rallentamento della crescita di consumi elettrici. Zhang Guobao ha infatti dichiarato che questa recessione “può diventare l’occasione per accelerare il cambiamento” nel paese.









