C’è chi afferma che l’ultimo romanzo di Camilleri sia una vera e propria anomalia nella sua produzione. A ottant’anni suonati, l’autorevole siciliano compone un romanzo in cui sperimenta il trauma e la morbosità come contenuti e mezzi espressivi. Le vite che Camilleri racconta sono fatte di nervi e sangue, psiche e drammaticità e la prosa è magistralmente adeguata al contenuto, e vi si fonde: affilata, tagliente, secca, sta a dimostrare come questo Camilleri “novello” abbia uno stile capace di usare parole come i martelli d’un destino fatale.
Il punto di forza:
Il racconto solleva il sipario sui protagonisti ancora bambini: «Quando tonna papà? Pecché è andato via papà?». L’incipit è travolgente perché lascia soltanto intuire l’efferatezza a cui si andrà incontro nel prosieguo: la tiene continuamento sospesa, sollevata, come se qualcosa di terribile fosse continuamente sul punto di accadere. La crudeltà aleggia in ogni pagina, e certamente la creazione della suspense è uno dei molti punti vincenti del libro. Se prima avvenimenti temibili vengono lasciati come in previsione, la struttura che Camilleri sceglie per il racconto è perfettamente geometrica: l’efferatezza irrompe nel prosieguo e solo alla fine, nelle ultime pagine del libro (le più riuscite, un gran finale), ne si svela l’origine, le ragioni. Ragioni che, proprio perché raccontate quando tutto è ormai avvenuto, rimangono senza giustizia e senza riscatto. L’infanzia e la maturità vengono sapientemente intrecciate, permettendo così che si illustrino a vicenda: ogni adulto è il bambino che è stato, ogni bambino vive la vita della quale solo da adulto riconoscerà la forma. Camilleri dà un destino greco ai sette amici che, un sabato, si ritrovano tutti insieme, senza scampo.
Il punto di debolezza:
Sono molti i sensi nei quali la trama viene sminuzzata nel corso di tutta la narrazione: in primo luogo, si frammenta per ogni singolo personaggio, presentato da bambino, da adulto, nuovamente da bambino. Ma, nel corso dei capitoli, viene divisa anche tra personaggio e personaggio. La moltiplicazione delle storie, dei punti di vista, dei periodi della vita, rischia di divenire confusa (specie per i lettori non abituati a prestare particolare attenzione ai nomi: Matteo, Gianni, Giulia, Anna, Fabio, Andrea e Renata rischiano di divenire difficilmente distinguibili nel caleidoscopio narrativo che Camilleri concepisce). Forse sarebbe bastato un semplice criterio editoriale, cioè scrivere il nome proprio del personaggio all’inizio del paragrafo che parla di lui. Tuttavia c’è da ammettere che questa scomposizione viene completamente risarcita nel finale: man mano che gli elementi narrativi riferiti ai vari personaggi divengono più brevi, più incalzanti, più sospesi sul vuoto del trauma già scritto e, dunque, incancellabile, la frammentazione permette cambiamenti di ritmo e di tempo nei quali si fondono forma stilistica e contenuto narrativo, in un climax ascendente che vi lascerà senza fiato.
Letture affini:
Per un altro capolavoro tanto torbido quanto fluido della narrazione, si consiglia il magnifico e breve libro di Amélie Nothomb, Le catilinarie, pubblicato da Guanda nel 2002. Per gli amanti della letteratura che sceglie come punto di vista solo il profondo dei propri personaggi, il classico Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, disponibile in edizione Mondadori.





